“Camera buff” (“Il cineamatore”) (Pol. 1979) di K. Kieslowski – La nostra recensione

Un atto di amore verso il cinema. E tanto di più.


(marino demata) Quando girò “Camera buff”, meteoricamente apparso in Italia col titolo di “Il cineamatore”, Krzysztof Kieślowski era reduce da una lunga serie di film corti, documentari e brevi film TV e  soltanto da un unico film di fiction, il primo ad essere visto nelle sale, Blizna (La cicatrice). Un film,quest’ultimo che non lasciò il segno. Con “Camera buff” siamo decisamente di fronte ad un’opera di ben atro livello, che segnerà una svolta nella carriera del regista polacco.

Il film viene costruito attraverso un soggetto ricco di riflessioni filosofiche e una bella sceneggiatura curata da Kieslowski e dallo stesso interprete del film, Jerzy Stuhr.Camera buff 2
Filip Mosz ci appare subito, nelle sequenze iniziali, come un marito affettuoso, preoccupato delle doglie della moglie che darà alla luce una bambina. Festeggerà l’evento alla maniera polacca, offrendo a tutti gli amici laute bevute di vodka. Filip ha una bella casa e una certa agiatezza rapportata agli standard della società polacca dell’epoca. Tra l’altro non è da trascurare che il momento storico è abbastanza propizio, rispetto al passato: i salari stanno aumentando e certe maglie del regime sembrano allentarsi.
Filip può permettersi di acquistare un oggetto che segnerà una svolta e il destino della sua vita: una cinepresa fabbricata in Unione Sovietica che gli costa l’equivalente di circa due mesi di salario. L’innocente scopo iniziale è quello di filmare mese dopo mese la crescita della sua bambina. Filip ne parla a tavola con gli amici, mostrando ad essi come funziona. In tal modo, significativamente,  le prime immagini filmate sono la ripresa di qualche istante di un concerto per piano ripreso dalla TV. “Come suona bene”, afferma Filip alla fine del concerto ripreso con la propria camera. Segno qui inequivocabile della passione di Kieslowski  per la musica classica, che lo porterà in futuro a grandi sodalizi artistici con importanti compositori per le musiche dei suoi film, tra i qual ricordiamo il grande musicista polacco Zbigniew Preisner, che alla morte de regista comporrà “Requiem for my friend”.
Ma la breve battuta di Filip sulla musica cosa è altro se non un primo segnale che il personaggio del Cineamatore è il vero e proprio alter-ego del regista? Camera buff
L’innocente hobby di Filip non può passare inosservato e sarà “intercettato” dai dirigenti del suo posto di lavoro, che gli propongono di filmare un importante evento: la cerimonia celebrativa del venticinquesimo anniversario della nascita dell’azienda, con la presenza di molti pezzi grossi. Non solo. Matura anche l’dea di creare una sorta di club del cinema. E alle obiezioni dello stesso Filip: “Abbiamo già un club del teatro ma non funziona bene”, i dirigenti, anche qui significativamente, gli obiettano: “Stavolta funzionerà. Il cinema è l’arte più importante!”, come affermato addirittura da Lenin! E forniscono a Filip un bel cavalletto e la pellicola.
Nel corso della celebrazione succedono due fatti importanti, in certo senso premonitori di futuri problemi per Filip: la moglie Irka non appare contenta dell’entusiasmo che sembra rapire il neo-cineamatore. Dopo tutto la cinepresa non era stata acquistata per filmare la propria bambina ogni mese? E inoltre in una pausa delle celebrazioni Filip viene preso dalla frenesia di filmare anche ciò che in quel momento accade nella realtà e che nulla a che vedere con l’evento celebrativo: una donna delle pulizie al lavoro, un uccello che vola vicino alla finestra. Insomma, come dirà poi, “tutto quello che si muove”.  Sono due eventi apparentemente insignificanti, ma contemporaneamente sono il segno di problemi  in famiglia e sul lavoro.Camera buff4
Inizialmente i dirigenti sono contenti del “girato” di Filip, ma vorrebbero anche un commento che accompagni e immagini. Filip/Kieslowski obietta però che le immagini parlano da sé! E poi vorrebbero l’eliminazione di alcune scene, compreso quella considerata inutile, dei piccioni vicino alla finestra. E’ già metafora dell’artista che si scontra con la censura?
La nuova passione inghiotte il nostro protagonista: “bisogna andare spesso a vedere  dei film”.  Non basta: Filip divora libri di cinema con fotografie. Lo scopriamo a leggere una pagina dedicata al cinema di Ken Loach!  La sua dedizione al cinema e la sua bravura varcano i confini della sua azienda. I suoi dirigenti ne hanno parlato col settore cultura del Partito e Anna, una dirigente della Federazione del Cinema Amatoriale, gli offre la possibilità di partecipare ad un Festival per un film sul mondo del lavoro. Il nostro Filip vince il terzo premio, in un contesto di film brutti e convenzionali. Si rende conto però che col cinema bisogna parlare delle persone e della vita reale. Proprio come aveva fatto all’inizio, quando, per fare un piacere all’amico Piotr, lo aveva ripreso mentre salutava la madre.  Quando questa muore Piotr chiede a Filip di rivedere il film con le immagini della madre. E’ una esplicita sottolineatura che il cinema è occhio e suo  prolungamento ed è memoria. Perciò Piotr, toccando la pellicola, esclama: “una persona muore…però vive qui dentro”.
