“Locke” (UK 2013) di Steven Knight – Un thriller / road movie imprevedibile

Sabato 23 luglio ore 20.45 al Giardino del Cenacolo
via San Salvi, 14 – FI

(marino demata) “Locke”, del regista inglese Steven Knight, è stato unanimemente riconosciuto come il vero evento del Festival di Venezia di due anni fa. A tal punto che il rimpianto di tutti, noi compresi, è che il film è stato presentato fuori concorso, altrimenti avrebbe sicuramente vinto un premio importante, probabilmente il Leone d’oro!
Il film infatti si fa apprezzare innanzitutto per la originalità, per la compattezza, per la storia, il cui svolgimento, per ciò che concerne la vita del protagonista, viene improvvisamente modificata e sconvolta da due fattori fondamentali: uno imponderabile ed esterno ad ogni volontà e previsione, vero e proprio destino inaspettato, e l’altro legato invece alle scelte del protagonista, Ivan Locke (un ispirato Tom Hardy).
Ivan Locke è un personaggio che vive nel mondo del lavoro: lavora da nove anni e fa il capocantiere di una importante ditta di costruzioni inglese che ha la sua sede principale a Chicago. L’indomani dovrebbe essere assolutamente presente al cantiere per l’inizio della colata di cemento più importante della sua carriera, per costruire il più grande Locke 1edficio mai edificato in Europa. Ha moglie e due figli che quella sera stessa lo aspettano a casa come sempre e in questo caso per seguire la partita di calcio della squadra del cuore. L’evento inaspettato è un telefonata da parte di una certa Bethan, che il destino vuole che avvenga proprio alla vigilia dell’evento più importante della sua vita lavorativa. Locke ha conosciuto la non più giovanissima Bethan sette mesi prima, nel corso di una trasferta a Londra: una serata insieme, qualche bicchiere di troppo e la successiva scoperta della donna di essere incinta di lui e il rifiuto di abortire, al fine di dare un senso alla propria vita e alla propria solitudine. Bethan telefona dall’ospedale: il bambino dovrebbe nascere durante la notte di sette mesi. E qui interviene la scelta consapevole del protagonista. Di fronte all’alternativa di lasciar partorire da sola la donna che ha visto una sola volta in vita sua oppure di assistere alla nascita del bambino e quindi non rientrare a casa quella sera e non dirigere l’indomani mattina il lavoro più importante della sua vita, non esita a scegliere la seconda ipotesi. Prevale in lui un alto senso morale e una sorta di rivalsa verso il padre, ormai morto, che i figli li ha abbandonati senza esitazioni.
Da qui prende le mosse il più imprevedibile road-movie della storia del cinema contemporaneo: per novanta minuti vediamo solo il volto del bravissimo Tom Hardy all’interno dell’abitacolo della sua auto viaggiare dalla città ove risiede (Birmingham?) sull’autostrada che conduce a Londra, all’ospedale ove è ricoverata Bethan. I collegamenti col resto del mondo sono assicurati dal telefono viva voce incessantemente in azione. Con queste premesse “Locke” potrebbe trasformarsi facilmente in un film claustrofobico, ma non lo diviene mai. Lo spettatore non ha il tempo di provare tale sensazione, tanto incalzante è la dinamicità degli eventi che si susseguono al telefono e la loro implicita spettacolarità. Ivan viole dire la verità a tutti per sua ulteriore scelta morale e non inventare alcuna scusa. Al responsabile inglese del lavoro dirà che l’indomani mattina non sarà al cantiere: ha dato istruzioni ad un suo collaboratore perché provveda a tutto e questo già implica una serie innumerevole di telefonate. Alla moglie, alla quale mai nulla aveva detto della sua unica avventura extra-coniugale della sua vita, confesserà la vera causa della sua assenza quella sera: ed anche questo avviene con un susseguirsi di telefonate che chiamano in causa anche i due preoccupatissimi figli. Ironia della sorte: Locke3novanta minuti di autostrada di Ivan, lavoratore modello nel campo delle costruzioni, portano alla demolizione della sua vita. Gli viene comunicato di essere stato licenziato in tronco per la sua diserzione dell’indomani mattina e dalla moglie di non volerne mai più sapere di lui, perché “la differenza tra mai e una sola volta è la differenza tra il bene e il male”. La distruzione del suo lavoro e del suo matrimonio non lo fanno recedere dall’impegno che ha preso con se stesso: vedere il bambino e dargli il suo nome. Anche se il prezzo da pagare è altissimo!
