“Degradè” (Palest. 2015) dei F.lli Abunasser

La ricerca della normalità e la guerra a Gaza

(marino demata) Il lungometraggio di apertura della settima edizione del Middle East Now a Firenze è stato una piacevole sorpresa. Parliamo del film “Degradè” dei fratelli gemelli Tarzan & Arab Abunasser. Non perché si tratta di un capolavoro, beninteso, ma perchè ha il pregio di aprire una finestra dalla quale possiamo dare più di uno sguardo ad una realtà della quale sentiamo spesso parlare e leggiamo tanto, ma della quale alla fine conosciamo ben poco: la striscia di Gaza, lo stato Palestinese. E l’originalità del film consiste nel fatto che  di Gaza conosciamo prevalentemente l’universo femminile:  l’intera realtà socio-politica ci viene mostrata dai due registi filtrata attraverso i discorsi e i ragionamenti di tredici donne all’interno di un parrucchiere-salone di bellezza.
La trama è abbastanza lineare nella sua semplicità: le tredici donne ed una bambina, figlia della commessa del negozio di parrucchiere, trascorrono ore e ore all’interno del negozio stesso, in parte perché i tagli di capelli, le acconciature, le depilazioni, ecc. avvengono con grande lentezza (a lavorare c’è solo la proprietaria di origine russa e la commessa), ma in parte anche perché da un  certo momento in poi non si potrà uscire più dal negozio perché all’esterno infuria la battaglia, non con gli israeliani, ma tra le varie fazioni nelle quali sia articola l’universo politico della Palestina. Degradè
E dunque questo spazio già non molto largo perché popolato da tredici donne, finisce col diventare sempre più angusto e claustrofobico, malgrado i tanti specchi sui quali la macchina da presa si sofferma virtuosisticamente volentieri,  anche per dilatare un po’ gli spazi. Ma quello spazio angusto e affollato, entro il quale anche lo spettatore sembra imprigionato per novanta minuti, è l’evidente metafora dell’intera striscia di Gaza, a sua volta spazio angusto di 365 chilometri quadrati popolato da quasi 2milioni di persone, e sbarrato dal muro eretto dagli israeliani, a rendere più evidente e deprimente la chiusura verso una realtà esterna estremamente difficoltosa da raggiungere anche solo per un giorno. Lo apprendiamo dai discorsi di due delle clienti , allorchè l’una suggerisce all’altra di farsi visitare a Gerusalemme, e quest’ultima mette in luce tutte le difficoltà di un visto temporaneo anche di poche ore.degrade_film_still_p_15
I registi, soffermandosi per l’intero film nell’universo femminile come imprigionato in quel salone di bellezza, ci fa ascoltare i loro discorsi per dimostrarci che in massima parte sono gli stessi discorsi che si tengono in un qualsiasi salone di parrucchiere in qualsiasi parte del mondo. Si parla degli uomini, di un marito violento che picchia la moglie, della bellezza del marito della parrucchiera, di un fidanzato che è fuori in strada in compagnia di un leone preso allo zoo, di un futuro sposo. Ma si parla anche di pettegolezzi, di cose che non vanno per il verso giusto, di una vita che potrebbe e dovrebbe essere diversa. Insomma i registi vogliono sottolineare un tipo di normalità dell’esistenza che dopo tutto aiuta a vivere. La politica e la guerra non sono, come qualcuno potrebbe pensare gli argomenti unici o principali: ma tuttavia entrambe, la politica e la guerra, con le loro conseguenze, irrompono inevitabilmente in quel chiuso microcosmo. La TV trasmette notizie politiche e dopo un po’ alcune donne chiedono che venga spenta e sostituita dalla radio e dalle canzonette: ma il volume deve essere sufficientemente alto per coprire il rumore del drone israeliano che vigila su tutto e tutti. La “normalità” dei discorsi delle donne viene inevitabilmente compromessa dai problemi quotidiani che la guerra e la complessa situazione portano con sé. Il lavoro all’interno del salone di bellezza si interrompe perché improvvisamente manca la corrente, malgrado – apprendiamo – non sia il giorno stabilito di razionamento dell’energia elettrica. Nel negozio c’è un piccolo generatore ma manca anche la benzina. Questa è Gaza, ci dicono in pratica i registi. E la quotidianità e la voglia di normalità devono fare i conti con queste problematiche.
La bambina vorrebbe uscire per qualche momento dal negozio, ma la madre giustamente glielo impedisce: la situazione all’esterno è tesa e può degenerare da un momento all’altro. Così accadrà. Al tramonto infuria la battaglia tra le varie fazioni. La guerra è a due o tre metri da quel salone i ove sono rifugiate (ormai come imprigionate) le tredici donne e i colpi delle armi interrompono i discorsi “normali” e fanno tremare le pareti e le suppellettili. DEGRADE_photo_2
Alla loro opera prima girata in Giordania, per le difficoltà che ancora si incontrano a Gaza per fare un film, con un piccolo budget e con un tempo ristretto di poco più di tre settimane per effettuare le riprese, i fratelli Abunasser hanno costruito un’opera che piace per la sottile dialettica che continuamente si intravede tra la voglia di normalità e le continue irruzioni della guerra e delle sue conseguenze. In realtà è proprio questo il tema fondamentale del film, che ha ricevuto ottima accoglienza a Cannes al Festival di Toronto e in altre manifestazioni in Europa. E che anche ieri sera a Firenze, al termine della proiezione, è stato salutato con un sentito e sincero applauso.

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