American Pastoral (USA 2016) di Ewan McGregor

Ineluttabile necessità del male

(valter chiappa)(riverflash)       L’ineluttabile necessità del male. Come poteva concepirla Seymour Levov, lo Svedese? Bello, generoso, campione idolatrato, abile imprenditore. Una vita perfetta, divisa fra la fabbrica, modello di integrazione, e la casa di campagna, dove una moglie bellissima, ex Miss New Jersey, fa da principessa consorte del suo regno illuminato. Invece il male, inspiegabile, c’è. E compare nei panni di una figlia ribelle, che detesta e si oppone a quella perfezione, prima con una ostentata balbuzie, poi con comportamenti via via sempre più estremi, fino a diventare una terrorista. E pian piano il mondo di fiaba di Seymour Levov si sfalda pezzo dopo pezzo. Ma lo Svedese no, non può capirlo e soccomberà sotto le macerie della sua vita, senza aver trovato una spiegazione.

Come tutti i grandissimi romanzi “American Pastoral” può essere letto su vari piani: l’evoluzione drammatica di un irresolubile complesso di Elettra che mina il rapporto fra una figlia ed il padre, la necessità di confrontarsi con il male e le nefaste conseguenze dell’incapacità a farlo, il crollo del sogno americano. La trasposizione cinematografica di Ewan McGregor sembra privilegiare, e noi con lui, la prima fra queste chiavi di lettura. La sottile e profonda analisi delle dinamiche interiori dei personaggi è, a nostro vedere, l’aspetto più stupefacente dell’opera di Roth: un uomo tragicamente buono, che paga la colpa di una visione unilaterale del mondo e di una stoica adesione ai suoi valori; una donna che, attraversato il guado del disagio mentale, preferisce rinnegare una vita inaspettatamente difficile ricostruendosi una nuova identità; una ragazza che vive per portare a compimento il suo attentato più sanguinoso, quello contro la famiglia. Per le sue donne, come per ognuno nel suo mondo, lo Svedese aveva costruito un posto perfetto. Non aveva pensato, non poteva, che in quel posto non volessero restarci. american-pastoral3

Per il suo esordio alla regia Ewan McGregor si è certamente dato un compito ambizioso, scegliendo di portare sugli schermi un romanzo così complesso e stratificato, per di più uno dei massimi capolavori della letteratura contemporanea. Lo svolge correttamente, girando un film onesto che ha il maggior pregio nella fedeltà ad un testo che sarebbe stato delittuoso stravolgere. Ma, nonostante la bontà del suo lavoro, la sua è una scommessa persa in partenza. Perché “American Pastoral” è un’opera intraducibile: l’estenuante dilatazione dei tempi del racconto, in cui trovano spazio le minuziosissime analisi che Philip Roth svolge con il suo stile notoriamente verboso, è difatti inconciliabile con la necessaria concisione dei tempi filmici.

Il risultato è una pellicola che coinvolge senz’altro, ma essenzialmente per la potenza della vicenda, rimanendo asfittico per la mancanza dello sviluppo della riflessione rothiana. Lo stesso McGregor d’altronde pare volersi tirare indietro, con meritevole modestia ed un approccio reverenziale, invitando alla lettura dell’opera maestra chi vorrà approfondire tutto ciò che sullo schermo non è e non poteva essere espresso. Così anche gli attori, il regista nei panni dello Svedese, Jennifer Connelly che interpreta la moglie Dawn, Dakota Fanning nel tormentato ruolo di Merry, la figlia ribelle, si adeguano al medio profilo e finiscono per non volare, efficaci, talora intensi (in particolare la Connelly), ma non toccanti.

“American Pastoral” è un oceano in cui è necessario immergersi. Il male busserà prima o poi alle nostre porte e dovremo decidere se negarlo testardamente, schivarlo o abbandonarci a lui. I personaggi di Philip Roth e, perché no, di  Ewan McGregor sapranno mostrarci la strada.

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