“La corte” (FR 2015) di Christian Vincent

Un grande Fabrice Luchini

(marino demata) Christian Vincent è un regista non più giovanissimo con una filmografia non molto ricca all’attivo. Anzi, per parafrasare una battuta del film, sulla quale torneremo tra un momento, si tratta di una filmografia non ancora a due cifre, nella quale si alternano opere di un certo interesse con altre più banali e della quale il prodotto migliore è costituito sicuramente da La timida (La discrète) (1990). Per inciso La timida è il film nel quale si incontrano per la prima volta regista e attore, Christian Vincent e Fabrice Luchini, e dove già dimostrano di intendersi a meraviglia.
Se quella era la storia di un aspirante scrittore con alle spalle un rapporto fallito e una vita alla quale, malgrado i propositi, non riesce a dare un senso compiuto, qui, ne La Corte, Vincent riesce a costruire un personaggio a tutto tondo, un giudice tutto di un pezzo, Presidente della Corte d’Assise di un piccolo  centro a nord-ovest della Francia, non lontano da Calais. Il giudice Xavier Racine  viene considerato un giudice “a due cifre” perché difficilmente, quando si tratta di quantificare una condanna, eroga una pena inferiore a 10 anni. E’ appartato e scontroso nella vita e nel lavoro, dove evita perfino di entrare in colloquio con i propri colleghi. Integerrimo e puntiglioso, pur essendo propenso ad andare alla sostanza delle cose, non riesce a sopportare errori di linguaggio, come quando lo chiamano “Giudice” invece di “Presidente”. la-corte-film-trama-recensione-770x439_c
Vincent  ce lo fa conoscere alle prese con uno spigoloso caso di assassinio di un bambino. Per tale reato è imputato il padre, che ha confessato l’omicidio e però al processo rifiuta di rispondere ad ogni domanda limitandosi sempre ad affermare “non ho ucciso Melissa”. Espressioni e atteggiamenti del padre della vittima creano una sorta di empatia con lo spettatore, convincendolo gradatamente della sua innocenza.
Insomma sembra proprio di trovarsi di fronte ad un film giudiziario. Ma è solo apparenza. Ad un certo punto il film cambia registro: la storia della causa in Tribunale per la morte della bambina viene collocata sempre più solo sfondo, come pure le vicende personali  dei membri della giuria. La vera storia inizia quando il nostro Giudice scorge tra i giurati un volto noto: la dottoressa anestesista che lo aveva curato ed amorevolmente assistito sei anni prima in ospedale, ove era ricoverato in seguito ad un incidente. Si riaccende in lui una fiamma che in realtà non si era mai del tutto spenta: la donna che aveva segretamente amato per anni, Ditte  (Sidse Babett Knudsen),  e di cui aveva perso ogni speranza in un nuovo incontro.
Il regista e Luchini sono bravissimi nel creare un personaggio ricco di sfumature, che vive la sua contraddizione fondamentale di essere un giudice solitario nel suo rigore e nella sua integerrimità, ma nel contempo impegnato nel tentativo di alimentare un amore finora unilaterale e perciò quasi impossibile. La corte2
Il film vive i suoi momenti migliori proprio quando il giudice si spoglia del suo solenne ermellino e si mette sulle tracce del suo antico amore, rivisto tra i giurati del processo. E’ questo il centro ed il cuore del film e sicuramente la sua parte migliore. I contatti tra i due, dapprima connotati dalla timidezza e affidati ai messaggi sul cellulare, si trasformano in incontri in un piccolo bistrot.
E dunque lo spettatore che pensava che si sviluppasse ulteriormente l’iniziale storia del processo, con tutti gli  ingredienti del caso, la giuria, gli interrogatori, un imputato probabilmente innocente e così via, si trova invece di fronte ad una storia d’amore dai contorni sfumati e dagli esiti che appaiono improbabili.
Ma questa, che può sembrare un’incongruenza, è in realtà il pregio principale del film e la sua vera originalità. Se a questo aggiungiamo che la linea che unisce le due storie, quella giudiziaria, che fa da sfondo, e quella passionale che è la vera sostanza del tutto, è costituita dalla straordinaria bravura di un consumato attore come Fabrice Luchini, possiamo affermare che ci troviamo di fronte ad un’upera di valore.
Che beninteso non manca di difetti e di momenti di prolissità. Colpisce ad esempio la reciproca presentazione e conoscenza dei membri della giuria all’interno di un bar. Se lo scopo fosse stato quello di farci conoscere a fondo le personalità dei giurati, che poi avremmo visto in azione a discutere sulla sorte dell’imputato, allora la scena sarebbe stata groppo breve e superficiale. Ma il film non vuole ricalcare “La parola ai giurati”, naturalmente. E pertanto la carrellata sulle personalità dei giurati a puro scopo conoscitivo risulta essere lunga, prolissa e verbosa e del tutto gratuita. In realtà quasi subito i riflettori si accenderanno solo su uno dei giurati. Gli altri quasi non li vedremo più nel corso del film.
Comunque alla fine resta la convinzione che la sostanza del film si regga moltissimo sulla grande bravura del suo protagonista, Fabrice Luchini, che per questa interpretazione ha vinto la Coppa Volpi quale migliore attore maschile al Festival di Venezia del 2015. Ma il film è anche sorretto da una brillante sceneggiatura scritta dallo stesso regista e per questo anch’egli premiato a Venezia.
L’edizione italiana, come purtroppo spesso accade, è penalizzata dal titolo banale e riduttivo: “La corte”. Invece produttore e regista francese hanno intitolato il film “L’hermine” (L’ermellino), a sottolineare non  tanto la caratteristica dell’abito che il protagonista deve indossare nell’esercizio delle proprie funzioni in Tribunale, quanto  un aspetto della sua personalità, la sua incorruttibilità e la sua dirittura morale. L’ermellino è infatti l’animale che si farebbe uccidere se vedesse minacciato il candore della propria pelliccia bianca…

 

 

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