“Escobar – Paradise lost.” (USA 2014) di Andrea Di Stefano

Ma ci sono troppe inverosimiglianze


(marino demata) Il film nasce da un’idea niente male: trattare dei momenti chiave della ascesa, del dominio e della crisi di Escobar, il re della droga, dal punto di vista di un giovane, un po’ naif, di nazionalità canadese, arrivato sulle belle coste della Columbia per insegnare surf e aiutare il fratello nelle nuove attività su una spiaggia che sembra un paradiso. Tutto si complica quando però il giovane canadese, Nick  (Josh Hutcherson) si innamora di Maria (l’esordiente Claudia Traisac) e viene ricambiato del suo amore, e scopre, attraverso una fin troppo candida affermazione della ragazza, che il proprio zio è il ricchissimo Escobar (un grande Benicio Del Toro).escobar-2
Ben presto Maria porta il fin troppo docile Nick nella maestosa “reggia” di Escobar, tra zoo con elefanti e giraffe e mega-piscine. Il film offre solo una pallida idea di quello che doveva essere quella immensa reggia di ben  tremila ettari di terreno, con uno zoo con specie animali rare, numerose piscine, uno stadio per la corrida, 12 laghi, un ospedale, piste di atterraggio per gli elicotteri del narcotraffico, collezioni d’auto d’epoca, tra le quali spicca quella crivellata di colpi ove sono morti Bonny e Clyde. Dopo qualche sequenza troviamo Nick lavorare per il grande re della droga, pulire le sue piscine, governare i suoi cavalli. E’ il periodo nel quale Escobal guadagna anche un seggio in parlamento per la sua enorme popolarità acquistata grazie al suo atteggiamento un po’ da moderno Robin Hood, la sua tendenza ad aiutare i poveri e gli oppressi, a costruire ospedali e campi di calcio da regalare alle comunità più disagiate.
La prima parte del film, tutta in flashback, tende a farci conoscere, sempre attraverso gli occhi del giovane Nick, gli aspetti contraddittori della personalità di Escobar: la sua passione per il bambini, coi quali gioca in piscina o passa il tempo leggendo libri di favole, il suo attaccamento alla famiglia, la sua religiosità che lo porta a pregare frequentemente nel corso delle sue giornate, ma contemporaneamente la sua ferocia nello sbarazzarsi dei suoi nemici reali o potenziali, la sua disinvoltura con la quale riesce ad invadere il mondo con la sua cocaina. In effetti a soli 26 anni, dopo aver praticato altri mestieri illeciti come il traffico di armi, diventa già il leader incontrastato del cartello della droga di Medellin, attraverso il quale riesce a controllare l’80 per cento del traffico di cocaina per gli Stati Uniti e molti altri Paesi. Si calcola che abbia ucciso circa 4000 uomini, non arretrando neppure di fronte all’eventualità di uccidere o far uccidere donne e bambini,  calpestando quindi quella sorta di codice d’onore non scritto che caratterizzava i comportamento di molti gangster e padrini.escobar-5 E infatti quando Nick, inviato in missione da Escobar con l’incarico, tra l’altro, di ammazzare il contadino perché pericoloso testimone del luogo dove una parte del  suo tesoro sarà nascosto, e gli comunicherà per telefono che al posto del contadino gli è andato incontro il figlio quindicenne, poco più che un ragazzino e che quindi non sarebbe il  caso di ucciderlo, il re della droga gli risponde laconicamente: “Quando hai finto il lavoro chiamami”.
Il film è abbastanza nettamente diviso in due parti, la prima, forse la più interessante, nella quale il regista mette prevalentemente a fuoco la complessa personalità di Escobar, i suoi aspetti quasi infantili verso la famiglia e la sua “vocazione” ad andare incontro ai bisogni più elementari del popolo che si coniugano con la sua ferocia nella gestione degli affari. La seconda parte del film, invece, imbocca decisamente la strada più convenzionale dell’action thriller, con un andamento concitato, a volte anche piacevole a vedersi e con qualche momento di suspense. Ci riferiamo alla missione alla quale il giovane Nick viene in certo senso obbligato, a portare in un luogo sicuro una parte del patrimonio di Escobar.
