“Franz” (FR. 2016) di François Ozon

Meglio la menzogna se la verità può causare dolore e disperazione

(marino demata) Siamo in un piccolo villaggio dell a Germania nel 1919, pochi mesi dopo la fine della Grande Guerra, che da una parte e dall’altra ha mietuto centinaia di migliaia di vittime innocenti. Una tra queste è il venticinquenne tedesco Franz Hoffmeister. La sua fine è stata causa di un dolore straziante per i sui genitori, che lo hanno convinto ad arruolarsi e in qualche modo sentono il peso delle responsabilità della sua fine, appena attutito dal convincimento che è giusto servire la patria. Ed è stato anche un durissimo colpo per la fidanzata e promessa sposa Anna (la bravissima attrice tedesca Paula Beer), che vive con i genitori del povero Franz, che la hanno accolta come una figlia. Anna è incapace di reagire al destino che le è toccato e, chusa nel suo dolore, trascorre tutte le sue giornate sulla tomba di Franz. Una tomba che è solo simbolica, perché vuota: i resti di Franz sono assieme a quelli di migliaia di soldati morti e rimasti ignoti.
In una grigia mattina Anna scopre sulla tomba qualcosa che la turba perché modifica la solita triste routine del suo mesto pellegrinaggio di dolore: qualcun altro ha lasciato dei fiori sulla tomba del suo amato. frantz2-1000x600
Da questo momento in poi il film si carica di un mistero e di una suspense che si risolve solo parzialmente allorché, in una delle mattine successive, Anna scopre che  a deporre i fiori sulla tomba di Franz è un giovane francese, Adrien Rivoire (Pierre Niney). La soluzione del primo mistero prelude ad altri misteri e interrogativi,  perché Adrien giustifica il reiterato gesto di affetto sulla tomba  con la sua profonda e sincera amicizia nei confronti di Franz. I due ragazzi – a dire di Adrien – si erano  conosciuti a Parigi, prima della guerra, durante un lungo soggiorno del giovane tedesco nella capitale francese, tra studi di violino, del quale entrambi erano appassionati, belle ragazze, e lunghe soste al Louvre, soprattutto davanti al quadro di Manet “Le suicide”.  Anna e gli Hoffmeister sono incuriositi ed entusiasti di quanto Adrien racconta, ma lo spettatore più avveduto percepisce che qualcosa non quadra e che permane, attorno alla figura di Adrien, un alone di mistero e forse di menzogna  che rende improbabile la sua storia. manet_-_le_suicide
Si determinano pertanto elementi di accumulo della suspense: crediamo che non sia una caso che  molte sequenze di questa prima metà del film sono accompagnate dalla colonna sonora, del bravo Philippe Rombi, che riecheggia molto chiaramente alcuni passaggi di film di Hitchcock.
Fatto sta che per Adrien si moltiplicano le cene a casa degli Hoffmeister, ai quali non sembra vero di sentire parlare del proprio figlio: I due anziani genitori trovano grande sollievo a sentire parlare di lu. Lo stesso dicasi per Anna, che comincia a nutrire un sentimento di affetto per il giovane francese.
Lo scioglimento dei nodi della trama avverrà solo verso la metà del film: la verità che Adrien dirà Anna costituirà dunque la fine di quella suspense che avrà appassionato più di uno spettatore e l’inizio di un’altra fase di suspense che si può riassumere in questo interrogativo: come reagirà Anna di fronte alle confessioni di Adrien circa le sue menzogne e soprattutto di fronte alla spiegazione dei motivi di esse? Il film nella seconda parte si tramuta camaleonticamente nel suo opposto: sarà ora Anna ad andare a Parigi a cercare Adrien e sarà da ora in poi la volta di Anna a mentire. La giustificazione gliela offrirà un sacerdote nel segreto della confessione: “perché dire la verità se essa fa nascere nuove sofferenze?”franz-4
