“Buffalo 66” (USA 1998) di Vincent Gallo – Scheda e inizo del film

(marino demata) Raramente si è visto un esordio alla regia così straniante e allucinato. Vincent Gallo per questo esordio usa un linguaggio cinematografico frammentato, con inquadrature volutamente a-prospettiche, provocatoriamente sgangherate, che nutrono e alimentano un linguaggio cinematografico personalissimo e a volte delirante, tutto al servizio della storia e del personaggio a loro volta frammentati.
Basta riflettere un attimo sull’inizio del film: un incipit visto tante volte nei film americani, l’inquadratura che sosta per qualche attimo sui cancelli di una prigione e il protagonista, Billy Brown (lo stesso Vincent Gallo) che li varca dopo aver scontato la sua pena. Eppure niente è uguale ad altri film: pochi passi avanti si siede sul marciapiede innevato e la folla dei ricordi del periodo vissuto “dentro” si materializza in cinque, dieci, venti e forse più immagini che quasi in contemporanea schizzano sullo schermo, trasformandolo in altrettanti piccoli, scomposti schermi di diverse grandezze. Come a voler dire: lo schermo si trasforma al servizio dei ricordi, perché l’intero linguaggio filmico sarà al servizio della mia storia e delle mie idee. Una storia che, tra l’altro, essa stessa è un collage di frammenti di stati d’animo, di occasioni perdute, di relazioni imperfette, come volutamente imperfetto è l’uso della macchina da presa.
E per ritornare all’originalità di una scena che solo apparentemente sembra un deja-vu, in quale altro film il protagonista, che ha appena varcato il cancello della prigione, dopo aver sostano per un po’ là fuori, ritorna sui suoi passi, bussa al cancello e chiede alla incredula guardia se può ritornare per solo un  minuto per usare il gabinetto? E in quale altro film la ricerca di un bagno occupa quasi l’intero primo quarto d’ora della pellicola?
Ed è nei corso di questa ricerca che Billy incontra Layla (Christina Ricci) e fingendosi un rapitore professionista la obbliga ad andare a casa dei suoi genitori, verso i quali dovrà fingere di essere sua moglie.
Il film proseguirà in tanti episodi che raccontano, sempre in maniera sbilenca, incoerente e con un montaggio teso a creare discontinuità e disorientamento, il rapporto tra Billy e Lyala, sempre incompiuto, incompleto, approssimato, anch’esso disorientante.  A questo proposito indimenticabile è la scena del letto ripresa esattamente dall’alto, che con frequenti stacchi di montaggio racconta di un progressivo timidissimo avvicinamento tra i due, che restano senza parole per l’intera sequenza (la quale dice già tutto!)
A pezzi e a frammenti lo spettatore riesce a ricostruire parte della storia di Billy: costretto ad andare in prigione con una condanna a sei – sette anni al posto di un altro, per l’impossibilità di pagare un fortissimo debito per una scommessa persa. Anche questo frammento di storia sembra convenzionale, ma nelle mani di Vincent Gallo non lo è e non appare tale nel film. Perchè, in questo caso come in altri, le inquadrature volutamente sbilenche e frammentate sono lo specchio dello stato d’animo dei due protagonisti e di una quasi-storia ove veramente nulla, ma proprio nulla, è convenzionale.

 

 

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