Molti registi si sono cimentati a girare film sul cinema, spesso sul proprio cinema. Inevitabilmente.  Generalmente questo accade ad un certo punto della carriera di un regista. Magari verso la fine. Viceversa Kieslowski vuole fare i conti col cinema proprio all’inizio della sua carriera. Creando un personaggio che è nient’altro che se stesso, con le sue passioni e i suoi dubbi.Camera buff5
In questo senso il film è innanzitutto un commovente atto d’amore di Kierslowski nei confronti del cinema. Ma contemporaneamente è anche una presa d’atto di come la passione che nasce dall’avere in mano una cinepresa possa essere talmente totalizzante da modificare la vita di un uomo, le sue abitudini, la sua vita famigliare. La passione per il mestiere di regista fagocita ogni altro aspetto della vita privata. Nulla sarà più come prima per Filip, a mano a mano che questi si inoltra nel suo lavoro e nelle problematiche tecniche e contenutistiche del fare cinema. La tranquillità della vita famigliare non basta più. Irka, la moglie di Filip, non riesce a cogliere il senso dei cambiamenti intervenuti nella vita del marito e paradossalmente finisce con augurarsi il suo insuccesso.
Ma il film è anche la storia delle difficoltà che incontra il protagonista nei confronti della censura e dei convenzionalismi. Una censura non violenta, ma discreta. E pur sempre censura. Il direttore della fabbrica ove lavora Filip appare una persona bonaria, che più che imporre divieti, sembra piuttosto elargire degli utili consigli fondati sull’opportunismo. Ma quando il percorso ideale di Filip passa dal filmare le cerimonie di facciata alla ripresa della realtà dalle mille sfaccettature, allora si apre inevitabilmente un conflitto col potere. Filip ne parla con Krzysztof Zanussi, che nel film interpreta se stesso. In occasione della proiezione del suo “Colori mimetici”, Filip si lamenta dei tentativi di censura che subisce.: “Mi controllano le sceneggiature”. E il grande regista risponde: “C’è sempre qualcuno che controlla le sceneggiature. Anche le mie.” Sotto questo aspetto il film è dunque la lotta per l’affermazione della libertà della cultura e del cinema contro ogni interferenza del potere.
Il vero problema per Filip/Kieslowski è l’dea di cinema, che non ammette compromessi. Questo perché, e Filip lo rivendica più volte, il cinema deve rivolgersi alla realtà. Suo compito è filmare la realtà, anche quella che non si vede. Fin dall’inizio alla moglie che vorrebbe pettinare la sua bambina perché venga meglio nel film, Filip risponde che non è il caso che si metta in posa: “Questa bambina è più commovete così, quando si agita, grida e piange.” E poi, ai margini della celebrazione del venticinquesimo anniversario della fabbrica che sta filmando, si sofferma con la camera su degli uccelli che sono vicino alla finestra. Un squarcio di realtà il cui valore non viene ancora appieno compreso dai dirigenti, che, vedendo i filmato, credono si tratti di una bizzarria.
Un film dunque sul complicato lavoro del regista, in particolare in una difficile realtà come quella polacca.
In questo contesto non appare strano, ma al contrario opportuno, che Kieslowski affroni tante  problematiche senza riuscire  riesce a darci sempre delle soluzioni definitive. Preferisce lasciarci con problemi ed interrogativi. Il realismo che Filip rivendica può essere una indiscriminata “carrellata” sulla realtà in quanto tale? Al di là degli aspetti che il potere vorrebbe che non fossero filmati, il regista realista non dovrà forse a sua volta fare una scelta degli aspetti della realtà da mettere in mostra? Filip ad un certo punto del suo percorso dice che il suo cinema vuole occuparsi delle persone, dei sentimenti, delle esperienze, della vita. Ma – sembra chiedersi  Kieslowski – sono sufficienti queste affermazioni? Non saranno forse delle petizioni di principio troppo generiche? La realtà non ha uno svolgimento semplice. Al contrario. Vivere e filmare la realtà nella sua complessità dialettica è compito veramente complicato. Come fare? Non occorrerà avere delle idee-guida, dei principi ai quali fare costantemente riferimento? La difficoltà di sciogliere questi nodi, di dare risposta a questi interrogativi porterà Filip in un bellissimo finale, a distruggere l’ultimo film girato. Non resterà altro, per il momento, che girare la camera verso se stesso. E parlare. E interrogarsi.

 

 


 

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