III Firenze FilmCorti Festival – Tutti i premiati

…e le Menzioni per tutti i finalisti

Premio per il miglior attore a

Leo Gullotta

quale protagonista del film

Lettere a mia figlia (Italia)

Regia di Giuseppe Alessio Nuzzo

Il premio va alla calda, profonda umanità con la quale Leo Gullotta riesce a portare sullo schermo, con straordinaria partecipazione e convincente caratterizzazione di un personaggio complesso e tormentato,  il commovente ritratto di un padre ormai anziano che ogni sera, nel silenzio della propria vuota abitazione, scrive lettere a una rivegauche_filmcorti_filipporomanelli-22figlia che egli crede – e lo spettatore, per buona parte del film, crede a sua volta – lontana da lui,  povero vecchio sofferente ed abbandonato. In realtà l’uomo, che con la figlia convive e viene da lei amorevolmente assistito, è invece ammalato di Alzheimer. “Un corto che serve a far entrare chi guarda in questa piccola storia di una malattia terribile” ha affermato lo stesso Gullotta, in riferimento a quest’opera, registicamente  ricca di rara ed affettuosa attenzione alle condizioni dolenti di una malattia sempre più diffusa in età senile. Siamo di fronte a una sorta di, socialmente umile ma espressivamente potente, Re Lear partenopeo e dunque ad una grande performance attoriale.

 Premio per la migliore attrice a

Lucia Sardo

quale protagonista del film

Morte segreta (Italia)

Regia di Michele Leonardi

Il premio va a rendere un sentito omaggio all’elevata maturità artistica con la quale Lucia Sardo, straordinaria attrice siciliana,  riesce a disegnare la straziante condizione esistenziale di una “mater dolorosa” intrappolata nel soffocante ed oppressivo labirinto della depressione: il “male oscuro” del suo adorato figlio ma anche, di conseguenza, il proprio. Guardando questo film ci siamo trovati di fronte, assorti ed ammirati, a una recitazione di grande forza teatrale e cinematografica, capace di evocare nella nostra mente di spettatori stupefatti e commossi la pratica mirabile di una tradizione – attoriale e femminile – italiana che, nella Sardo, fa rivivere la memoria di altre grande madri addolorate del nostro cinema, quali l’Anna Magnani di “Mamma Roma” o la Sofia Loren de “La ciociara”.

 Premio per la migliore colonna sonora a

Tom Davis,

autore della musica di

River (USA)

Regia di Stephanie Maxwell

 La musica, fin da quando il cinema si è fatto sonoro, ha sempre accompagnato, spesso in maniera decisamente efficace, le immagini visive che scorrono sullo schermo. Essa diventa un supporto addirittura indispensabile quando il film risulta – come in tal caso –  di natura ed espressione assolutamente liriche. Quand’ esso insomma tende alla poesia pura, all’ evocazione intellettualmente astratta seppure, come appunto in questi film, legata alla trasfigurata concretezza dell’acqua che scorre e dunque alla bellezza anche materiale oltre che spirituale del mondo che ci circonda. Quale più intensa, estatica, introspezione  può  evocarsi in noi se non quella che viene dal contemplare, con assorto e quasi ipnotico coinvolgimento, il millenario scorrere dell’acqua di un fiume?  Questo film sa farsi strumento proprio di tale  ricerca contemplativa ed in esso la musica straordinaria di Tom Davis sa farsi parte integrante della regia di Stephanie Maxwell, rappresentando un viaggio nell’anima mundi: quella che si cela così nei fiumi come nelle montagne e persino, forse, negli esseri umani. .

 Premio per la migliore sceneggiatura a

Ezio Azzolini e Lucia Perrucci,

sceneggiatori del film

L’uomo che cuce il tempo (Italia)

Regia di Ezio Azzolini e Lucia Perrucci

 Due scrittori, due poeti, due cineasti provenienti dalla medesima terra – la Puglia – ed entrambi amanti di un cinema fatto di storie concrete ma anche di ansia metafisica, posto a cavallo tra il Roberto Rossellini di certi brevi apologhi morali e il conterraneo Carmelo Bene, geniale esploratore della materialità e della trascendenza. Ezio Azzolini e rivegauche_filmcorti_filipporomanelli-48Lucia Perrucci hanno scritto assieme, sviluppando un soggetto dell’Azzolini, questa storia semplice e fantastica a un tempo, funerea ma in fondo persino allegra, destinata fatalmente e felicemente a farsi cinema attraverso le capacità registiche della medesima coppia di filmaker. Anche grazie alla maestria interpretativa di Donato Di Bari, il film – che si apre con una soggettiva dall’interno di una tomba – sa parlare della morte con rispetto ed ironia assieme: un binomio tematico che, nel cinema, è stato sempre indicatore di qualità sia etica che estetica.

