“L’ inferno” (FR 1993) di C. Chabrol: Nel labirinto della mente – La nostra recensione

Mercoledì 3 agosto ore 20.45  al Giardino del Cenacolo in via san Salvi, 14 – Firenze

 

 


(marino demata) Nel 1993 Claude Chabrol viene tentato dal lavorare su un film che già era stato  iniziato ma mai portato a termine trenta  anni  prima, nel 1964. Il regista di quel film incompiuto era Henry George Cluzo
t,  l’eccellente autore de “I diabolici” e di tanti altri capolavori del genere thriller (e non solo). Il film era interpretato da una coppia di attori straordinari, Romy Schneider e Serge Reggiani. Purtroppo i mali fisici del regista e il peggioramento delle sue condizioni di salute gli impedirono di portare a termine il lavoro iniziato e già a buon punto.
Claude Chabrol, pur non potendo fare leva su una coppia di attori così bravi come la Schneider  e Reggiani, fa del suo meglio per imprimere alla coppia  che ha a disposizione, Emmanuelle Beart e François Cluzet quella verve e quella carica indispensabile per rendere a pieno le tinte del “colore della menzogna” (per parafrasare il titolo di un altro dei suoi capolavori). E ci riesce pienamente col personaggio di Neilly: Emmanuelle Beart è infatti capace di catturare l’interesse dello spettatore non solo per la sua provocante bellezza, ma soprattutto per l’ambiguità che riesce a conferire al suo personaggio, disponibile, maliziosamente aperta e fin troppo gentile soprattutto con l’altro sesso. Non è impossibile che una donna che abbia queste caratteristiche, di fronte magari ad un uomo più intraprendente, possa approdare al tradimento. Non è impossibile. Ma non è neanche certo.L'inferno 1
E invece il personaggio maschile, suo marito Paul, un François Cluzet meno ispirato della Beart, con una recitazione talvolta sopra le righe, va gradatamente maturando la convinzione che Neilly lo tradisce.
Paul aveva fatto grandi sacrifici per aprire un’attività turistica in campagna. Un albergo e ristorante a conduzione famigliare con il supporto di alcuni buoni impiegati. Partita l’impresa, si era sposato con
Neilly dalla quale aveva avuto un figlio. Ma, date le caratteristiche della sua donna sopra descritte e il modo  decisamente troppo disponibile di trattare clienti e collaboratori dell’albergo, va gradatamente coltivando dentro di sé un sentimento di acuta gelosia, che presto si trasformerà in un vero inferno. Quello che appunto dà il titolo al film.
Il centro turistico gestito da Paul e sua moglie  si trova in una pittoresca località, vicino ad un lago, nei pressi dei Pirenei.  Chabrol è bravissimo nel trovare, come sempre, una ambientazione in un piccolo  centro di provincia, dal quale l’albergo dista pochi chilometri e che potrebbe essere, nell’immaginario del gelosissimo marito, il luogo di incontri di sua moglie con l’indiziato numero uno: Martineau, intraprendente meccanico della struttura turistica. Una volta Chabrol ebbe a dire che alcune storie devono preferibilmente essere ambientate in provincia, dove puoi sempre trovare, se muovi qualche pietra, un nido di vipere nascoste.
Paul aveva già delle preoccupazioni  sulla fedeltà della moglie, che gli sembrano clamorosamente confermate allorchè la scopre in compagnia di Martineau in un stanza buia a vedere delle diapositive. Questo basta per fargli salire qualche altro gradino sulla scala della gelosia, anche se in realtà in quella stanza non ha scoperto nulla di eclatante o di grave, se non appunto due persone che guardano delle diapositive.L'inferno3
In ogni caso Chabrol lavora di fino sul personaggio maschile e in gran parte del film vuole mostrarci, riuscendoci pienamente, l’accumulazione dei progressivi convincimenti sulla infedeltà della moglie, che gradatamente minano alla base la psiche di Paul. E’ proprio questa progressiva defaillance della sua psiche, aggravata dall’uso sempre più smodato dell’alcool e dei sonniferi, che sospinge a tale livello la gelosia del protagonista da abbattere il diaframma tra realtà e immaginazione. A tal punto che Paul finisce per vedere anche quello che non c’è nella realtà, ma solo nella sua mente sconvolta.
Tutto questo prescindendo da fatto che Chabrol ci lascia comunque qualche dubbio su
Neilly e sulla piena fedeltà e dedizione al marito. Ma il punto vero non è questo. Perché il regista non ci lascia invece alcun dubbio sulla progressiva perdita del senso della realtà di Paul e sullo smarrimento della propria ragione.  Che è proprio il tema che interessa al regista e che dà il senso a queso film. Insomma in questo film Chabrol non ci prende per mano, come spesso fa, accompagnandoci alla scoperta dell’assassino. Qui non ci sono assassini né assassinati. Ma c’è l’inferno della mente causato da una gelosia smodata e patologica, che porta alla fine alle azioni più inconsulte e irrazionali. Dramma dunque soprattutto psicologico, degno del miglior Hitchcock, soprattutto sulla vulnerabilità della psiche umana.
E la conclusione non porta a nessuna banale scoperta. Non è questo l’interesse del regista. Non è questo lo scopo del film, che è invece essenzialmente il racconto di una tragitto disperato della mente umana. “Sans fin”, come Chabrol ci dice nella scena conclusiva!

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