“Detour” (USA 1945) di Edgar G. Ulmer

Il destino, protagonista unico, bussa tre volte.


(marino demata) “Nella vita, qualunque strada un uomo decida di percorrere, se il destino gli è contrario, lo aspetta al varco e gli fa cambiare direzione”. Questa amarissima considerazione, espressa dal protagonista del film, Al Roberts, a commento, con voce fuori campo,  delle traversie che gli sono capitate,  potrebbe essere presa a simbolo e significato del film Detour. Un film in cui il vero protagonista è proprio il destino, che si presenta in veste assolutamente negativa ben tre volte davanti al protagonista, cambiando in maniera irreversibile il corso della sua esistenza.
“Detour” (“Autistrada per l’inferno”) è stato realizzato nel 1945 dal regista di B-Movies Edgar G. Ulmer in appena 6 giorni e in due soli ambienti ed è probabilmente il film nel quale il peso del destino e del caso sulla svolgimento della storia e sulle  caratteristiche dei personaggi è più predominante che in qualsiasi altro film.
In altri film infatti il destino o il caso incidono su una parte della storia (spesso nell’incipit), per determinare le condizioni preliminari ed essenziali da cui si diparte un certo sviluppo, che viene poi lasciato alle determinazioni e alla volontà dei singoli personaggi. In Detour invece il destino (che qui è il caso di definire “cieco” e “beffardo”) non molla mai la presa, privando i personaggi, e in particolare il protagonista, di ogni possibile autonomia decisionale. Perché l’intera storia del viaggio in autostop di Al Roberts da New York a Los Angeles per riabbracciare la propria ragazza si trasforma ben presto in un inferno per un susseguirsi di eventi imponderabili e imprevedibili.Detour
Il film si apre con il protagonista, Al,  che litiga in un  bar con altri avventori.  Dalla conversazione apprendiamo che è diretto ad est e quindi è sulla via del ritorno, visto che tutta la vicenda, poi da lui stesso narrata con voce fuori campo, si svolge attraverso il viaggio in autostop in direzione contraria, da est verso ovest, ovvero da New York a Los Angeles: un lungo viaggio che ha come meta il rivedere la sua ragazza, trasferitasi qualche tempo prima in California. Al è innanzitutto ossessionato dalla canzone  che viene suonata nel Juke box del bar, “I Can’t Believe That You’re in Love with Me”, che la sua ragazza cantava in un locale a New York,  mentre lui la accompagnava al pianoforte: “questo motivo mi perseguita” dirà fra sé e sé.  L’onda dei ricordi lo assale, malgrado lui vorrebbe soffocarli: basta un motivo canticchiato per strada da qualcuno, che tutto l’insieme dei ricordi riprende il sopravvento. Riflettendo su quanto accaduto, Al comincia anche a dubitare che Suzy, la sua ragazza, lo abbia mai amato veramente. E questo accresce la sua amarezza: dopo tutto, ciò che è successo è  nato dal suo desiderio di rivederla e di riabbracciarla.
A questo punto ha inizio il lungo flashback  che durerà per l’intero film, sempre narrato e commentato da Al, con la sua voce fuori campo. Il suo lavoro di pianista in un locale, ad accompagnare le canzoni cantate da Suzy, la sua profonda insoddisfazione per il lavoro precario e con pochi momenti lieti. A questo si aggiunge la confessione di Suzy di voler partire subito per Los Angeles per cercare fortuna laggiù, malgrado l’impegno contratto con Al di sposarlo di lì a pochi giorni. Per inciso questo colloquio avviene lungo le strade di New York (Riverside) camuffate in studio grazie ad una fitta coltre di nebbia.
Partita Suzy, ritroviamo Al impegnato in un brillante a solo al pianoforte, ricevere per questo una lauta mancia. Ma il suo pensiero è per Suzy: le telefona e le comunica la sua intenzione di arrivare da lei a Los Angeles, ma  in autostop, data la non brillante condizione delle sue finanze. Questo gli dà l’occasione di esprimere, sempre attraverso la voce narrante fuori campo, amare considerazioni sul danaro (“Quanti crimini e quanti danni ha provocato il danaro. E’ una diabolica invenzione. Forse perché in giro ce n’è troppo poco”).
Ad un certo punto si ferma una macchina di lusso guidata da un tale Haskell, che gli offre un passaggio fino alla meta e gli offre anche da mangiare al ristorante. Gli racconta che l’autostoppista precedente era una donna che ha risposto alle sue avances graffiandolo e ferendolo alla faccia, alle braccia e alle mani.

