“Professione: Reporter” (1975) di Michelangelo Antonioni

L’assenza dell’identità

(marino demata) Ci sono film che ti rimangono dentro perche’ li consideri bellissimi e li rivedresti sempre. Ci sono film invece che li senti proprio tuoi, nel senso che ti sembra di starci dentro, ti immedesimi in uno dei personaggi perche’ pensa le cose che hai spesso pensato tu, fa le cose che faresti tu, decide delle cose e vive delle situazioni che tu magari hai spesso desiderato che accadano. A me capita con alcuni film ed uno di questi e’ “Professione: reporter” di Michelangelo Antonioni. Infatti chi non ha mai desiderato, ad un certo punto della propria vita, di interrompere artificiosamente la propria esistenza, morire per tutti gli altri, parenti, amici, perdere la propria identita’ e crearsene un’altra nuova? Sarebbe come rinascere di nuovo… E scegliere nuove localita’ dove viaggiare, andare, stabilirsi e vivere…appunto, di nuovo.  Come svegliarsi in un’altra vita, con la curiosita’ di dividerla con altre persone…. Professione reporter  E’ il sogno del protagonista di “Professione: Reporter”, David Locke (un Jack Nicholson nuovo, assolutamente misurato e impedito da Antonioni di essere mattatore, di ghignare o di rubare la scena, insomma: domato dal regista) e l’occasione che si presenta in uno sperduto albergo di terz’ordine nel mezzo del deserto africano e’ quella di realizzarlo questo sogno, di assumere una nuova identita’, perdendo quella precedente e reale, cambiando nome e personalita’. E tuttavia l’intreccio tra la nuova realta’ e la vecchia si ripresentano continuamente e la sua personalita’ diventa per se’ e per gli altri un mistero da risolvere.
E’ un film meraviglioso che ha molte analogie con il film della svolta di Antonioni, l’Avventura. Come in quet’ultimo, anche “Professione: reporter” nasce dunque come un giallo, un mistero del quale pero’ in questo caso sappiamo gia’ tutto, perche’ ci viene svelato nelle prime sequenze: l’occasione colta, il cambio di personalita’, la vecchia e nuova identita’ e vecchio e nuovo nome di David Locke. E pero’ noi assistiamo ugualmente al giallo che si sviluppa e al mistero che per tutti gli altri, il vecchio e il nuovo mondo di David Locke, deve essere risolto e svelato. Profesione reporter7E per questo motivo Locke cerca di depistare sia le vecchie che le nuove pericolose relazioni, che vorrebbero fare irruzione nella sua vita, scoprirne il mistero e fare i conti con lui. E’ un depistaggio innanzitutto fisico che si concretizza con la fuga, con la scelta di nuovi luoghi e nuove realta’, nell’illusione che nessuno lo possa raggiungere. Ecco dunque che il film, proprio come “L’avventura”, si trasforma in un road movie, e dal deserto africano si passa a Londra e poi a Barcellona, quella di Gaudi’, che per inciso offre soluzioni scenografiche genialmente trovate in sintonia con lo sviluppo della storia e della mutazione dei pensieri e dei sentimenti del protagonista, nonché riassume e allegorizza la stravaganza dell’incontro tra un uomo che e’ arrivato al secondo nome e cognome della sua vita e una ragazza senza nome (magistralmente diretta con misura anche lei: Maria Schneider). E a sua volta la fuga fino all’ultimo anonimo paesino della Spagna allegorizza la fuga del protagonista dalla sua identità e la vana ricerca di una identità nuova.Professione reporter.6jpg
Si è detto spesso  che  la caratteristica della trilogia di Antonioni degli anni ’60 e’ il tema dell’assenza: “L’avventura” e’ l’assenza di una donna, “La notte” e’ l’assenza (o la fine) dell’amore, “L’eclisse” e’ l’assenza della luce. Ebbene, 15 anni dopo “L’avventura”, “Professione: reporter” ci porta dentro all’”assenza” dell’identità’, alla sua ricerca impossibile, tanto impossibile che colui che ricerca diventa ricercato…
