Xavier Dolan: Il grande ragazzo del cinema

Breve (e provvisorio) profilo di un eccellente film-maker

(marino demata) Nel 2009 un ragazzo canadese del Quebec, poco più che diciannovenne,  di nome Xavier Dolan sfida il pubblico perbenista del suo Paese e poi dell’Europa e poi del mondo intero con un film semi-autobiografico, “J’ai tué ma mère”. Il ragazzo  lo aveva diretto, sceneggiato, interpretato e prodotto. Qualcuno grida allo scandalo per un argomento che viene considerato scabroso, e cioè i contrastati e rissosi rapporti di un giovane con la madre single, che diventano ancora più problematici quando quest’ultima scopre che il figlio è gay. Malgrado le voci dissonanti, sintonizzate sulla lunghezza d’onda del più bieco moralismo, il film è stato un successo strepitoso:  ben otto minuti di standing ovation al festival di Cannes e  13 nomination e 27 premi in vari Festival, da Cannes a Istanbul, da Vancouver a Palm Spring.Xavier cannes2016-vincitori3-1000x600
Eppure al raffronto con le opere successive, questa opera prima pare molto povera di quel fascino e quella verve che troveremo successivamente.
Intanto Dolan, sull’onda del successo, continua il suo percorso semi-autobiografico, come lo abbiamo definito, con l’opera del 2010, “Les amours maginaires”, un passo avanti sul piano stilistico e sulle proprie capacità di regia. Dolan si affida ad una storia tenue e sicuramente non nuova: due amici, Marie e Francis, un ragazzo gay,interpretato dallo steso regista, si innamorano della stessa persona, Nicolas, ragazzo brillante e piacente, da poco venuto dalla campagna a vivere a Montreal, dopo averlo incontrato ad una festa. Fra i tre nasce una mutua simpatia e solidarietà, che presto però in Francis e Marie si tramuta in amore e desiderio. I due amici diventano inevitabilmente rivali, e cercano di dare ciascuno il meglio di sé per conquistare all’amore il nuovo giovane amico, in una competizione senza esclusione di colpi. xavier4
Qui il bravissimo Dolan, riesce, con le sue indubbie capacità creative e tecniche, a costruire un bel film, accattivante, anche a tratti avvincente, sicuramente intrigante e molto ben narrato e condotto. Il film sembra voler rispondere alla domanda: a quali estremi e conseguenze si può arrivare se due amici fraterni (Marie e Francis) si innamorano perdutamente della stessa persona e ne fanno l’obiettivo della propria attività e della propria vita? Pur nel contesto di una storia tenue e leggera, Dolan è stato capace di esprimere tratti di grande cinema, offrendo  momenti di vera e autentica poesia. Il fascino del film consiste nel fatto che la sorda competizione tra Marie e Francis per la conquista di Nicolas non riesce mai a concretizzarsi in un successo, lasciando nei due contendenti un senso di vuoto e di solitudine che ti fanno pensare che dopo tutto si tratta appunto di “amori immaginari”, e certamente non corrisposti .xavier-dolan-cotillars-lea-seydoux_980x571
Con “Laurence anyway” siamo già al capolavoro. ll trentacinquenne docente di letteratura, Laurence Alia, decide di liberarsi un grande peso e di confessare alla sua compagna, di sentirsi una donna intrappolata nel corpo di un uomo. La sua compagna, dapprima sconvolta per tale confessione, decide, in nome del suo grande amore, di restargli accanto e di sostenerlo in quel difficile tornante della sua vita. La vita di entrambi cambierà radicalmente. Si perdono in gran parte le tracce di quella spensieratezza che caratterizzava i loro incontri. C’è  un amore immenso tra i due, entrambi per una lunga fase disposti al sacrificio. Un amore che travalica i generi, che vede per tutta una fase come inessenziale l’appartenenza al genere maschile o femminile. Fino alla scelta definitiva di Laurence di realizzare il desiderio che ha sempre avuto, palesemente o occultamente, di essere donna finalmente in un corpo di donna. Ma c’è un prezzo altissimo da pagare in termini sociali e di discriminazione. Dolan vuole dirci che, anche in una società avanzata come quella del Quebec, prevalgono pregiudizi, modi arcaici di pensare, barriere artificiosamente innalzate a difesa del perbenismo. La società che circonda Laurence non accetta un cambiamento così radicale. Ma definirlo un film sulla diversità estrema e sulla transessualità può essere perfino riduttivo. Ci piace invece definirla una bellissima e impossibile storia d’amore. Il film è meraviglioso: Dolan è innamorato di quello che ha girato e non rinuncia neanche ad una scena. Ne viene fuori un film dall’andamento “fluviale” di circa 2 ½  ore, che riesce a mantenere sempre il suo fascino e la sua tensione drammatica. Indimenticabile.xavier-dolan