DETOUR, Ann Savage, Tom Neal, 1945, lamppost
DETOUR, Ann Savage, Tom Neal, 1945, lamppost


Durante la notte Al prende la guida dell’auto, consentendo ad Haskell di dormire, ma per un improvviso temporale Al si ferma per montare la cappotta sull’auto.  Ma qui interviene il primo colpo del destino: probabilmente per un attacco cardiaco Haskell è morto! La voce narrante di Al si spinge ad una amara constatazione:” qualcosa mi aveva spinto fuori dal mio cammino” (Detour = deviazione). Al si lascia prendere dal panico; convinto che la polizia non avrebbe mai creduto alla verità, ma lo avrebbe accusato di omicidio, prende la decisione di nascondere il corpo e riprendere a guidare da solo con i documenti , i soldi sottratti al morto, la patente e i suoi abiti.
Dopo una notte trascorsa in un Motel, l’indomani assistiamo ad un nuovo, forse ancora più decisivi colpo del destino: Al dà un passaggio ad un’autostoppista di nome Vera. Il “caso” vuole che essa sia proprio la ragazza alla quale Haskell aveva dato il passaggio il giorno prima. E’ l’unica persona al mondo in grado di sapere ed eventualmente raccontare la storia autentica di Haskell, perché riconosce l’auto e gli abiti e pertanto finisce col ricattare Al. Il quale se la prende proprio col destino: “Dovevo essere nato sotto una cattiva stella, se tra le tante donne alle quali avrei potuto dare un passaggio, dovevo imbattermi proprio in quella ragazza!”
Vera impone ad Al di soggiornare in un albergo, per tenerlo in trappola fino alla messa a punto del suo piano (vorrebbe mettere le mani anche sul ricco patrimonio del padre moribondo di Haskell). Il tempo passa attraverso partite a carte, minacce e litigi. Ma è in agguato ancora una volta il destino: Vera si chiude in camera col telefono minacciando di telefonare ala polizia, mentre Al, dalla camera attigua, tira con forza il laccio del telefono per impedirglielo.  Il risultato sarà che Vera rimane strangolata: un’altra morte occasionale sulla strada di Al: il terzo colpo del destino! detour6
Sia detto per inciso che la morte di Vera dà a Ulmer l’occasione per un grande virtuosismo cinematografico: un piano sequenza di ben sei minuti.
Al  ha la consapevolezza che la propria vita ha assunto una direzione ed una dimensione completamente diversa dopo quel viaggio: “Mi chiedo cosa sarebbe stata la mia vita se non avessi chiesto ad Haskell quel passaggio.” C’è in altri termini la coscienza che ogni fatto accidentale che accade può determinare mutamenti nella propria vita, ovvero diverse alternative e diversi scenari di esistenza.
Il film si conclude proprio con una appropriata e amarissima considerazione sul destino, sempre espressa dalla voce fuori campo di Al, che questa volta si rivolge anche direttamente agli spettatori:  “Il destino è una forza misteriosa. Può puntare il dito contro di me o contro di voi senza una ragione apparente.”
Detour è stato definito il B-Movie più famoso del mondo, ed è diventato presto oggetto di culto e di studio, proprio in quanto “allucinato apologo sull’assurdo e sul caso”, da parte di studiosi del cinema e grandi registi, tra i quali spicca il nome di Martin Scorsese. Per questo film è stato perfino scomodato Kafka, perché definito “un agghiacciante film dalle atmosfere kafkiane”, che,  come afferma David Rodowick, studioso di estetica e filosofia del film e  direttore del Department of visual and environmental studies alla Harvard University, fanno del fim “un misconosciuto capolavoro dell’assurdo, capace di rivaleggiare perfino” appunto “ coi lavori di Kafka, nella sua determinazione a spogliare la vita di logica e stabilità.”
Il film tecnicamente presenta  numerosi difetti e incongruenze e non poteva essere diversamente per un’opera girata in pochi giorni e con  pochissimi mezzi. E tuttavia Ulmer dimostra di sapere padroneggiare la storia, conferendole in massicce dosi tutto il fascino del destino e del caso che condizionano la vita umana al di là di ogni aspettativa. Un film in cui il vero protagonista è proprio il destino, che si presenta in veste assolutamente negativa ben tre volte davanti al protagonista, cambiando in maniera irreversibile il corso della sua esistenza.Detour-1945-2
Chi si fermasse solo  ai limiti tecnici del film, e quindi pensasse ad Ulmer esclusivamente come ad un regista di serie B sbaglierebbe del tutto. Il nostro regista aveva un passato di tutto rispetto, essendo stato assistente del grande Murnau soprattutto per il film “The Last Laugh” e  “Sunrise,”. Valorizzando fino in fondo questa eccellente esperienza, Ulmer riesce a fare di Detour un film che si ispira  all’espressionismo tedesco di Max Reinhardt e che pertanto si colloca a metà strada tra il noir europeo e il poliziesco americano.  