“Gli amori folli”/”Les herbes folles” (FR 2009) di Alain Resnais

Illogici e irragionevoli come la vita

 

(marino demata) Nel 2009, pochi anni prima di morire, Alain Resnais ha regalato al suo pubblico, a tutti noi, un’ulteriore meraviglia del suo cinema col film “Les herbes folles”/”Gli amori folli”, apprezzatissimo al Festival di Cannes, ove il regista riceve il premio speciale della giuria. Il film è in certo senso in linea con le nuove tendenze e ricerche di Resnais caratterizzanti la seconda parte della sua filmografia, che potremmo far datare fin dal 1982, quando propone il suo film dal titolo assai significativo: “La vita è un romanzo”. Da quel film in poi, infatti, la ricerca cinematografica di Resnais si concentra sulla realtà e sulla vita degli uomini, sul destino e sul caso che governano gli eventi  e sugli interventi dei personaggi che cercano di modificarli con scelte a volte felici e molte sbagliate, capaci solo di generare rimpianti. Molti film illustrano questi aspetti della vita e della realtà, al punto che tale tendenza ha aperto una sorta di nuovo genere, quello della “commedia filosofica”. gli-amori-folli-159619
Teatro dunque del cinema di Reasnais del 1982 in poi è la realtà, con la sua casualità, con le scelte degli uomini felici o sbagliate e col rimpianto che diventa uno degli elementi ricorrenti del suo cinema, che a sua volta si incarica anche di rispondere all’interrogativo: “cosa sarebbe, nel bene o nel male, la mia vita se io non avessi  incontrato quella persona o se non avessi compiuto quella scelta?” Il cinema, secondo Resnais, offre la possibilità di rispondere a questa domanda, trasformandosi in macchina del tempo e riportandoci indietro per farci conoscere come si sarebbe svolta una realtà alternativa e diversa. Il punto esplicitamente più alto di questa ricerca costituita dal dittico di film “Smoking”/”No smoking”, caratterizzato dalla domanda che ad ogni svolgimento della storia si pone il regista, con l’espressione che campeggia sullo schermo: “Ou bien?” (“Oppure?”). Cioè, in buona sostanza, “cosa sarebbe successo se…”. Il cinema è un grande strumento ed è capace, dice Resnais, di farci dare uno sguardo al passato e di farci vedere come sarebbe stata diversa la vita con scelte o occasioni diverse. Si aprono dunque nuovi inaspettati piani narrativi in un cinema che si fa esploratore di realtà dallo svolgimento alternativo.gli-amori-folli-148190
Anche con “Les herbes folles “, tratto dal romanzo L’incident di Christian Gailly, definito dallo stesso regista un libro dalle sonorità jazz, la casualità domina tutta la prima parte: Marguerite Muir (Sabine Azéma) è una odontotecnica abbastanza benestante, che vive da sola in una bella casa appena fuori città, e che decide andare ad acquistare un paio di scarpe eleganti, in uno dei negozi importanti al centro di Parigi.
Dopo l’acquisto la vediamo sotto i portici della piazza maneggiare la sua borsa, che improvvisamente diventa preda di un abile ladro. Quest’ultimo, ci fa intuire il film, trovati i soldi, butta via il portafoglio, come sempre succede in questi casi. gli-amori-folli-148191
Georges Palet  (André Dussollier) è un cinquantenne sposato con figli, dal passato non proprio impeccabile, tanto che è stato interdetto dal diritto di voto. Proprio a lui capita di ritrovare il portafoglio di Marguerite, con tutti i documenti identificativi, che lo mettono in condizione di sapere già molto della vittima del borseggio. Si reca alla polizia e consegna il portafoglio.
Ma da questo momento in poi scatta in lui qualcosa di nuovo, che inizialmente è curiosità su chi sia realmente la vittima del borseggio. Il titolo vero del film “Le erbe folli” (il tiolo italiano “Gli amori folli” è del tutto insulso e non rende quello che il regista voleva dire) ci porta diritto ad una bellissima metafora: nel cuore e nei sentimenti nascono improvvisamente nuovi incontrollabili e imprevisti impulsi, che sono proprio come quelle erbe che nascono nelle spaccature dell’asfalto delle strade di campagna, oppure sui marciapiedi, oppure perfino sulle pareti esterne di alcune case coloniche, tra un mattone e l’altro.