Senonchè quell’idea niente male di cui abbiamo parato prima, quella cioè di farci vedere salienti episodi della vita di Escobal attraverso gli occhi di un giovane canadese, funziona piuttosto male ed ha aspetti poco verosimili. Ci sono infatti evidenti difetti di sceneggiatura e poi di regia nella costruzione del personaggio del giovane Nick. Il quale sembra del tutto preso alla sprovvista quando la sua amata gli confida di essere la nipote di Escobar e non ha alcun moto di rifiuto o di ripulsa quando lo conduce nella “reggia” e farlo diventare in tal modo una sorta di membro acquisito della famiglia. Il tutto fa gridare alla inverosimiglianza. Non stiamo parlando della casa di un ladro di polli, ma della sontuosa reggia del re della droga. E chi fosse Escobar era notissimo in quegli anni non solo in Colombia, ma in tutto il mondo. Tranne che per il semi-dormiente Nick, naturalmente. E neanche l’indignazione del suo più avveduto e realistico fratello riesce a svegliarlo dal suo letargo. Si può ben affermare che tutta la prima parte del film, che poteva ben essere la più interessante, è inficiata dalla assurdità e inverosimiglianza del personaggio di Nick. Perfino le candide affermazioni di Maria “mio zio esporta uno dei beni del nostro Paese, la cocaina”, non sono in grado di creare uno scatto nella personalità del ragazzo canadese, che assorbe tutto e continua a pulire le piscine del re della droga.escobar-6
E’ curioso che l’esordiente regista italiano Andrea Di Stefano, lunga militanza cinematografica da attore con Bellocchio che gli ha fatto interpretare Il Principe di Homburg nel 1992 e con  Schnabel (“Prima che sia notte”), e Rob Marshall (“Nine”), nel corso dei ben tre anni di preparazione del film e in attesa del “SI” di Benicio del Toro, non si sia reso conto delle varie incongruenza di sceneggiatura. Delle quali invece si sono accorti numerosi critici, soprattutto americani, che sui fogli più prestigiosi sono stati impietosi sul personaggio di Nick e sulla performance di Josh Hutcherson.  Ed hanno usato per lo più il termine “incongruenza” per definire i passaggi più clamorosamente inverosimili del suo personaggio.
Nulla da dire sul personaggio di Escobar secondo Benicio Del Toro, che con la sua consueta bravura e professionalità si prende sulle spalle l’intero peso del film.escobar25
Il racconto cinematografico si conclude con la resa di Escobal, che si consegna ai rappresentanti del Governo in uno spettacolare incontro in un campo sportivo. Doveva restare in prigione cinque anni e in  cambio il Governo si era impegnato a non estradarlo verso gli Stati Uniti d’America, ove avrebbe avuto ben altri processi e ben altro trattamento. Invece il trattamento che gli fu riservato nel periodo della prigionia in Colombia fu veramente singolare: si fece costruire una prigione, che era anch’essa una sorta di reggia, dalla quale entrava ed usciva a suo piacimento. E fu proprio durante una delle sue lunghe scorribande esterne alla prigione che il 2 dicembre 1993 Escobar fu braccato dalla polizia e ucciso. Restano molti inquietanti interrogativi sulla sua preparazione della sua uccisione, avvenuta in un centro commerciale circondato per l’occasione da 500 poliziotti colombiani. C’è  stata indubbiamente la collaborazione dell’Intelligence degli USA nell’operazione che ha stroncato la vita di Escobar proprio nella sua Medellin. In ogni caso per la preparazione dell’agguato al re della droga e per la sua materiale esecuzione esistono ancora molti aspetti oscuri che forse solo il tempo si incaricherà di decifrare definitivamente.

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