 Premio speciale della Giuria a:

An Undenlable Voice  – Una voce innegabile  (USA)

Regia di Price Arana

Produttrice: Sharon Stone

 Il film, primo lavoro cinematografico della nota fotografa statunitense Price Arana,  è prodotto – quale testimonianza del suo meritevole impegno sociale e civile – da Sharon Stone. Narra della terribile esperienza, durata  oltre due anni, di internamento nei lager nazisti di Deblin e Czestochowa da parte  di un ragazzino ebreo/polacco di nome rivegauche_filmcorti_filipporomanelli-35Szlamek  Rzeznik. Egli fu tra i pochi bambini che riuscirono a sopravvivere. Nel 1947, all’età di 12 anni, emigrò in America, ove assunse il nome di Samuel Harris. Diventato un adulto, e affermato professionista a Chicago,  ha raccontato la propria storia nel libro Samuel, il bambino sopravvissuto all’Olocausto al quale il film indirettamente si ispira. Il Premio speciale della Giuria ha inteso rendere un convinto omaggio ad un’opera di generoso intento educativo contro ogni forma di razzismo e di violenza sull’infanzia, atroci e insensati fenomeni  non soltanto appartenenti al passato bensì tuttora scandalosamente presenti nel mondo.

Premio per la miglior regia a

Kate Cheeseman

per il film

Love Somehow-In qualche modo, amore (Gran Bretagna)

 Un’ opera assai bella, toccante, poetica. Narra di cosa significhi, per una donna intelligente e dalla sviluppata vocazione artistica (Caitlin Macnamara, moglie del grande poeta gallese Dylan Thomas, era infatti, professionalmente, una danzatrice), diventare la compagna di vita di un artista tutto “genio e sregolatezza” (e tale rivegauche_filmcorti_filipporomanelli-50sregolatezza era per lui fatta, soprattutto, di eccessi alcoolici). Kate Cheesman è regista – teatrale, cinematografica e televisiva – di provata esperienza e di sensibile competenza. Le sue regie filmiche esprimono al meglio, sapendole peraltro rinnovare,  le caratteristiche più classiche e intramontabili del cinema britannico: la romantica vena paesaggistica (qui, rivolta all’ambiente di Laugharne, sulla costa sud occidentale del Galles: la cittadina di mare ove effettivamente Dylan Thomas e sua moglie Caitlin si conobbero e per quale tempo vissero nonchè dove il film è stato girato); l’attenta cura nei confronti della recitazione attoriale (in tal caso, quella della superba, indimenticabile  Sally George, attrice di scuola shakespeariana, qui addirittura magnifica nell’impersonare Caitlin, ormai vedova e chiamata a rievocare continuamente, in bilico tra nostalgia e ansia di libertà, il pesante fardello del ricordo di Dylan), il forte legame con la letteratura (in tal caso, appunto, con un grande poeta novecentesco quale Dylan Thomas), la sensibilità verso l’anima femminile (in tal caso, il film narra di un matrimonio, fatto di amore tempestoso e di crisi ricorrenti, visto e raccontato dalla parte della donna). Insomma, siamo dinanzi ad un’opera che fa onore a qualunque festival che la ospiti.

