“Quel fantastico peggior anno della mia vita” (USA 2015): di A. Gomez–Rejon

Ovvero Uno dei fantastici peggiori titoli dati in Italia ad un bellissimo film

 

(marino demata) Il film di cui parliamo questa sera è di Alfonso Gomez-Rejon, opera seconda dopo un film horror, e si intitola “Me and Earl and the Dying girl” e questo è il titolo che utilizzeremo in questa recensione, rifiutandoci di servirci della ennesima assolutamente intollerabile storpiatura del titolo italiano regalatoci, crediamo, dalla distribuzione (“Quel fantastico peggior anno della mia vita”), che naturalmente fa perdere tutto il senso che ha voluto dare il regista col titolo originale.
Solitamente il cinema americano tradizionale, specialmente di fine secolo, alle prese col filone dei teenager al Liceo o al College, ce li mostrava nei loro panni più sfrontati, fracassoni,  conquistatori (o conquistatrici) di cuori anche per una  sola notte in auto. Sempre intenti più ad apparire che ad essere”, gli studenti degli anni ’80 e ’90 si nutrono di atteggiamenti eroici per piacere agli altri e magari conquistare, facendosi largo a spallate, una temporanea leadership rispetto ad altri colleghi meno dotati.
Me and Earl 2
Con  “Me and Earl and the Dying girl” siamo su un versante completamente opposto, anche perché i tempi rispetto alla fine del secolo sono cambiati e dalla sicurezza e sfrontatezza di quegli anni si è passati ad un periodo e ad una generazione molto meno “vincente”:  l’America è passata attraverso momenti critici come l’11 settembre e poi la grande crisi economica col fallimento delle Banche e la deriva per decine di migliaia di famiglie. Senza questi riferimenti storici non potremmo spiegare gli atteggiamenti di questa nuova generazione di teenager. E così il protagonista, Greg (un bravissimo Thomas Mann) nell’iniziare a frequentare l’ultimo anno di liceo, decide di darsi dall’inizio alla fine, un atteggiamento dimesso e riservato, di non avere nessuna impegnativa relazione con nessuno dei suoi compagni e compagne, di fare in modo che nessuno si accorga troppo della sua presenza o noti la sua assenza. Insomma esattamente teenager anti-eroe rispetto alla generazione precedente di “eroi per forza”.
Unico suo amico e punto di riferimento è Earl, un ragazzo afro-americano che rappresenta in certo senso una sorta di voce della coscienza di Greg, più matura e dotata di una saggezza popolare più alta della sua età, spesso inascoltata dal protagonista, fino ad un scena decisiva in cui entrano in collisione proprio le due diverse visioni della vita. Fino a questo passaggio decisivo del film sappiamo dalla voce di Greg fuori campo (una voce narrante molto costante nel film) che Earl viene da lui considerato non a caso “collega”e non amico. In ogni caso i due colleghi/amici trascorrono il loro tempo a girare parodie dei film più celebri, storpiandone anche i titoli (appunto proprio come sono soliti fare in Italia, ma per i due ragazzi di tratta solo  di un gioco). E così la cinefilia che Greg ha ereditato dal padre un po’ strambo, cultore del cinema alternativo/classico come quello di Herzog, nelle mani di Greg diventa molto meno seria, voglia di giocare e di mettere alla berlina un po’ tutto il mondo di celluloide. Ma è soprattutto rifugio intimo dei due ragazzi, iniziativa che nessuno deve conoscere, divertissement riservato a due sole persone, in linea con il tipo di vita scelto dal protagonista. Ma così facendo, con questo espediente, in realtà il regista rivolge il suo pentitissimo omaggio al film di autore dagli anni ’60 in poi, omaggio al cinema in genere  e cinema sul cinema.
Me and Earl3
Ma, per ritornare al nostro anti-eroe, cosa succederà quando ad un tipo come Greg viene proposto e alla fine imposto dalla madre di dedicare gran parte del suo tempo a Rachel (Olivia Cook), sua coetanea affetta da tumore e con poche speranze di sopravvivenza? Per la madre si tratta di un’opera positiva e doverosa: offrire momenti di amicizia, di simpatia e possibilmente di allegria a chi sta male. Ma per Greg si tratta di uno strappo improvviso alle regole di vita che si era precedentemente imposto.
Il film diventa subito la storia di questo rapporto, nato con una forzatura, accettato stentatamente da entrambi i ragazzi, ma che alla fine diviene indispensabile ad entrambi. Perché attraverso questo rapporto la ragazza ritrova il sorriso ed anche una impossibile voglia di vivere ed uno scopo, e Greg scopre dentro di sé la voglia di crescere e di maturare una consapevolezza insperata. Gli incontri tra i due segnano delle pagine di cinema indimenticabili, con quella continua alternanza di malinconica, umorismo, mancanza di  autostima, reciproca progressiva voglia di essere importante per l’altro. E non c’è mai nulla di ripetitivo: ogni incontro è storia a sé e presenta elementi nuovi che contribuiscono a far crescere i due ragazzi. Racconto di formazione? Forse è perfino troppo riduttivo definire così “Me and Earl and the Dying girl”.
Me and Earl4
E’ questo ed anche tanto di più. Il regista infatti, partendo dal romanzo di Jesse Andrews, che ha curato anche la sceneggiatura, ci fornisce il quadro di una generazione che, al di là degli eccessi di riservatezza di Greg, è un mondo di insicuri e di timorosi e incerti su da farsi. Tanto che anche quella parte dei giovani del liceo che costituiscono insieme una sorta di “banda” che dovrebbe essere, nelle proprie intenzioni,  dedita alla violenza, sembra alla fine non riuscire dopo tutto a far male ad una mosca, rispetto agli omologhi della generazione precedente, se non fosse per una inevitabile ma in certo senso eccezionale “scazzottata” con Greg.
Avvicinandoci alla fine del film temevamo una quasi inevitabile caduta nel tragico-sentimentale, in una atmosfera  di commozione strappalacrime e di compassione: gli aspiranti spettatori potranno invece stare tranquilli e riporre via i fazzoletti. Il rapporto tra la vita e la morte, tra il piacere e il dolore è trattato dal regista sempre con riservatezza e misura senza propinare nessuna facile emozione a buon mercato. E questa è un altro dei grandi pregi del film.
Se proprio si volesse trovare un difetto bisognerebbe soffermarsi sull’eccessivo affastellamento di dialoghi: tutti hanno sempre molto da dirsi. E questo va anche bene. Ma le pause nel dialogo tra i vari personaggi sono riempite sempre dalla voce narrante di Greg, sicchè alla fine non c’è un attimo nel film in cui non si senta parlare qualcuno di qualcosa e alle volte la stessa voce narrante spiega qualche particolare che lo spettatore potrebbe anche ricavare direttamente dalla visione della storia.
Ma per il resto il film rasenta la perfezione anche tecnica. Movimenti di macchina da presa arditi e inusuali, ottima fotografia, colonna sonora efficace di Brian Eno.
Il film ha vinto importanti premi al Sundance Film Festival, ove, soprattutto è stato accolto dal pubblico  con una lunga appassionata ovazione.

 

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