Proprio così: in George nasce l’irresistibile impulso di mettersi sulle tracce della donna misteriosa che ha perso il portafoglio. Riesce a vederla e a parlarle. E’ come se ne fosse innamorato, anche se forse tale espressione risulta impropria e riduttiva. Diventa un’ossessione e come un nuovo scopo della sua vita.gli-amori-folli-148192
Ma Marguerite non ci sta e si sottrae alla singolare corte di George.
Come in un gioco di scacchi, nella seconda parte del film le situazioni si invertono e sarà Marguerite a cercare disperatamente George.  Insomma ognuno dei due si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato.
“Le herbes folles” è ancora una volta un film di Resnais simile fino in fondo alla vita delle persone colte in un certo momento del loro percorso. Il regista ci fa vedere la famiglia del protagonista durante un pranzo, mentre parlano di argomenti del tutto inessenziali.  Su quelle persone e su quegli argomenti la macchina da presa stacca subito o si rivolge altrove. Senza approfondire. Come non c’è alcun approfondimento sul passato di George. Né su cosa faccia la moglie. Un brevissima sequenza di qualche attimo ce la mostra al centro di una lunga teoria di pianoforti. Impiegata in un negozio di pianoforti? Proprietaria dello stesso negozio? Appassionata di musica? Resnais, così come per altri argomenti o situazioni del film, procede per accenni, per segnali mai più sviluppati. E’ un procedimento, sia detto per inciso, che ha fatto scuola e viene oggi utilizzato in alcuni film, specialmente francesi, di buon livello. Un recente esempio per tutti: “La corte” di Christian Vincent.gli-amori-folli-159616EV
Tutto questo naturalmente non può essere preso come segnale di superficialità o di difetto di sceneggiatura, che vanamente accennerebbe a fatti e personaggi, senza riuscire ad offrire poi su di essi un adeguato sviluppo.
L’intenzionalità di Resnais in questo procedimento (e di chi lo segue su questa via) è determinata dalla aderenza del suo cinema alla vita, ove ciò che ci accade non viene da noi costantemente sviluppato o necessariamente approfondito. E inoltre dalla necessità di focalizzare la sua storia sull’essenzialità della strana vicenda dei due protagonisti, a turno in preda alla crescita delle“erbe folli” nei loro cuori. E ai balbettii tipici di chi non sa se osare e fino a che punto. L’affaire diventa troppo intrigante e importante per loro, per rischiare di sciupare tutto con un’azione avventata (che a volte pure non mancherà).
I balbettii sono anche quelli della voce fuori campo, che a volte direttamente si cala nei pensieri dei protagonisti e li esprime con vivacità, come quando George riflette sul tipo di telefonata da fare alla vittima del borseggio; altre volte diventa vera e propria voce narrante, a sua volta anche un po’ distratta e imprecisa, come quando la camera segue da dietro Marguerite, che vuole acquistare le scarpe nuove e, dice “Doveva andare a Parigi, in quel negozio. Mi sfugge 
anche il nome.”
il fantasma e la signora muir
La presenza costante e gradita della voce fuori campo che accompagna lo spettatore con i suoi commenti, ricorda da vicino quella del film di Mankiewicz del 1947,
 “Il fantasma e la signora Muir”, il che potrebbe essere un indizio che il nome della protagonista, Marguerite Muir non sia assolutamente casuale.
Con questo film Resnais ci “regala” un’altra grande opera al di fuori di ogni schema: la follia espressa nel titolo si riverbera in ogni sequenza. Sbaglierebbe chi volesse a tutti i costi descrivere la storia affibbiandovi un preciso e coerente filo logico. Fino all’incredibile e inaspettatamente criptico finale.
Che tristezza se la nostra vita fosse, come certe rigide sceneggiature, dominata appunto da quel coerente filo logico di cui sopra, del tutto assente dal film di Resnais, a favore invece delle pulsioni improvvise dei personaggi, delle loro indecisioni e poi decisioni (che chiunque potrebbe definire anche avventate), dei loro pensieri fuori dal “normale” ed anche sconci, delle loro azioni “sconsiderate”.

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