“Room” (Can. 2015) di Lenny Abrahamson

Sette anni fuori dal mondo.

 

(marino demata) Si può vivere per sette anni in una sorta di finta prigione, sequestrati dal resto della realtà, con la quale si resta in contatto solo attraverso il mondo distorto di una vecchia televisione? E’ quello che succede a Joy ‘Ma’ Newsome, una bella ragazza sequestrata da un balordo da quasi sette anni, e al suo bambino di cinque anni, nato e vissuto solo in quel luogo claustrofobico. Si tratta di uno spazio assolutamente angusto, di pochi metri quadrati che costituiscono per il bambino l’unico mondo conosciuto e col quale ha ormai piena dimestichezza. Nelle prime sequenze di “Room” scorgiamo il bambino, Jack, all’inizio di una delle sue giornate tipiche, salutare gli oggetti che gli sono ormai famigliari: “buon giorno letto, buon giorno lavantino, buon giorno sedia, ecc” con un rituale che si ripete giorno dopo giorno. Il rapporto con la ROOM-film-2015televisione è quello più problematico e complesso, ma la madre gli ha spiegato che le persone che vede sono reali, anche se le storie sono immaginarie.
Da quella camera non si potrà più uscire. Il balordo che ha segregato la ragazza è l’unico a conoscere la combinazione per aprire la porta blindata. La prigionia viene vissuta da Joy con un misto di follia e rassegnazione. E soprattutto di rammarico, rimpianto e disperazione per quanto sta accadendo a suo figlio, alle cose che sta perdendo, alla sua impossibilità di conoscere il mondo lì fuori, la cui luce penetra nella stanza solo attraverso un piccolo lucernaio nel soffitto.
Quando l’uomo arriva la sera per dormire con la madre, Jack deve sistemarsi all’interno dell’armadio. Ma dopo tutto il bambino sa che l’inconveniente dura qualche ora e poi tutto si rimette a posto e torna come prima.
Quando Jack compie cinque anni la mamma gli prepara un torta, ma il bambino protesta e piange per la mancanza della candelina. La madre ritiene a quel punto che sia giunto il momento di spiegare al bambino che, oltre alla angusta camera nella quale vivono, c’è qualcos’altro al di fuori, c’è la realtà con gli altri esseri umani, le case, le strade, gli alberi, i nonni. Ma ritiene anche che sia giunto il momento di agire e di tentare il tutto per tutto per uscire dalla room-movie-fiveprigione. Convince ed istruisce Jack a fingersi morto per far sì che l’uomo lo porti via avvolto in un tappeto. Al primo stop dell’auto il bambino dovrà essere bravo a schizzare via sulla strada e chiedere aiuto.
L’episodio dell’auto rappresenta una cesura nella narrazione del film e sembra aprire un nuovo, diverso film, con il salvataggio di madre e figlio, il temporaneo soggiorno in ospedale, e poi la vita presso la casa della nonna, che nel frattempo ha trovato un nuovo compagno. Una parte di film, con le nuove dinamiche e conflittualità inevitabili da parte di chi è abituata a vivere da sola per sette anni, meno originale e intrigante della prima metà, se non fosse per il piacere che prova lo spettatore mettendosi dal punto di vista del bambino che progressivamente scopre quel mondo che gli era stato negato fino al quel momento.
“Room” e nato dal romanzo “Stanza, letto, armadio, specchio (Room)” della scrittrice di origini irlandesi Emma Donoghue, che ha curato anche la sceneggiatura del film, per la quale è stata anche candidata all’Oscar. Il romanzo ed il film sono ispirati ai fatti di cronaca relativi alle numerose sparizioni di giovani donne e bambini, dei quali a volte non si sa più nulla, o che vengono ritrovati per caso in condizioni analoghe a quelle descritte nel film. E’ un film di produzione Canadese diretto dal regista Lenny Abrahamson, anch’egli di origine irlandese, autore fino ad ora di pochi lungometraggi, tra i quali spiccano “Garage” (2007), vincitore di numerosi premi in vari festival, e “Frank” (2014), presentato con discreto successo al Sundance Film Festival.
Il film ha ricevuto quattro nomination all’Oscar, guadagnandosi la prestigiosa statuetta per la migliore attrice protagonista, la bravissima Brie Larson, che a soli 27 anni ha al suo attivo la partecipazione a ben 26 film, oltre che a opere per la TV. Riesce benissimo nel compito di farle da spalla il piccolo Jacob Tremblay, nella parte di Jack, anch’egli non nuovo nelle apparizioni cinematografiche.
Niente da dire: regista, scrittrice e sceneggiatrice e i due attori, oltre agli ottimi comprimari che compaiono nelle seconda parte del film, tra i quali è d’obbligo ricordare la brava Joan Allen e l’ottimo William H. Macy, formano una squadra perfettamente amalgamata che ha portato il film al meritatissimo successo. Il pubblico e la critica hanno giustamente mostrato di gradire soprattutto l’originalità dell’impianto del film relativo alla prima parte. Che è quella che ci ha dapprima avvolti in una spirale di crescente interesse e poi ci ha colpiti come un pugno nello stomaco. Non si può rimanere indifferenti di fronte alla storia narrata da Abrahamson. Ma non si tratta solo dello stupore per la storia in sé, ma anche della ammirazione per il modo veramente rimarchevole e cinematograficamente ineccepibile col quale è stata portata sullo schermo.

 

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