In “Tom à la ferme” (2013) Dolan cambia registro e realizza un film noir che attinge ai toni del Thriller alla Hitchcock, con incursioni perfino nei territori dell’Horror, realizzando anche in questo caso un film-gioiello. Il giovane pubblicitario Tom parte da Montreal in auto verso una lontana fattoria, al fine di partecipare al funerale del suo compagno, Guillaume. Tom comprende che lì la madre di Guillaume non solo ignora del tutto la sua esistenza, ma è inconsapevole anche della omosessualità del figlio. Il fratello di Guillaume, Francis, impone a Tom di stare al gioco, di mentire sistematicamente e di sostenere che Guillaume è stato fidanzato con una impiegata del paese, di nome Sarah. E’ una sorta di gioco in cui tutti mentono. Tom è attratto da Francis e dalla fattoria e ad un certo punto pensa di trattenersi lì molto a lungo, magari di cambiare vita. Solo le rivelazioni di un barista sulla natura rozza e violenta di Francis riporteranno Tom alla ragione e alla città. E il film diventa alla fine un road movie all’incontrario. Il film procede a strappi lungo le varie tappe di un dramma psicologico che si arricchisce e si incrementa di scena in scena in una sorta di “accumulo” senza soluzione di continuità. Dolan anche in questa occasione sa essere raffinato e claustrofobico ad un tempo: sembra aver definitivamente imparato la lezione vera del cinema, che per essere veramente tale deve portare con sé una buona dose di ambiguità. Quella ambiguità che accompagnava il personaggio di Lawrence, qui diventa non appannaggio di un solo personaggio, ma dell’intero impianto narrativo e sua vera e autentica cifra stilistica.
Tom à la ferme fu presentato al Festival di Venezia del 2013, ove ha vinto il premio FIPRESCI.
E infine con “Mommy” si ritorna al melodramma e al rapporto madre-figlio che aveva caratterizzato il primo lungometraggio di Dolan.  Con qualche sostanziale differenza: tra le due figure intente a “scannarsi” reciprocamente, si inserisce la vicina di casa, una professoressa che ha tanto tempo libero perché in anno sabatico. Madre e figlio, con un Edipo mai superato, si odiano e si amano, si  abbracciano, si giurano amore eterno.
Con Mommy Dolan porta alle estreme conseguenze le mutazioni delle dimensioni dello schermo a seconda delle esigenze sceniche drammatiche. Ad un certo punto si passa dal 3/4 all’ 1/1, cioè allo schermo perfettamente quadrato. Perché? Risponde lo stesso Dolan: avevo l’sigenza che lo spettatore si concentrasse esclusivamente sui personaggi che riempiono il piccolo schermo, senza distrarsi con inutili riempitivi che lo schermo gigante avrebbe imposto. Dolan ci ha abituati a questo gioco per lui fondamentale e necessario: già in “Tom à la ferme” cambia il formato e ad un certo punto sente il bisogno di schiacciare i suoi personaggi nello schermo del Cinemascope. La sua filosofia è che i mezzi tecnici devono sempre essere al servizio della storia.xavier-dolan2
Lo stesso discorso vale per la musica, ove abbiamo sempre una scelta di musica classica e rock ora raffinata, ora perfino rumorosa e invadente a seconda delle esigenze. Con grande duttilità Dolan passa da “Maman la plus belle du monde” in
“J’ai tué ma mère”, a “Bang bang” di Dalida ossessivamente ripetuta più volte come motivo dominante in “Les amours maginaires”, ove però il regista sceglie anche, per commentare i momenti più malinconici e la solitudine dei protagonisti con Bach (i Prelude al Cello suite No.1 e No. 3) e Wagner (Prelude tiré dé Parsifal).  E in “Laurence anyway” Dolan sceglie musica ancora bellisisma, passando da Vivaldi (The four season-Summer), a Céline Dion (Pour que tu m’aimes encore), a Beethoven (Symphony No. 5), dai The Cure a Prokofiev, Brahms, Tchaikovsky e Mahler. E gi esempi di questo mix strettamente collegato alle situazioni narrate potrebbe continuare.
xavier-dolan-interview-1040579-TwoByOneQuello che stupisce è il livello di sensibilità di un ragazzo-prodigio  che riesce a farci leggere le sue storie non solo raccontandocele in modo perfetto, lontano sia dalla voglia di scandalizzare a tutti i costi, sia da quella appunto di stupire. Ma anche utilizzando alla perfezione i supporti tecnici, come la grandezza dello schermo che può variare al fine di dare al pubblico di volta in volta la cornice migliore per le sue inquadrature, e come l’uso disinvolto della colonna sonora, ove non c’è mai non dico un “pezzo”, ma nemmeno una nota fuori posto.
Se mettiamo insieme tutti questi elementi, comprendiamo meglio le ragioni del grande successo, soprattutto di critica, che ha circondato Dolan. Purtroppo molto tardivamente è stato compreso dalla nostra Distribuzione, che ha lungamente negato al pubblico nostrano, le opera del “grande ragazzo del cinema”, anche quando ha vinto il premio a Venezia con “Tom à la ferme”.
Eppure anche la scelta della Direzione del Festival di Cannes e della Presidenza dei Fratelli Coen, che  hanno voluto Dolan come membro appunto della Giuria da loro presieduta, doveva pur significare qualcosa, almeno dal punto di vista statistico: il più giovane regista mai chiamato nella Giuria di un Festival! Fino ad arrivare poi al grande successo di Cannes 2016 con “Juste la fin du monde”, insignito del Premio Speciale della Giuria. Che è lo stesso come dire: Secondo premio in assoluto!

(Articolo recentemente pubblicato su Diari di Cineclub)

 

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