Il Premio per il miglior film va a

Lulù and the Right Words- Le parole di Lulù (USA-Italia)

Regia di Enrico Le Pera

Sceneggiatura di Enrico Le Pera e Nicola Zurlo

Musica di Federico Ferrandina

Interprete femminile Lauren Kathryn

Produttore: Elp Infiltrations


Il premio per il miglior film lo abbiamo assegnato, con unanime convinzione, ad un’opera di forte caratterizzazione internazionale: il regista è un italiano – Enrico Le Pera, crotonese – che tuttavia vive da vari anni in America; il produttore è un italo-americano; l’attrice principale è americana ma di origini europee; l’autore della musica è italiano ma di cultura sonora decisamente statunitense; la location – Los Angeles – è rivegauche_filmcorti_filipporomanelli-34californiana… Il prodotto di questo melting pot cinematografico è un film assai moderno e forse addirittura postmoderno, legato al tema della violenza e di quello che il film medesimo definisce “consumismo amoroso”; espressivamente innovativo nel suo appartenere al genere che potremmo chiamare del New Noir o, pensando a Quentin Tarantino, della Pulp Fiction. Però, si tratta di un film che vuole, e sa, parlare anche d’amore. Introdotto da titoli di testa quasi hitchcockiani, il film narra di una ragazza – appunto l’ottima Lauren Kahtryn, nel ruolo di una stralunata Lulù che non può non far pensare a quella del cinema espressionista e di Louise Brooks – che diventa, a un tempo,  vittima e complice di una organizzazione malavitosa. Ella si domanda, fin dall’apertura del film e con godardiano candore – se il vero amore non sia altro che una questione di pazienza (virtù sempre più sconosciuta nella nostra convulsa società) e alla fine si apre finalmente ad una versione “femminile” – ossia dolce, rispettosa dell’Altro, non aggressiva – di tale sentimento. Veramente un bel film, dunque, dal ritmo febbrile e dall’atmosfera cupa ma alla fin fine capace di aprire persino uno spiraglio di speranza.
M

  • L’amore ormai (Italia) di Roberto Gneo e Massimo Pellegrinotti: opera di rivegauche_filmcorti_filipporomanelli-42poetica modernità, tesa ad indagare – con un bianco e nero degno di Nelson Almendros e con un appassionato disincanto tipico di Francois Truffaut, i complessi rapporti, sentimentali ma anche aggressivi, teneri ma anche autodistruttivi, che si usano ormai chiamare, troppo semplicemente, “amore”.

 

  • Mausoleum (Estonia) di Peeter Urbia: l’operagraffiante ed irridente, glacialmente comica fino al risentito sberleffo – appare quale una satira, intelligente ma piena di pur elaborato livore, contro la cupa ma crudele stupidità d’un regime ormai follemente oppressivo nel proprio, ridicolmente faraonico, sogno imperiale.

 

  • Mousse (Svezia) di John Hellberg: opera allegra, buffa, irriverente contro ogni rivegauche_filmcorti_filipporomanelli-31conformismo e nazionalismo, burocratismo e provincialismo. Gli esseri umani muoiono ma il loro dialogo resta povero, misero, stantio. Dalla povera storia d’un furto, avvenuto ad opera di un ladruncolo francese nel negozietto d’una cittadina svedese, il cineasta costruisce una storia, assai divertente, che suona irrisoria verso qualunque tentativo di ingessare in schemi categoriali le idee, i comportamenti, le emozioni degli esseri umani.

 

  • Non cercare la logica dove non l’hai messa tu (Italia) di Ferdinando Maddaloni: si rivegauche_filmcorti_filipporomanelli-36tratta di un’opera – una docufiction potremmo definirla con termine di moda ma in tal caso di elevato livello estetico e politico – che sa sviluppare un accorato discorso di potente impegno civile, sociale, morale nel proprio ricordare la figura di Anna Politvoskajia, giornalista russa e martire dell’autonomia cecena. Insomma, un esempio di come il cinema – linguaggio universale – sappia farsi testimonianza dei diritti di libertà – ma anche del loro spregio – nel mondo.

 

  • the good boy (USA), di A. L. Lee: un film duro, violento, quasi concentrazionario nel proprio chiudersi tutto quanto nel cupo e soffocante universo di un bar della periferia d’una sconosciuta ma crudele metropoli. In essa, un giovane pugile ammaestrato all’aggressività può sottoporre, in nome di valori disumanamente alienanti, a un pestaggio  tremendo un povero giovane autistico. Un ritratto terribile, quasi claustrofobico, d’una società ammalata di avidità, di competitività, di afasia comunicativa e comportamentale.
    rivegauche_filmcorti_filipporomanelli-01

 

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