La morte di Giuseppe Ferrara – Il suo cinema è un focus sui misteri d’Italia

L’aspra lite giudiziaria con la Fallaci

 

(marino demata) Un altro grande del cinema italiano ci ha lasciati: Giuseppe Ferrara. Di quel grande cinema italiano che sembrava quasi inconcepibile se avesse ignorato la realtà del nostro Paese, se non avesse lanciato messaggi inequivocabili di denuncia e di cambiamento. E che perciò era “grande” proprio perché si distingueva dalle pellicole di puro e semplice intrattenimento.
La grande maggioranza dei film di Ferrara rientrano infatti nel genere dei “Film inchiesta”, di cui era maestro indiscusso Francesco Rosi. Ma lo stesso Ferrara firmò pellicole di corrosiva denuncia spesso molto imbarazzanti per il “potere”, perché nate dopo attente ricerche e collaborazioni molto professionali nella ricerca della verità. E appunto la verità è stata la finalità principale del suo cinema per ciò stesso rivoluzionario, essendo Ferrara pienamente d’accordo con Gramsci che “la verità è sempre rivoluzionaria”.
Proprio per queste caratteristiche Ferrara alterna documentari a fiction che in realtà sono i prolungamenti dei suoi documentari, avendo stile, sostanza e contenuti aderenti alle realtà che vuole descrivere e denunciare.Cento gionri a Palermo
La commistione tra film e documentario è visivamente evidente nella sua opera di esordio, “Il sasso in bocca”, sulla nascita e sviluppo della Mafia in Italia, ove le parti fiction si alternano con stralci da immagini di repertorio.
Affina successivamente il suo stile e realizza opere di grande impatto sia politico che drammatico, comprendendo anche l’importanza di utilizzare grandi attori capaci di interpretare nel modo più professionale possibile gli snodi più intricati e misteriosi della storia italiana.
E così troviamo nel bellissimo “Cento giorni a Palermo”(1984)  Lino Ventura calarsi perfettamente nel personaggio di  Carlo Alberto dalla Chiesa, avendo anche come comprimari attori del calibro di Arnoldo Foà, Giuliana De Sio e Stefano Satta Flores.Il caso moro
Con “Il caso Moro” (1986) forse tocca il punto più alto del suo cinema di inchiesta, anche per merito della splendida e ormai celebre interpretazione di Gian Maria Volontè, diventata per molti versi esemplare.
Prosegue negli anni successivi il suo lavoro di scavo nei misteri d’Italia con opere importanti come Giovanni Falcone (1993) interpretato da un ispirato Michele Placido e con Giancarlo Giannini nella parte di Borsellino. E tra queste non  possiamo non ricordare “I banchieri di Dio – Il caso Calvi”(2002), un film al quale Ferrara pensava da molti anni e che ha realizzato tardi perché ha trovato numerosi e ostacoli soprattutto politici, trattandosi della torbida vicenda del Banco Ambrosiano. Troppo tardi per farlo interpretare, come Ferrara stesso aveva stabilito, da Gian Maria Volontè,  che nel frattempo era purtroppo morto. Il film fu comunque un successo e fece scalpore. Ferrara si avvalse in ogni caso di un cast di tutto rispetto, da Omero Antoniutti a Giancarlo Giannini, da Alessandro Gassman a Rutger Hauer.
i banchieri di dioOstacoli ci furono comunque non solo nel corso della gestazione del film, durata quasi 15 anni, ma anche nel corso della lavorazione, per interventi della magistratura, essendo l’inchiesta “Banco Ambrsiano” all’epoca ancora aperta. Ed anche dopo la sua uscita la pellicola fu posta per un periodo sotto sequestro.
Il cinema di Giuseppe Ferrara si focalizzò anche su importanti episodi accaduti in altre parti del mondo attraverso sia documentari, sia fiction. Vogliamo solo ricordare un episodio singolare: Ferrrara decide di girare una miniserie per la TV su Panagulis, subito dopo la sua morte (diventerà poi il fim per le sale di 90’: “Panagulis vive”). Dopo i permessi ricevuti, tra i quali quelli della famiglia dell’eroe greco, Ferrara contatta per una consulenza Oriana Fallaci, che aveva portato Panagulis in Italia, e su di lui aveva scritto il libro “Un uomo”. Panagulis
Il trattamento del film fu da Ferrara registrato e pubblicato prima della sua lavorazione, ma esso suscita una violenta reazione della Fallaci che, come ancora oggi è possibile rileggere nell’articolo di Repubblica del 1997, viene commentato da Ferrara così: “lo riempie di note negative, sottolineando che le cose che scrivo ‘sono orribili’ e la ricostruzione dei fatti ‘è tutta sbagliata’ ”
Non basta: l’articolo di Repubblica ricorda che quando il film è già stato girato ed è in fase di montaggio arriva una richiesta di sequestro da parte della Fallaci per plagio del suo libro. Ne nasce una causa penale intentata da Ferrara alla Fallaci per diffamazione ed una causa civile che si concluderà con la condanna della scrittrice a risarcire a Ferrara 50 milioni di danni.

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