Girato dunque in tempo reale, assistiamo ai 90 minuti della corsa notturna di Ivan Locke sull’autostrada inglese. Niente effetti speciali, solo due camere una esterna e l’altra interna all’abitacolo dell’auto, praticamente appiccicate al suo volto per l’intera data del film. Nessun altro attore visibile oltre Tom Hardy. Degli altri attori sentiamo solo le voci al telefono e comprendiamo che sono comunque bravissimi (almeno nella versione originale inglese). Dopo alcune giornate di prova i regista ha girato l’intero film 8 o 9 volte in altrettante serate di seguito, scegliendo poi i “pezzi” riusciti meglio e ricomponendo in tal modo il film.
Alla fine va detto che “Locke” è uno dei pochissimi film che rispetta in pieno le famose canoniche “unità” aristoteliche, illustrate dal filosofo greco nel famoso saggio sulla Tragedia: l’unità di tempo (film girato in tempo reale: dura quasi 90 minuti e tali sono i minuti reali della folle corsa in auto a cui assistiamo), unità di luogo (tutto avviene all’interno dell’auto di Ivan: nessun altro luogo viene mostrato), unità di azione (l’intero plot è compatto e finalizzato all’impegno assunto da Ivan Locke). locke-tom-hardy-1
Dunque un impegno riuscito ed una scommessa vinta da parte del regista Steven Knight, alla sua seconda regia, in un’opera di ben altro spessore rispetto al film di esordio,” Redemption”. Ricordiamo anche che il regista inglese si era fatto apprezzare anche come ottimo sceneggiatore per registi del calibro di David Cronenberg e Stephen Frears, rispettivamente per film di primaria importanza come “La promessa dell’assassino” e “Piccoli affari sporchi”.
Eppure tra i mille elogi che hanno circondato il suo “Locke” troviamo anche qualcosa di meno convincente: le esigenze del regista di dare un alto senso di spettacolarità alla corsa in auto di novanta minuti, concentrando in essi tutte le telefonate e comunicazioni possibili nella loro drammaticità, portano il personaggio di Locke a far confessare alla moglie il suo tradimento per via meramente telefonica. Il buon senso porterebbe chiunque a chiedersi: perché questo delicatissimo passaggio non è avvenuto qualche mese prima? E soprattutto perché per telefono e non da vicino, magari il giorno dopo? Chiunque non avrebbe affidato al telefono una comunicazione così delicata, da meritare certamente di essere discussa da vicino. Locke invece ne parla al viva voce come se si trattasse di una qualsiasi ordinaria comunicazione e aggiunge: “ne riparliamo domani in ristorante e vediamo il da farsi.” Ovvio che di fronte a questo atteggiamento veritiero ma ingenuo la reazione della moglie è dapprima lo sgomento e poi, in una successiva telefonata, dopo essersi consultata con la sorella, avviene la inevitabile comunicazione che il matrimonio e la famiglia sono finiti.
Questa osservazione nulla toglie alla piena validità di un film che per molti versi stupisce in senso fortemente positivo. La reazione della moglie la avranno certamente resa simpatica al partito dei pro-family. Eppure è difficile non simpatizzare per Ivan Locke: tutta la vita gli crolla addosso in 90 minuti, per far fronte ad una propria scelta di onore e di onestà. Tra l’altro la simpatia che ispira è accentuata dal mutarsi delle espressioni del volto, di segno sempre positivo e accattivante: dalla fiducia in quello che sta facendo, alla fatica anche fisica per quello che subisce per via telefono, dai momenti di serenità a quelli di ira, con un alternarsi di azoni e reazione che mettono in mostra tutta la bravura di Tom Hardy, anch’egli impegnato qui in una prova superiore alle precedenti. Lo conoscevamo tra gli interpreti principali nel bel film “Lawless” di John Hillcoat e ne “Il cavaliere oscuro” di Christopher Nolan. Ma sicuramente con Locke l’attore dà il meglio di sé. Restare da solo per 90 minuti sullo schermo offre indubbiamente una grandissima opportunità, che un attore può sfruttare al massimo se ha stoffa e grandi capacità interpretative. Ed è appunto il caso di Tom Hardy.
Infine il film offre uno spaccato del nuovo mondo delle comunicazioni, senza il quale la sceneggiatura non avrebbe alcun senso: dai display digitali, agli squilli e annunci grafici che precedono le nuove telefonate in entrata. Un mondo questo ben sfruttato dal regista, per dare un senso di ulteriore oppressione e stress per quell’eroe del nostro tempo che risponde al nome di Ivan Locke.

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