“I senza nome” / “Le cercle rouge” (1970) di J. P. Melville

 Melville mette insieme Delon, Montand e Volontè

(marino demata) “Buddha prese un pezzo di gesso rosso, tracciò un cerchio e disse: Se è scritto che due uomini, anche se non si conoscono, debbono un giorno incontrarsi, può accadere qualsiasi cosa e possono seguire strade diverse. Ma il giorno stabilito, ineluttabilmente, si ritroveranno in questo… cerchio rosso”. Con questa citazione che J.P. Melville attribuisce solennemente a Buddha, si apre il suo dodicesimo e penultimo film, non a caso intitolato in Francia “Le cercle rouge”. Già da questa citazione riconosciamo uno dei caratteri distintivi del cinema di Melville, l’ineluttabilità del destino, l’incombenza senza rimedi del fato. In questo film, ribattezzato in italiano “I senza nome”, dall’usanza dei tre personaggi principali di chiamarsi solo per cognome, troviamola summa della concezione cinematografica Melvilliana, a partire da quel riferimento a quello che lui considera il capolavoro indiscusso del film noir, “Giungla d’asfalto” di John Huston , con le tipiche diciannove situazioni diverse che secondo Melville possono caratterizzare un vero film noir, o per meglio dire “polar”, che nel linguaggio melvilliano significa poliziesco + noir, ovvero il meglio che possa esserci, ricavabile solo dalla unificazione dei due generi.i-senzanome2
Film classico a tuttu gli effetti, summa e antologia della concezione melvilliana del cinema, Le Cercle rouge fu definito dal suo regista “il film più difficile tra quelli che ho girato”. Melville infatti fu alle prese con grossi problemi. Primo tra tutti non essere riuscito ad avere il cast che avrebbe voluto e che prevedeva Lino Ventura per il ruolo di commissario (fu scelto invece Andrè Bourvil, al suo ultimo film), Paul Meurisse nel ruolo del terzo uomo (fu scelto invece Yves Montand), e Jean Paul Belmondo nel ruolo di Vogel (fu invece scelto Gian Maria Volontè). Insomma era soddisfatto del solo Delon! Tuttavia alla fine si ritrovò con un cast internazionale e stellare formato da quattro mostri sacri del cinema, Delon, Volontè, Montand e Bourvil, cst di grandissimo prestigio che sicuramente contribuì a decretare il grande successo di pubblico del film.
I rapporti tra Melville e Volontè tuttavia furono burrascosi. Volontè si era ormai formata una personalità solida, di attore esperto e consumato, sperimentata in tanti ruoli diversi, tutti onorati con grandissima perizia e bravura. Aveva un carattere spigoloso e le sue opinioni sui singoli registi e sul modo di dirigere un film e in particolare dirigere gli attori non le mandava certo a dire. Litigarono e nacque tra i due una antipatia viscerale, alimentata anche da motivi politici, visto che Melville si autodefiniva “uomo di destra” mentre Volontè rivendicava fieramente la sua appartenenza alle idee di sinistra. i-senzanome3
Abbiamo parlato, a proposito di questo film, di summa delle concezioni melvilliane. Ne abbiamo già trovata una fin dalla citazione nei titoli di testa, l’ineluttabilità del destino. Altra caratteristica è la solidarietà maschile e l’amicizia, che alimentano l’intero sviluppo della storia e trova il suo naturale sbocco nel finale, ove Corey (Delon) non si era reso conto di essere caduto in una trappola e viene avvertito e soccorso con grandissimi rischi da Vogel (Volontè) e Jansen (Montand). E ancora: altre caratteristiche riconoscibili in questo film sono la vecchiaia e la decadenza. Jacques Zimmer, nella sua monografia su Melville, afferma he “tutte le strade portano al cerchio rosso, che rappresenta evidentemente il cerchio della morte. Accanto a questo tema ne compaiono altri: la vecchiaia, la decadenza….Quelli de Le cercle rouge sono degli uomini delusi, abbandonati o condannati ad una solitudine che non è più altera, ma derisoria….E’ un film di pura organizzazione, un puzzle fortemente codificato, un’opera decisamente onirica.”i-senzanome4
Le Cercle rouge, con la sua trama semplificata che nasce da situazioni stereotipate (il protagonista che esce di galera per buona condotta, quello che diverrà il suo complice riesce a fuggire dal treno mentre viene trasportato da Marsiglia alla prigione di Parigi), che ovviamente prevedono la elaborazione di un piano per un importante furto ad una gioielleria di place Vendome, rappresenta la summa non solo di tutte le opere del regista, ma delle sue stesse concezioni sul cinema. La citazione da Buddha conferisce fin dall’inzio al film quel senso dell’ineluttabilità, di cui si parlava prima, come marchio indelebile del cinema melvilliano. Si tratta, come è stato osservato, di un film classico nella sua perfezione: inesorabile come un orologio di precisione, vero testamento artistico del regista, che arà appena il tempo di girare il suo tredicesimo film, per poi morire prematuramente nel 1973.
Alla sua morte il film fu pressoché dimenticato e solo negli anni ottanta assistiamo ad una improvvisa rivalutazione del film grazie alla nuova generazione di registi, soprattutto americani, che apprezzarono del film il rigore, l’essenzialità, l’asciuttezza dello stile, la sobrietà. Non c’è nulla di troppo, nulla fuori posto: i personaggi parlano poco, dicono l’essenziale, il resto è affidato ai silenzi, ai gesti e ai movimenti. Commento musicale quasi non c’è, se non quando occorre punteggiare brevemente qualche situazione particolare. IL film divenne in tal modo una sorta di paradigma irrinunciabile per registi del calibro di Jim Jarmush e di Michael Mann, che tenne presente questo film in particolare quando girò Heat – La sfida (1995).

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