Festival del cinema di Locarno: i film che non vedremo – AgoraVox Italia

(Vittorio Agnoletto) Come avviene in tutti i concorsi, anche quest’anno a Locarno sono stati presentati parecchi film che non appariranno mai, o molto difficilmente, sugli schermi dei nostri cinema; i temi che trattano, le modalità con le quali raccontano storie vere o opere di fantasia, ma spesso capaci di suscitare riflessioni non politically correct,tengono lontane le grandi major della distribuzione. In altri casi la ragione della loro invisibilità è dovuta alla convinzione che non sarebbero in grado di attirare un pubblico sufficiente per giustificare la spesa dell’acquisto e della distribuzione del film.Ciò nonostante alcune di queste pellicole hanno un indubbio interesse artistico e/o sociale e politico e in qualche caso è possibile recuperarli sul web o avere la fortuna di assistere alla loro proiezione in qualche cineforum. Provo qui ad indicare, e brevemente a commentare, alcuni di quelli proiettati al 69° festival del cinema di Locarno.Ho inserito, alla fine di questa breve rassegna, anche due film non formalmente presentati all’interno del Festival, ma proiettati comunque in quei giorni a Locarno e che senza dubbio non avranno problemi di distribuzione; ma, per il loro contenuto a sfondo sociale, ho ritenuto di farne una, seppure breve, menzione.Ovviamente quanto esprimo è puramente soggettivo; come è risaputo: ”De gustibus non est disputandum”.

1. JEAN ZIEGLER: L’OTTIMISMO DELLA VOLONTÀ di Nicolas Wadimoff, svizzero, presentato fuori concorso. Il film ripercorre la vita di Jean Ziegler, ottantaduenne già relatore speciale sul diritto all’alimentazione per l’ONU e oggi membro del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Sua la dichiarazione ampiamente ripresa dai movimenti che lo scorso anno contestavano EXPO: “Allo stato attuale la produzione agricola mondiale potrebbe facilmente sfamare 12 miliardi di persone. Da un altro punto di vista, si potrebbe equivalentemente dire che ogni bambino che muore per denutrizione oggi è di fatto ucciso” Dal suo incontro nel 1964 con il Che che gli chiese di restare in Svizzera per combattere dall’interno il “cervello del mostro capitalista” ad un suo recente viaggio a Cuba dove ha occasione di confrontare le ragioni ideali che hanno segnato tutta la sua esistenza con i cambiamenti in atto sull’isola, segni dei mutamenti dei tempi ma non del venir meno delle ragioni di un impegno ultracinquantennale.

2. PESCATORE DI CORPI, di Michele Pennetta, italiano, presentato nella sezione Cineasti del presente. Tutto si svolge nel porto di Catania: un immigrato che da tempo vive in un barcone abbandonato cerca un modo per inserirsi nella nuova realtà che lo circonda ma dal quale è rimasto separato in attesa dell’agognato permesso di soggiorno; un equipaggio impegnato nel raccogliere i frutti di una pesca illegale, la polizia che intercetta uno sbarco di immigrati, la ricerca dei soccorsi…tutto in una notte, tutto a pochi metri uno dall’altro senza che i protagonisti entrino fra loro in contatto, ognuno avvolto dalla propria faticosa e povera esistenza. Un film da vedere, realista, capace di stimolare riflessioni non scontate.
3. ISTIRAHATLAH KATA-KATA (Solo, Solitude) di Yosep Anggi Noen, Indonesia, sezione Cineasti del presente. In Indonesia Suharto governa da decenni e forte è la repressione verso chiunque gli si oppone, in particolare dopo le manifestazioni di protesta del luglio 1996. Il poeta Wiji Thukul è obbligato a fuggire, abbandona Giacarta e si rifugia a Pontianak nel Borneo. Uno spicchio di Storia poco conosciuta in occidente, trattata con delicatezza e profondità che ci aiuta a ricordarci la forza dirompente che le parole e la poesia possono avere, a qualunque latitudine, in qualunque società.

4. VIEJO CALAVERA (Dark Skull) di Kiro Russo, Bolivia, sezione Cineasti del presente. Il padre muore e il giovane Elder si trasferisce a vivere con la nonna in una città mineraria dove condividerà il duro lavoro nella miniera con lo zio sul quale si addensano sospetti in relazione alla morte del genitore. Un film prodotto con la collaborazione del sindacato dei minatori boliviani concentrato sulla descrizione attenta e articolata delle condizioni di vita nelle miniere, dei rapporti umani e sociali che si sviluppano nelle viscere della terra, ma capace di mantenere sempre vivo il racconto e il mistero che lo sorregge.

