Cittadini e potere nel cinema (un breve excursus)

Andrei Zvyagintsev: Laviathan (2014)
Orson Welles: Il processo (1962)
Martin Scorsese: Fuori orario (1985)
Giuseppe Tornatore: Una pura formalità (1994)
Craig Monahan : The interview (1998)

 

(marino demata) Leviathan non è solo il nome di un terribile e gigantesco mostro biblico, ma è anche il titolo metaforico della principale opera del filosofo inglese del ‘600 Thomas Hobbes. In essa il filosofo utilizza il nome e l’immagine biblica per dare un’idea del grande e terrorizzante potere che dovrebbe avere lo Stato assoluto nei rapporti con i cittadini, partendo dalla premessa che gli uomini, lasciati a se stessi e senza freni, sarebbero preda reciprocamente degli istinti più distruttivi ed egoistici possibili in un sorta di guerra di tutti contro tutti.
La visione pessimistica di Hobbes fu contrastata da un altro grande filosofo inglese, John Locke, e poi dagli illuministi francesi, in primis Voltaire e Rousseau, che, partendo dalla premessa della naturale socialità degli uomini e comunque  della necessità di cooperare fra loro, ipotizzano e preannunciano lo stato moderno basato sulla divisione dei poteri e sulla rappresentanza del popolo esaltata dal potere legislativo.leviathan
La storia è andata avanti dalla parte di questi ultimi e non di Hobbes. Eppure il problema degli abusi del potere nei confronti dei cittadini non può dirsi affatto risolto. Anzi potremmo dire che è purtroppo un problema di attualità, che si ripresenta ad esempio nel nostro Paese tutte le volte in cui il potere legislativo viene mortificato e scavalcato dalle iniziative dell’Esecutivo. Oppure quando decisioni fondamentali vengono prese da organismi sopranazionali, sui quali nessun controllo può essere esercitato dai rappresentanti del popolo, che si trova costretto a subire decisioni che spesso modificano in peggio le proprie condizioni di vita.
E non ci sembra un caso che Leviathan è anche il titolo del bellissimo film russo di del 2014 di Andrei Zvyagintsev, già vincitore a Venezia nel 2003 con “Il ritorno”. Il film descrivere la violenza privata del potere politico nei confronti di un cittadino. Lo scenario è la Russia di Putin, ma il discorso travalica i confini geografici (tra l’altro il film è ispirato ad una storia vera avvenuta in Colorado), per diventare metafora del discorso che si faceva prima, della distorsione del potere politico capace di strozzare ogni velleità di controllo e di intervento da parte dei cittadini. In un paesino sul Mare di Barents nel nord della Russia, Nikolaj difende la sua casa e la sua officina dai ripetuti tentativi di esproprio del sindaco corrotto, pienamente appoggiato dal Tribunale locale. Il film ci mostra impietosamente l’inutilità di ogni lotta contro il potere:  si arriverà perfino ad accusare il protagonista di un delitto mai commesso e ad imprigionarlo. Ove sorgeva la sua proprietà troviamo alla fine del film una lussuosa Chiesta Ortodossa ove il Vescovo predica  la bontà degli uomini e la fiducia in Cristo.
Leviathan è solo l’ultimo esempio di un tipo di cinema che si fa metafora del rapporto distorto, ma purtroppo sempre  attuale, del rapporto tra i cittadini, le loro rappresentanze e il potere.le-proces-k-et-hastler
Orson Welles nel 1962 fu felicissimo quando gli fu proposto di dirigere la trasposizione cinematografica de “Il processo” di Franz Kafka, perché avrebbe avuto l’opportunità di descrivere liberamente le vicende di un cittadino in balia del potere delle legge e dei giudici. Tra l’altro Welles ne fece un film come voleva lui: un film indipendente, lontano dai canoni e dalla convenzioni hollywoodiane, che lui detestava e alle quali ricorreva solo per necessità economiche. Egli ha poi dichiarato di aver finalmente fatto un film completamente secondo la sua volontà e lo definì il film più bello di quelli da lui realizzati, assieme a Quarto potere.  La stessa scelta di Anthony Perkins al ruolo del protagonista, contestata da alcuni cirtici per la sua presunta inespressività, si rivelò in realtà perfettamente funzionale al personaggio, sempre in bilico tra lo stupore di quanto gli sta accadendo e la paura di quanto gli potrà ancora accadere.  Inoltre tutte le scelte stilistiche di Welles si rivelarono appropriate e finalizzate alla descrizione dei soprusi e della cieca violenza del potere.  Fotografato in un bianco e nero che evoca i capolavori dell’espressionismo tedesco, è curatissimo nella scenografia, anch’essa tutta volta a dare il senso della progressiva angustia degli spazi e dell’oppressione di cui è vittima il protagonista. Lo vediamo fin dalle prime sequenze, con i soffitti bassissimi che già sembrano opprimere il personaggio di Joseph K., fino alle claustrofobiche scene di quest’ultimo immerso nei meandri di un ambiente giudiziario sempre ostile e minaccioso, coi suoi stretti corridoi e le aule intasate di cittadini in eterna attesa di giudizio, come una sorta di girone infernale. Il tutto è dunque funzionale ad accrescere il senso di angoscia che riesce a trasmettersi dal protagonista allo spettatore.  