E del resto la difficoltà di trovare e definire la propria o la altrui identità e’ comune agli uomini e alle cose. Chi ci assicura – ci ripete Antonioni in molti film – che le cose sono, nella loro essenza, così come le vediamo e nel momento in cui le vediamo? La vera identità delle cose ci sfugge, come quella delle persone e la nostra stessa. Spesso siamo troppo impegnati nel quotidiano, nelle nostre frenetiche attività per capirlo, per soffermarci a pensare a ciò: basta essere un reporter di professione (si badi bene: non un giornalista con le proprie opinioni e convincimenti) per rendersi conto di quante diverse sfaccettature oggettivamente possa presentare una realtà, una situazione. Professione reporter.46pgCosì era  anche in “Blow up”: una foto non e’ altro che una immagine di una realtà non solo ancorata in un certo tempo e luogo e quindi sottoposta al mutamento, ma anche essa stessa non in grado di cogliere appieno nel suo hic et nunc “quel particolare aspetto della realtà nella sua verità ed essenza: la foto e’ un punto di vista della realtà, non e’ la realtà, e inoltre nasconde aspetti, particolari, essenze ed assenze, che si manifestano e si scoprono (se si scoprono) con estrema difficoltà. Cosi in “Professione: reporter” David, nei suoi reportage, registra la realtà e sembra non essere in grado di coglierne il senso, come se si arrendesse di fronte alla sua impenetrabilità.  Si accomoda e si arrende dietro alla presunta oggettività dei sui reportage senza tentativi di interpretazione, senza lavoro di scavo. Dopo tutto cosa e’ un filmato della fucilazione di un ribelle? Cosa e’ oltre che un filmato tecnicamente ben riuscito? Alla fine un filmato e’ un oggetto sembra dire David. La reificazione e l’estraneità  assoluta. Delle cose e delle persone. David rinuncia a trovarne il senso e non a caso noi lo vediamo vagare in spazi vuoti (il deserto tanto caro ad Antonioni e gia’ presente in Zabriskie Point) o tra folle e figure che sembrano forme (l’insistenza del regista a mostrarci passanti casuali e personaggi anonimi e’ funzionale a questo senso di vuoto e di insicurezza che David ci trasmette).professione_reporter_still_5web
E tuttavia pur con questi connotati (anzi forse proprio perche’ con essi) David e’ uno dei pochi protagonisti maschili dei film di Antonioni ed un personaggio perfetto nel farci percepire i vuoti dell’anima, le assenze e le incertezze di identita’, le insicurezze: chi lo avrebbe detto che Jack Nicholson avrebbe potuto darci un immagine cosi’ distante dal suo stereotipo cinematografico, cosi’ opposto al personaggio di questo film, lui che fino ad allora si era costruito un tipo di personaggio standard, fatto di gigionismo, di ghigni satanici, di sicurezza, di sfrontatezza? E’ stato certamente un gran lavoro di Antonioni trasformare Nicholson in David Locke e dargli quei connotati, quelle caratteristiche  cui si faceva cenno prima e costruirgli in tal modo una interpretazione perfetta, capace di esaltare le capacita’  fino ad allora in parte nascoste di grande attore. Nicholson restera’ grato fino alla fine ad Antonioni per avergli dato questa grande opportunita’.  Come ricorda la moglie di Antonioni, Enrica Fico, nel 1993, Antonioni, gia’ malato e incapace di parlare, dopo avere partecipato per giorni ad una lunga retrospettiva delle sue opere organizzata a Los Angeles dall’Universita’ della California per celebrarlo, presenzio’ ad un affollato cocktail organizzato in suo onore. Nel corso delle conversazioni si parlo’ molto di “Professione: Reporter” , anche per la affettuosa presenza nel corso della serata di Jack Nicholson: i due si abbracciarono e Nicholson assicuro’ il suo maestro su alcuni problemi, che lo angustiavano da sempre, relativi all’edizione americana di “Professione: Reporter”.  Racconta la Fico:  “Quando Professione reporter è uscito in America, Michelangelo è stato costretto dai distributori a tagliare due scene chiave del film, quella di Maria Schneider in un aranceto in Spagna, e quella in cui Nicholson, a Londra, scopre che la moglie ha un amante. Il film perde molto senza quelle scene, ma gli avevano detto che era necessario tagliarle per rendere i tempi più corti e accessibili. Abbiamo provato a farle rimettere, ma non c’ è stato niente da fare. Non solo, ma la colonna sonora inglese di quei quattro minuti è stata persa, per cui bisognerebbe tornare in studio e registrarli di nuovo. Un lavoro pressoché impossibile.
Ma Jack Nicholson lo ha rassicurato che stava personalmente cercando quei famosi quattro minuti di colonna sonora per tentare la riedizione del film così come l’ aveva concepito Antonioni.”  (da Archivio > la Repubblica.it > 1993 > 03 > 12 > IL MAESTRO MICHELANGELO). E questo la dice veramente lunga sullo splendido rapporto tra l’attore e il Maestro e sulle categorie della solidarietà, della vera amicizia…

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