“I, Daniel Blake” (UK 2016) di Ken Loach per “Cannes a Firenze”

Lo Stato tradisce il patto coi cittadini

(marino demata) Si è aperta ieri sera  la terza edizione di “Cannes a Firenze” con una grande serata di cinema: un’affollata proiezione in anteprima all’Odeon del vincitore del recente Festival di Cannes , “I, Daniel Blake” di Ken Loach.
Di “I, Daniel Blake” si è già molto parlato in occasione dell’assegnazione della Palma d’oro a Cannes. E tuttavia non può  tralasciarsi l’occasione dell’anteprima di ieri sera, rigorosamente in lingua originale sottotitolata, per più meditate riflessioni su questo ennesimo bellissimo film del grande regista inglese.I, Daniel Blake
Quando nel 2014 Ken Loach si presentò a Cannes col suo  Jimmy’s Hall, dichiarò che quella sarebbe stato il suo ultimo film. Per fortuna i suoi amici e il produttore lo hanno convinto a spostare l’appuntamento con i titoli di coda della sua folgorante carriera e a mettersi di nuovo dietro la macchina da presa per questa ennesima opera. Nel caso che il convincimento non avesse sortito alcun effetto, saremmo stati privati di “I, Daniel Blake”, e cioè di una delle opere più raffinate ed equilibrate del regista, che non a caso ha sbaragliato tutti gli altri concorrenti alla vittoria finale del festival di Cannes 2016.
L’intero film si svolge a Newcastle, al nord dell’Inghilterra, ove Daniel, un 59enne carpentiere, vive da solo dopo la morte della moglie e viene colto da un brutto infarto, dopo il quale i suoi medici gli vietano assolutamente di continuare a lavorare. Qui comincia la sua odissea, presentataci dal regista fin dai titoli di testa, alle prese con uffici, moduli, personale cinico e assolutamente inadatto a fornire assistenza, per ottenere un sussidio statale per malattia grave. E’ bene dirlo che si tratterebbe di uno degli ultimi brandelli di stato sociale che l’Inghilterra è teoricamente in grado di fornire. E probabilmente proprio per questo l’accesso a questo genere d sussidi è così complicato da potersi considerare già quasi annullato di fatto. Per giunta abbiamo appreso con stupore, dalle sequenze del film, che preposti alla istruttoria di tali pratiche non sono uffici dell’Assistenza statale, ma ditte private a cui lo Stato ha pensato di delegare tali delicatissimi compiti.I, Daniel Blake4
Certo di fronte a tali gravi decisioni, e aggiungiamo di fronte anche ai reiterati tentativi qui a casa nostra di smantellare, pezzetto dopo pezzetto, elementi essenziali di stato sociale, non può non ritornarci la domanda di fondo: ma cosa è o dovrebbe essere uno Stato? A quale funzione dovrebbe assolvere? Se riflettiamo su quello che accade a Daniel Blake (e a quello che accade o  si tenta di far accadere anche a casa nostra) dovremmo affermare che è stata completamente tradita non solo l’ispirazione dei grandi filosofi del Giusnaturalismo, ma anche la base fondante delle grandi costituzioni occidentali. Per tutti questi e questa la prima e basilare funzione dello Stato è quella di tutelare gli interessi, i bisogni e la vita stessa dei cittadini. Per questo esiste lo Stato. Per questo i cittadini hanno ritenuto utile delegare diritti, altrimenti direttamente propri, ad un organismo che li rappresenti in tutto e per tutto.
Eppure, purtroppo, dobbiamo affermare senza tema di smentita che quei principi sono stati completamente traditi. Lo Stato stesso ha tradito il patto attraverso il quale esso è idealmente nato. Un patto stipulato con tutti i cittadini, che quindi in ogni momento avrebbero il diritto di riappropriarsi di quei diritti che ad esso hanno delegato e che invece vengono esercitati “contro” di loro e non “per” loro.I_daniel_blake2
Solo se teniamo ben presenti quei principi ed il contesto storico attraverso i quali sono maturati, possiamo comprendere che i tanti Daniel Blake presenti in Italia, nel resto d’Europa, nella stessa Inghilterra (Ken Loach ci ha detto che ce ne sono circa 2 milioni!) sono  vittime di un grave tradimento e di una gravissima ingiustizia. Lo Stato dovrebbero essere loro stessi, dovrebbe essere solo  un Ente da loro delegato per tutelare i propri bisogni. Ma non è più così e, attraverso la burocrazia, e gli apparati privati a cui sono state delegate importanti e delicate funzioni, stritola, ferisce e uccide  i cittadini più deboli, cioè quelli che più avrebbero bisogno di protezione e assistenza.
Fino a  creare situazioni paradossali: in attesa dell’esame della domanda di sussidio per malattia, gli uffici impongono a Daniel comunque di cercarsi un lavoro, anche se il lavoro è qualcosa che il malatissimo Daniel non potrà mai più affrontare. Ma questo lo stabilirà poi l’apposita commissione – dicono i solerti impiegati – nel frattempo non dovrà mai più cessare la ricerca del lavoro, pena la sospensione di ogni possibilità di sussidio fino a tre anni!
Nel pieno di tale situazione kafkiana fino all’inverosimile, Blake conosce Daisy,una madre di due figli che a sua volta dopo decine di domande è riuscita ad ottenere una  casa popolare:ma lei ha sempre vissuto a Londra e la casa che lo Stato le ha “elargito” si trova lì a Newcastle! Anche in questo caso siamo al paradosso! Loach ci fa a questo punto capire che agli “ultimi” puoi togliere tutto, ma non puoi togliere quel senso di profonda solidarietà e di aiuto reciproco  che sta alla base di ogni reazione contro il potere cieco degli apparati statali. E ce lo fa capire non soltanto attraverso l’amicizia che si crea  tra Daniel e Daisy, ma anche attraverso una scena emblematicamente metaforica, allorchè, preso dalla collera e dalla disperazione, Blake imbatta i muri con una bomboletta e scrive di esser in attesa di un colloquio per il suo sussidio. E scrive I, Daniel Blake…appunto, suscitando la spontanea solidarietà di tanti passanti che lo eleggono ad eroe del giorno.I-daniel-blake-690x432
Tra i tanti meriti di Loach aggiungiamo che attraverso questo film gli ci fa comprendere che lo smantellamento dello stato sociale, iniziato con la Tatcher (chi non ricorda i tanti film fortemente polemici nei confronti dei provvedimenti della Lady di ferro?), è purtroppo andato avanti con tutti i suoi successori, compreso il sedicente laburista Tony Blair, che da anni tenta di presentare il libro delle sue memorie nei più vari book-store di ogni angolo della Gran Bretagna senza riuscirci, perché,  ovunque sia annunciato un tale evento, si scatenano sommosse popolari che consigliano le forze dell’ordine di annullarlo per motivi di ordine pubblico.
La storia narrata in “I, Daniel Blake” è di per sé fatta per commuovere. Ma c’è da dire che sicuramente non è nelle corde di Ken Loach suscitare commozione. Al contrario. Qui il suo stile è come sempre oggettivamente asciutto, senza concedere nulla alla lacrima facile o a sentimentalismi  improvvisi. Non è questo il suo scopo. Loach vuole prendere per mano lo spettatore e fargli conoscere le ingiustizie e i soprusi della realtà del nostro tempo. Più che rivolgersi al cuore si rivolge alla ragione. Non vuole suscitare commozione, ma casomai indignazione. Quel sentimento da cui bisogna partire per ragionare e conoscere meglio la realtà e poterla contestare. E lottare per cambiarla.

 

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