Un discorso a parte merita l’incipit dell’intera vicenda, col dialogo tra il guardiano davanti alla porta della legge e l’uomo di campagna che vorrebbe varcarla. Ne viene impedito dal guardiano e dalla sua timidezza e mancanza di iniziativa: non sa che la porta era fatta proprio per lui. La indovinata scelta delle note di Albinoni e la costruzione dello schermo di spilli del regista russo Alexandre Alexeieff creano una atmosfera rarefatta, che si conclude con le parole, riferite all’intera storia de “Il processo”: “la sua logica è la logica di un sogno. Di un incubo.”fuori_orario4
Martin Scorsese nel 1985, in un momento particolarmente difficile e pessimistico della propria vita, girerà a sua volta un film indipendente, “Fuori orario”, un piccolo capolavoro meno noto di tanti altri suoi film, che chiaramente si ispira a Kafka e a Welles. Un’azione che si svolge come un incubo in una unità di spazio (Soho a New York) e di tempo (una sola notte). Angosce notturne e metropolitane di un uomo inseguito e braccato da tutti senza alcuna plausibile motivazione, se non quella inverosimile di essere considerato il capro espiatorio di qualsivoglia crimine avvenuto quella notte in quel quartiere.  Trasparente parodia dello stile hitchcockiano, assistiamo anche qui ad una discesa agli inferi di un uomo comune: una metafora  delle persecuzioni “non-sense” cui può essere sottoposto chiunque nella nostra società, all’interno di un quadro ove per il regista deve avere priorità lo “sberleffo” al mondo hollywoodiano, che mai avrebbe finanziato un simile film.
Nel 1994 il premio Oscar Giuseppe Tornatore firma un altro intenso capitolo dei rapporto tra cittadino e potere in una delle sue opere più riuscite: “Una pura formalità”. Lo scrittore Onoff (Depardieu) in una notte di tempesta viene fermato dalla polizia e sottoposto ad un inspiegabile e tormentato interrogatorio da parte di uno zelante commissario (Roman Polanski), che dapprima mostra di non credere di trovarsi di fronte proprio allo scrittore Onoff, ma poi dimostra di conoscerne molti segreti. una-pura-formalita2 In una atmosfera che anche in questo caso possiamo definire kafkiana si consuma il dramma di un uomo indifeso nelle mani del potere, che sembra giocare al gatto e  al topo,  costringendo Onuff ad una affannosa ricerca della propria memoria, ad inventarsi verità e a rivelarne altre che il commissario dimostra di conoscere già fin dall’inizio. Il colpo di scena finale del film da un lato offre una spiegazione a molti passaggi precedenti dal clima sinistramente persecutorio e dall’altro colloca l’intera vicenda in una dimensione inaspettatamente metafisica.
Nel 1998 il regista australiano Craig Monahan firma un bellissimo film, “The interview”, “L’interrogatorio”.  L’inizio – da antologia i primi 7 minuti del film – è simile a “Il processo”: tre poliziotti in borghese fanno irruzione alle cinque del mattino nell’appartamento di Eddie (l’ottimo Hugo Weaving), che riposa sulla propria poltrona. Una sommaria perquisizione dell’appartamento, le manette e poi, tra lo stupore e il terrore dell’arrestato, la corsa in auto fino al luogo ove avverrà il lungo terribile interrogatorio.the-interview
Qui  inizia il lungo duello dialettico che si protrae, claustrofobicamente, per l’intero film all’interno di una stanza, con un tavolo e due sedie.  La bellezza di questo film consiste nel fatto che allo spettatore vengono forniti gradualmente tutti i dati, negli stessi momenti nei quali vengono scoperti e accumulati dalla polizia, oppure affermati da Eddie oppure da quest’ultimo rinfacciati ai suoi accusatori. In un gioco in cui ad un certo punto le parti sembrano ribaltarsi e l’accusato diventa accusatore e viceversa. Il gioco è pesante. Potrebbe trattarsi di omicidio. Ci sono degli indizi ma non prove. E quando, dopo otto ore di interrogatorio, l’indiziato viene rimandato a casa, il gioco sembra come sospeso.
Ma al di là di tutto questo e della bellezza intrinseca del film, purtroppo mai arrivato in Italia, restano le motivazioni per le quali il film è nato, e che ci vengono illustrate dallo stesso regista in un’intervista : “l’idea nasce da un dibattito scatenato in Australia qualche anno fa per i modi brutali della polizia, che nelle pieghe dell’habeas corpus ha modo di operare interrogatori intimidatori, durante i quali si confesserebbe di tutto.”(*)
Che è nient’altro che l’ennesimo atto di accusa delle iniquità del potere verso i singoli cittadini. Innocenti o colpevoli che siano.

(*) Il riferimento all’intervista al regista è contenuto in un articolo di Adriano Boano su cinemah.com.

– Articolo pubblicato su Diari di Cinclub

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