Per questo motivo il film in  certo senso rovescia le regole che in genere governano i film noir, che hanno costantemente un insieme di convenzioni narrative e visive tipiche. Lo stesso titolo (Deviazione) ci definisce il film come “deviante”, in quanto continuamente lontano dalle convenzioni del genere e soprattutto per il  costante rovesciamento della logica narrativa tipica del noir. Perché il film, utilizzando la tecnica del monologo interiore,  diventa un tentativo per padroneggiare la concatenazione di eventi assolutamente imprevisti  e irrazionali, che fanno precipitare il protagonista nella più assoluta sfiducia e debolezza psico-fisica. Al  è prostrato e vinto dal destino cieco che lo ha condizionato fin dall’incontro casuale con Haskell.  In realtà il lungo monologo fuori campo di Al è rivolto al pubblico con tono di autocommiserazione e senza alcuna forza di reazione e possibilità di esercitare, pur in presenza di avvenimenti casuali e negativi, proprie scelte capaci in qualche modo di contrastare il destino avverso. Insomma la personalità di Al Roberts è estremamente debole e rinunciataria: subisce gli eventi e rinuncia a priori a tentare di modificarli, non avendone la forza né il carattere.
Un’altra differenza della generalità dei film noir, consiste nel fatto che Detour non privilegia gli angusti spazi urbani, ma piuttosto la strada. In questo senso potremmo definirlo un road-movie verso…l’inferno. Detour194508116216-22-21
Indubbiamente la bellezza di Detour che lo ha fatto amare da parte di grandi cineasti e critici  consiste  nella assurdità del suo sviluppo, perché esclusivamente dominato dal caso e dal destino. Uno sviluppo che per ciò stesso conduce Al sempre più lontano, a mano a mano che si avvicina ad Hollywood,dai suoi iniziali obiettivi (il matrimonio, il suo ideale romantico, ecc).  Come ci ricorda ancora Rodowick,  sono le morti  fisiche e morali “ a strutturare il suo oscuro viaggio”. Per Suzy si può parlare di morte metaforica, perché “la ragazza viene esclusa per sempre dalla sua vita”. Inoltre quando “Haskell muore, Al accetta la sua identità; e quando muore Vera, Haskell diventa teoricamente responsabile del suo assassinio…Così ogni successiva morte trova il suo doppio nell’alienazione morale e nella perdita di identità crescenti di Al; fino al punto in cui egli viene abbandonato come un fantasma nel limbo, escluso sia dalla priopria destinazione, sia dal proprio punto di partenza.”
In ogni caso su questo film si sono esercitate varie teorie, tra le quali ha una sua suggestione quella del critico Andrea Britton, che sostiene che, poiché la narrazione si rivolge direttamente a noi spettatori, noi in realtà non sappiamo quello che è realmente successo, ma solo quello che Al vuole farci  credere che sia accaduto. Ad esempio la descrizione della sua ragazza, Suzy, mal si adatta alla sua reale personalità, e inoltre Al sarebbe meno innamorato di Suzy di quanto vorrebbe lasciare ad intendere, essendo piuttosto interessato, per motivi economici,  alle sue possibilità di carriera nel mondo dello spettacolo. Inoltre il suo atteggiamento di fronte al corpo di Haskill sarebbe nient’altro che una razionalizzazione di un furto facile. Insomma per Britton la versione di Al attraverso il suo lungo monologo mette in luce la teoria di Freud che le esperienze traumatiche possono essere rielaborate in fantasie che sono più facili da vivere. Questa tesi appare molto meno fantasiosa di quanto non sembri, se si pensa ad alcuni precedenti film di Ulmer (che è stato regista molto prolifico), nei quali spesso ricorrono motivi psicoanalitici e stati di alterazione della personalità dei protagonista. Vale la pena di citare proprio il film precedente a Detour, quello “Strange Illusion” (tiolo italiano: “Sangue nel sogno”), che è la storia di un uomo che, prima della morte prematura del padre, ha uno strano sogno ricorrente, nel quale la madre si innamora di un uomo pericoloso e il padre viene continuamente sognato morto in seguito ad un incidente automobilistico in circostanze misteriose.  Con l’aiuto di un amico psichiatra il  protagonista capisce che il sogno in realtà contiene molti elementi di verità già realizzati o in via di realizzazione.
Dal canto suo, uno  dei più famosi critici cinematografici americani, Roger Ebert, ci ricorda che l’attore  che interpreta  Al  (Tom Neal) riesce a dare al suo personaggio un carattere flaccido, passivo e pieno di autocommiserazione, come evidentemente voluto dal regista. E con incredibile sintonia, nella vita reale l’attore è stato anch’egli vittima del destino come Al: si pensi che è stato incriminato e condannato per omicidio colposo in seguito alla morte della sua terza moglie. Per ciò che riguarda invece il personaggio femminile di Vera (Ann Savage),  qui Ulmer riesce a costruire un  carattere estremo sul versante opposto a quello di Al: non c’è in lei neppure un briciolo di umanità né tanto meno di tenerezza. Sono due tipi estremi: l’uomo debole, sfortunato e sottomesso, la donna  sicura di sé, intraprendente e autoritaria.
I due attori erano affiatati, avendo già recitato insieme in due precedenti film piuttosto mediocri: The Unwritten Code (1944) e “Two-man submarine”.

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