“Eyes of a thief” (Pal. 2015) di Najwa Najjar

Atmosfera da thriller in Palestina

 

(marino demata)  Najwa Najjar è una regista proveniente dal mondo della pubblicità e dei film corti, dei quali a lungo è stata una cultrice. Esordisce nel lungometraggio di fiction nel 2009 col film “Pomegranates and Myrrh”, che suscita larghissimi consensi  nei ben 80 festival internazionali ai quali viene invitato, raccogliendo 10 importanti premi.  E’ la storia di una ballerina palestinese che difende la sua terra dopo che suo marito è inviato in una prigione israeliana.
La sua seconda opera, che abbiamo visto in anteprima a Firenze come film conclusivo del bel Festival Middle East Now, “Eyes of a thief” è, come la prima, esplicitamente politica. Il cinema di Najjar infatti non ci presenta metafore o ambiguità, ma va diritto allo scopo, che è quello poi di mostrare e denunciare il disaggio del suo popolo e della sua terra, stretti entrambi in una striscia di terra di appena 350 km quadrati e da un muro che, quello si, è la metafora vivente di una assurda situazione di oppressione e di morte.Eyes1
La storia prende le mosse dalla Seconda Intifada ed è basata su una vicenda realmente accaduta: siamo nel 2002 e il protagonista, Tareq (il bravissimo attore egiziano Khaled Abol Naga), ritornato di sera dal suo lavoro a Nablus, trova il villaggio circondato da soldati israeliani che lo feriscono mentre cerca di raggiungere la moglie e la figlia. Ma c’è un scontro a fuoco e alcun soldati israeliani vengono uccisi. L’attentato stranamente non sarà mai rivendicato.  Tareq riesce a nascondersi  in un convento di suore, ma viene ugualmente catturato dall’esercito israeliano. Resterà in prigione per 10 anni.
Dopo questo flashback, l’azione del film riprende nel 2012, allorché Tareq fa ritorno nel suo villaggio principalmente con lo scopo di ritrovare Nour, la propria figlia. Trova una realtà completamente diversa da come la aveva lasciata 10 anni prima. Come ingegnere idraulico non gli è difficile trovare presto un buon lavoro alle dipendenze però di un personaggio ambiguo, di cui smaschererà il doppio gioco: l’acqua proveniente da Israele, pagata a prezzo alto dai Palestinesi, in realtà è stata deviata con nuove condutture a beneficio dei nuovi insediamenti israeliani in terra palestinese.  Tareq riesce a smascherare il suo datore di lavoro in una sequenza molto concitata che ricorda il genere western!

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Il film, molto ben girato, ha i tratti che potremmo definire del thriller politico-sociale e l’azione e la progressiva scoperta, come per accumulazione, delle prove contro i misfatti e il doppiogiochismo del datore di lavoro di Tareq sono come un gioco ad incastri che, pur nello specifico di un singolo episodio, lasciano speranze che non tutto debba andare per il verso sbagliato per un popolo in continua sofferenza.
Una parte della critica ha definito questo film inferiore all’opera prima della regista, quel “Pomegranates and Myrrh”, che aveva spopolato in molti festival. Si può eccepire però che “Eyes of a thief” è stato candidato agli Oscar quale migliore film straniero, il che non è poco. Noi riteniamo che abbia pesato, sul giudizio non del tutto positivo di una parte della critica, il fatto che il film ha scontentato nello stesso tempo  israeliani e palestinesi: i primi accusano il film di fare l’apologia di un assassino, i secondi perché ritengono che il personaggio femminile (interpretato dalla brava cantante algerina Souad Massi) non sia ben delineato ed abbia una personalità molto instabile sul piano sentimentale.Eyes4
Al termine della proiezione si è discusso a lungo del film con la regista e con i due attori principali, Khaled Abol Naga e Souad Massi.  L’incontro col pubblico è stato di grande interesse: sono emerse tutte le difficoltà nella lavorazione del film, girato interamente in Palestina: a partire dai ben 40 giorni per avere tutti i permessi! Difficoltà ha incontrato anche l’attore principale per la non conoscenza della lingua palestinese e per la presenza di un notevole numero di dialetti che hanno reso più difficile l’apprendimento linguistico, col rischio di rendere meno credibile il personaggio di Tareq, se non fosse stato per la sua bravura e il suo impegno .
In ogni caso riteniamo che il nascente cinema palestinese, di cui abbiamo visto al Festival di Firenze alcune opere significative, assolva oggi ad una importante funzione: quella di far scoprire all’occidente le difficoltà e le sofferenze di un popolo alle prese con mille problemi, spesso attraverso  opere che suscitano interesse anche per il linguaggio cinematografico pur nella carenza di sufficienti mezzi tecnici e con le evidenti difficoltà produttive. L’importante è che registi come Najwa Najjar non ne escano scoraggiati, ma al contrario intendano, come dichiarato dalla regista, andare avanti sulla difficile strada intrapresa.

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