Presentato con successo alla 73a Mostra del Cinema di Venezia (ove tra l’altro la protagonista Paula Beer ha conquistato il Premio Marcello Mastroianni), il film è tratto da un romanzo di Maurice Rostand, ed è un “remake” di una prima trasposizione cinematografica di Ernst Lubitsch del 1932. Appare evidente che rispetto al romanzo e alla interpretazione che ne offre Lubitsch, Ozon tende ad accentuare i caratteri di suspense che la storia in sé tende ad offrire, realizzando in tal modo un film positivamente in bilico tra melodramma, thriller e storia di formazione. Non va trascurato, a nostro giudizio, quest’ultimo aspetto: la figura di Anna, protagonista del film, passa gradatamente dallo stare chiusa in se stessa, prigioniera del proprio dolore, ad una prima timida fase di apertura alla vita con la frequentazione di Adrien. Anche lo choc di fronte alle rivelazioni di Adrien non determinano un ritorno alla chiusura al mondo, ma piuttosto una fase di rimeditazione che si traduce in un viaggio in Francia sulle tracce del ragazzo parigino e poi, complici anche le vicende nate dal nuovo incontro,  la definitiva trasformazione caratteriale della ragazza e la sua compiuta emancipazione.franz3
Queste dunque le più chiare chiavi di lettura del film, che secondo noi rappresenta l’opera migliore e più consapevole di Ozon. Un film che non a caso è intitolato “Franz”, il nome cioè di un personaggio che non c’è più, ma attorno al quale ruota l’intera storia.
Ozon è un regista diventato negli ultimi anni straordinariamente prolifico: un film all’anno a partire dal 2007, con la caratteristica e la capacità di spaziare con disinvoltura tra i generi più disparati, sempre con la medesima efficacia e la voglia soprattutto di sondare i segreti dell’animo umano e la complessità delle motivazioni di scelte che possono sembrare lontane dalla comprensibilità. Come è il caso del  recente “Giovane e bella” e di “Nella casa”. Caratteristiche che riemergono in quest’ultima fatica, che, rispetto ai film precedenti, risulta ancora più ispirato. In più “Franz” si caratterizza anche come film di atmosfera: lo sfondo in cui si svolgono le storie dei due protagonisti, che a turno fanno delle loro menzogne un necessario modus vivendi, è quello degli animi esacerbati del primo dopoguerra. La presenza di Adrien nel paesino tedesco, ove notiamo già tanti personaggi che anelano ad una rivincita nei confronti dell’odiato nemico francese, è molto mal tollerata. E nella seconda parte del film anche la presenza di Anna in Francia non manca di suscitare ironie e punte di odio. In questo quadro Ozon non sa rinunciare ad una scena ad effetto, allorché in un bistrot di Parigi Anna si trova ad assistere al canto della Marsigliese che, dapprima opera di pochi avventori, finisce poi per coinvolgere in un crescendo tutti i clienti del locale. Scena di indubbio (e forse troppo facile) effetto, che richiama  alla mente una famosa sequenza molto simile, quella che si svolge nel locale di Rick in “Casablanca”.frantz_pierre_niney_anton_von_lucke_jpg_1003x0_crop_q85
Ozon si conferma regista di indubbio talento e quest’opera, girata in un elegante “bianco e nero”, con rapide incursioni nel “colore” quando si tratta di sottolineare ricordi e e momenti felici,  costituisce un punto di arrivo importante: forse la sua opera più matura e consapevole. Il regista infatti mette a frutto nella maniera migliore la grande lezione di Truffaut e della Nouvelle Vague. Come Truffaut, anche Ozon ha diviso la sua filmografia tra opere direttamente ispirate dai sui propri soggetti  e opere ispirate a romanzi o a testi teatrali teatrali. Gli autori che maggiormente hanno ispirato Truffaut sono stati Henri-Pierre Rochè, David Goodis,  Ray Bradbury, Henry James,  mentre gli autori da cui Ozon ha tratto le sue storie sono stati le inglesi Taylor e Rosa Tremain, e gli autori di teatro Pierre Barillet, Jean-Pierre Grédy e Juan Mayorga. Ma le analogie non finiscono qui, perché Ozon riesce non solo a ricreare, come fa con grande efficacia in “Franz”, le atmosfere che caratterizzano i testi ai quali si ispira, ma anche a dare, come sapeva magistralmente fare Truffaut, quell’impronta originale e personale, presente soprattutto nella scelta di soffermarsi più che sui fatti sui sentimenti e sulle razioni emotive che dai fatti stessi scaturiscono. E questa caratteristica fa di Ozon uno tra i più consapevoli eredi  della Nouvelle Vague.

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