“Eight days a week” (USA 2016) di Ron Howard – Recensione

“The band you know. The story you don’t.”

 

(luciano nocentini) Nel 1962 a Milano presso lo Studio di Fonologia Musicale della Rai,fondato pochi anni prima da Luciano Berio e Bruno Maderna, avvenne un incontro fra Umberto Eco ed il compositore belga Henri Pousseur. Durante la loro conversazione il discorso cadde sui Beatles e Pousseur disse: “essi stanno lavorando per noi”, Eco di rimando gli rispose che lui (Pousseur) stava lavorando per loro. Avevano entrambi ragione. L’oggetto della ricerca presso lo Studio di Fonologia era, per semplicità di esposizione, condensabile nel sincretismo fra strumenti acustici e suoni prodotti elettronicamente. In effetti, come ricorda Furio Colombo, Berio era attentissimo e molto informato riguardo ai fenomeni musicali che nei primi anni Sessanta stavano montando, come il folk, il pop e successivamente il rock. I Folks Songs (1964) ed i successivi Beatles Songs (1965/67) stanno a testimoniare non solo l’apertura di Berio verso la musica di consumo ma anche quanto Berio tenesse in considerazione il modo di comporre dei FabFour, tanto da esprimersi così su di loro: badate si tratta di musica vera, nuova a cui prestare attenzione. eight-days4
Se Berio era un attento osservatore di ciò che avveniva in campo musicale altrettanto lo erano i Beatles, soprattutto John Lennon, per ciò che riguardava la musica elettronica e le più avanzate tecniche di registrazione sonora e nuovi linguaggi espressivi. Lennon, a volte con McCartney, seguì alcune delle lezioni tenute da Berio nella sede londinese della Julliard School of Music di New York, intrattenendosi poi con il compositore a cui chiedeva di Pierre Boulez e di Karlheinz Stochkausen. Ma le geniali intuizioni di Lennon e McCartney non sarebbero state tradotte in musica se i Beatles non avessero avuto come collaboratore il produttore e compositore George Martin, anch’egli attento al lavoro di artisti d’avanguardia come Steve Reich e Aaron Copland, del quale ammirava le scale diatoniche: l’accordo iniziale di A Hard Day’s Night del 1964 è una scelta stilistica dettata dall’interesse di George Martin per la ricerca musicale d’avanguardia. eight-days2
Grazie allo splendido film documentario Eight Days a Week di Ron Howard, in gran parte realizzato con materiali inediti e/o ritenuti persi, vediamo come Martin e i quattro giovanotti di Liverpool usassero lo studio di Abbey Road come un vero e proprio strumento musicale: manipolazione dei nastri magnetici, sovraincisioni ed uso di filtri sonori. Eight Days a Week prende in esame il quadriennio 1963-1966, dalla nascita della Beatlesmania all’ultimo concerto dal vivo (inteso come filmato perché in realtà sarebbe stato il primo della seconda tournèe americana del 15 agosto 1965 allo Shea Stadium di New York), fino alla soglia degli album della maturità artistica a partire dal mitico Revolver (1966). Quello fu il periodo più intenso per i Beatles contraddistinto da una serie interminabile di concerti live che li vide in Scozia, Inghilterra, Svezia, Stati Uniti, Nord Europa, Honk Kong Australia, Nuova Zelanda, Italia e nuovamente Stati Uniti. In questo turbinio di concerti, interviste e show televisivi, trovarono il tempo per registrare 6 album e due film, A Hard Day’s Night (’64)e Help! (’65) entrambi diretti dal grande Richard Lester. eight-daysMa cosa ha di così speciale il film di Ron Howard che fin’ora non è stato mostrato? È presto detto. Il pregio principale del film, come già anticipato, è quello di avere recuperato e restaurato una gran mole di documenti filmati e sonori creduti persi, come la straordinaria clip a colori di sei minuti e mezzo del concerto del ’63 a Manchester con l’audio originale di She loves you e Twist and shout; ricordo che i primi filmati a colori conosciuti dei FabFour risalgono al ’62 ma sono muti. Oppure l’intervista filmata a Paul McCartney rilasciata a Larry Kane (il giornalista che seguì per la CBS tutto il primo tour americano) in merito alla segregazione razziale, fenomeno sociale al quale si trovarono di fronte quando si esibirono nel sud degli USA. In quell’occasione Paul McCartney così si espresse: È abbastanza sciocco segregare le persone. “Penso solo che sia stupido. Non si può trattare altri esseri umani come animali, questo è il modo in cui ci sentiamo tutti noi, e questo è il modo in cui le persone in Inghilterra sentono, perché non c’è mai stata alcuna segregazione in Inghilterra e nei concerti; e se ci fosse non suoneremmo per loro”. Alle parole seguirono i fatti: a Jacksonville, Florida, seppero che i settori del pubblico erano stati separati per colore della pelle, i bianchi da una parte i neri dall’altra; ebbene i Beatles si rifiutarono di suonare fino a quando non ebbero la garanzia dagli organizzatori che bianchi e neri si potessero sedere uno accanto all’altro. eight-days-a-week-movieAnche Ringo Starr nel film ricorda il fatto: “Abbiamo suonato per la gente, non abbiamo suonato per queste persone o per quelle persone, Noi volevamo suonare per la gente”. Le oltre due ore di film filano che è una bellezza senza mai cadere nella retorica o peggio ancora nella nostalgia. Eight Days a Week aggiunge un altro significativo punto di vista per la comprensione del fenomeno Beatles e si somma alla numerosa lista di film e documentari sul gruppo inglese, sui singoli componenti o, addirittura sulle consorti di George, John, Ringo e Paul. Eight Days a Week è un film che ti fa riscoprire come dice Whoopi Goldberg, fra gli intervistati del film, che i Beatles ti davano l’idea di un mondo in cui chiunque era il benvenuto. E lei vi entrò, all’età di nove anni, assistendo con la madre al concerto dello Shea Stadium di New York. Concerto che viene riproposto alla fine dl film come straordinaria appendice con uno strepitoso audio rimasterizzato da Giles Martin, il figlio di George Martin, che ti catapulta nel clima eccitato di un concerto dei Beatles.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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