5. AKHDAR YABES (Withered Green, Verde Appassito) di Mohammed Hammad, Egitto, sezione Cineasti del presente. Rimaste senza genitori due sorelle convivono, ma quando la minore riceve una proposta di matrimonio è necessario, secondo la tradizione, che un uomo parente della sposa sigli l’accordo nuziale. Tutti i tentativi di rispettare la tradizione e le convenzioni sociali ancora diffuse nella società arabe si scontrano con una realtà checambia e con la rottura delle tradizionali famiglie patriarcali. Un film che non pretende di giudicare, che coinvolge lo spettatore nelle aspirazioni e nelle contraddizioni che dilaniano l’animo della sorella maggiore, evocative di quelle ben più pesanti che attraversano oggi le realtà arabe.

 

6. TELEVISION di Mostofa Sarwar Farooki, Bangladesh, presentato nella sezione Open Doors. In un villaggio del Bangladesh Amin, il capo della comunità ha vietato l’uso della televisione e ha messo fuori legge qualunque immagine che possa essere ritenuta lesiva di quanto, a suo parere, è prescritto dalla religione islamica. L’esasperazione di simili scelte produce paradossi che stimolano il sorriso dello spettatore senza mai cedere ad un atteggiamento svalutativo e l’interpretazione rigida dei precetti religiosi non sconfina mai in vicende legate alla violenza o al terrorismo che è totalmente assente nella narrazione. Se l’applicazione rigida delle proprie convinzioni costituirà un grave ostacolo al desiderio di Amin di recarsi a La Mecca, sarà proprio la televisione ad offrirgli la possibilità di accorciare le distanze dal sogno della sua vita.

 

7. BEZNESS AS USUAL (Business as usual) di Alex Pitstra, Paesi Bassi, presentato nella sezione Settimana della critica. Film autobiografico. Il regista Alex Pitstra, nato in Olanda come Karim Alexander Ben Hassen, accetta l’invito del padre, trasferitosi da decenni in Tunisia, a raggiungerlo per conoscere l’altra parte delle sua famiglia. Pellicola che si muove costantemente su due piani ora intrecciati, ora paralleli fra loro: il confronto e la complicata appartenenza a culture fra loro differenti e una dinamica familiare complessa non unicamente riconducibile alle differenze culturali. Un film riuscito, stimolante e decisamente attuale.

 

8. CAHIER AFRICAIN (Quaderno Africano) di Heidi Specogna, Svizzera, sezione Settimana della critica. All’origine del film c’è un quaderno che raccoglie le testimonianze di trecento donne e uomini del Centrafrica che raccontano le violenze subite da mercenari congolesi nella guerra del 2008. Ma mentre faticosamente le popolazioni tentano di ricostruirsi una quotidianità e mentre entra in scena il tribunale internazionale dell’Aia scoppia una nuova guerra. Una pellicola che rappresenta un’occasione persa; gli ingredienti c’erano tutti per cercare di scavare nelle ragioni di quei conflitti, tra i protagonisti delle violenze ma anche tra gli interessi internazionali in gioco. Tutto invece si riduce a fotografare degli eventi, con un esasperata attenzione alla fotografia, bellissima, pari al totale disinteresse per le cause e gli interessi economici in gioco, non una parole ad esempio sulle ricchezze racchiuse nel sottosuolo. Lo spettatore assiste alle violenze, si commuove forse per i racconti, apprezza la fotografia ma alla fine resta invaso da una sensazione d’impotenza e privo di qualunque chiave di lettura per interpretare i fatti mostrati, potendo solo limitarsi a constatare a quale bestiale violenza possa arrivare l’essere umano. Forse questa afasia ha facilitato la ricerca di un distributore, che, ha annunciato la regista, è stato trovato; meno spiega la sponsorizzazione data al film da alcune tra le principali ONG.

 

9. GOTTHARD, di Urs Egger, Svizzero. Presentato in anteprima la sera precedente l’apertura ufficiale del Festival. Racconta la costruzione della galleria del S. Gottardo avvenuta negli anni ’70 del XIX secolo. Una storia anche di migranti italiani in cerca di lavoro, di grandi interessi privati in opere di utilità pubblica, di lotte sindacali, scontri e repressioni. Un film che non nasconde i conflitti sociali e le tensioni che hanno accompagnato la costruzione della gigantesca opera, ma che sussume tutto in una sorta di grandeur svizzera, di celebrazione nazionale che tutto assolve e giustifica. Una pellicola che comunque racconta un pezzo di storia anche di una generazione di italiani popolo migrante che è bene non finisca nel dimenticatoio collettivo.

 

10. IL PALAZZO DEL POPOLO di Elena Gladkova, pellicola non presente nel programma del Festival, ma presentato in quegli stessi giorni a Locarno e premiato dall’ISPEC – Istituto di Storia e filosofia del PEnsiero Contemporaneo. Film che racconta la costruzione della Metropolitana di Mosca avviata in epoca sovietica e ne descrive le varie stazioni, in alcuni casi opere d’arte e testimonianze degli ultimi ottant’anni della storia di quel Paese. Molte delle stazioni che appaiono nel film hanno ricevuto nel corso degli ultimi decenni ampi e significativi riconoscimenti e premi internazionali.

Sorgente: Festival del cinema di Locarno: i film che non vedremo – AgoraVox Italia

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