“La verità sta in cielo” (IT 2016) di Roberto Faenza

Il caso Emanuela Orlandi

 

(valter chiappa)(riverflash) Certo che era da fare un film sul caso di Emanuela Orlandi. Quale vicenda giudiziaria fu mai più romanzata, più colma di mistero, più ricca di colpi di scena? Altro che caso Spotlight, altro che squallide vicende di borsa o pruriginosi fatti di cronaca nera. Una storia che potrebbe addirittura avere risvolti surreali o altamente simbolici, se si confronta la natura dell’avvenimento in sé, la sparizione di una ragazza, che, pur nella sua drammaticità, potrebbe essere relegato tra le pagine di cronaca locale, con quello che invece ne scaturì: delinquenza ordinaria, spionaggio internazionale, pedofilia, crack finanziari, con il coinvolgimento di boss, attentatori, banchieri, delle più alte sfere ecclesiastiche, addirittura il Papa, oltre ad una selva di sordidi personaggi di contorno. Ogni sorta di malaffare, come se il corpo della povera ragazza romana fosse stato il coperchio di un immenso vaso di Pandora. Materia che avrebbe ingolosito qualunque sceneggiatore.la-verita-sta-in-cielo-8-low

L’occasione sospesa l’ha colta Roberto Faenza, già narratore di fatti di cronaca nera (“Alla luce del sole”, “Il caso di via Poma”); ma nel costruire “La verità sta in cielo” il regista torinese ha completamente mancato il bersaglio. Forte del suo curriculum di corrosivo documentarista, dal lontano “Forza Italia!” a “Silvio forever”, Faenza ha scelto di attenersi al rigore cronachistico; opzione di per sé rischiosa, considerato che la storia a tutt’oggi non ha un finale. Ma chiunque si aspetti rivelazioni da questo film uscirà deluso. La sua ricerca non apporta nulla di nuovo: tutto quello che viene narrato può essere trovato agevolmente su Wikipedia. Tanto meno viene azzardata alcuna ipotesi, se non criptici riferimenti a un qualche potere oscuro non meglio identificato.

Faenza non costruisce nemmeno un’efficace drammaturgia attorno ai nudi fatti; si limita piuttosto ad elencarli con il supporto di una trama esilissima. Nel momento in cui, con l’arresto di Fabrizio Carminati e l’esplodere del caso Mafia Capitale, si aprono nuovi possibili spiragli di luce sul caso Orlandi, una fantomatica giornalista inglese (Maya Sansa) viene inviata in Italia nientepopodimeno che da Shel Shapiro in persona, nelle vesti di un improbabile direttore di testata londinese. Il personaggio di fantasia viene a relazionarsi con la rappresentazione della reale giornalista di “Chi l’ha visto” Raffaella Notariale, interpretata da Valentina Lodovini.

Al centro della narrazione vengono poste le rivelazioni di Sabrina Minardi, ex moglie del bomber della Lazio Bruno Giordano e compagna del boss Renatino De Pedis. In tempi recenti la donna dichiarò che la povera ragazza venne rapita con oscuri fini dalla banda della Magliana, drogata, trattenuta in prigionia in un appartamento di Monteverde e dopo la morte miseramente gettata in una betoniera in un cantiere di Torvajanica. Nel film il racconto della donna viene quindi riportato in una ipotetica intervista, rilasciata alla giornalista inglese in cerca dello scoop.

Il film prosegue così, più simile a quegli inserti sceneggiati che talora arricchiscono i programmi d’inchiesta. Le uniche parti di fiction sono limitate ai flashback in cui Riccardo Scamarcio veste i panni di De Pedis, mentre Greta Scarano interpreta la Minardi da giovane. Ma ai due non viene chiesto di esibire il talento mostrato in altre circostanze, ma solo di dare un tocco glamour, sfoggiando il notorio fascino tramite sguardi intensi e qualche nudo plastico (che ci sta sempre bene, soprattutto se schiaffato nel trailer).

“La verità sta in cielo” finisce per non essere né carne, né pesce; né incalzante come un documentario, né coinvolgente come un racconto. Non racconta, non svela, non elabora, non interpreta, non interessa. Annoia, punto. Un’occasione persa. Dal 1983 il caso di Emanuela Orlandi attendeva di essere narrato. Forse valeva la pena attendere un altro po’.

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