I due Melville

Il letterato e il regista

(stefano beccastrini) Tra gli autori, sia letterari che cinematografici, che amo di più ci sono “i due Melville” ossia Herman, sublime scrittore statunitense, e Jean-Pierre, valente cineasta francese. L’omonimia non è affatto casuale poiché il francese, vissuto nel Novecento, assunse intenzionalmente, nel secondo dopoguerra, il cognome del primo, vissuto invece nell’Ottocento. Il fatto è che Jean-Pierre Melville, fin da quando ancora si chiamava Jean-Pierre Grumbach (il suo vero nome), era un profondo, quasi maniacale, ammiratore della cultura americana. Tant’è che quando, invaso il suo Paese dai nazisti, entrò nella Resistenza – distinguendosi soprattutto per la propria attiva partecipazione, nell’agosto del 1944, all’Operazione Dragoon ossia all’organizzazione dello sbarco alleato nella Francia meridionale, successivo a quello avvenuto in Normandia due mesi prima – assunse il nome di battaglia di Melville. Lo fece, appunto,  in omaggio al sommo narratore – da lui ammiratissimo – che, pur avendo scritto tanti romanzi e racconti (anche bellissimi: per esempio il cupo Benito Cereno, l’enigmatico Bartebly lo scrivano nonchè quella sorta di sorprendente e modernissima satira metafisica che è L’uomo di fiducia), resterà celebre soprattutto per quel immenso poema in prosa – storia avventuroso e trattato enciclopedico, epopea marinara e riflessione cosmica – che fu Moby Dick or the Whale (Moby Dick o la Balena). Finita la guerra, il futuro cineasta scelse di trasformare il proprio, bellico, nome di battaglia in vero e proprio cognome legale. Fu proprio come Jean-Pierre Melville che firmò, quindi,  tutti i suoi film a partire dall’intenso Il silenzio del mare, 1948, tratto dal bel romanzo resistenziale di Vercors (nome di battaglia di Jean Marcel Adolphe Bruller, anch’egli combattente del Maquis: Vercors è l’appellativo di un massiccio montuoso prealpino situato nel sud-est della Francia).  melville-herman2Ma parliamo più da vicino, com’è consono in una rivista come questa, di cinema. Cominciando  dai rapporti con il cinema stesso intrattenuti – logicamente, senza volerlo nè saperlo, essendo lui morto quattro anni prima dell’invenzione dei fratelli Lumiére – dalle opere di Melville. Com’era immaginabile, il suo libro  che più ha ispirato i cineasti è stato l’indimenticabile Moby Dick: il mio primo, sconvolgente incontro con questo capolavoro – nella sua versione integrale, appassionatamente ardua e, come scrisse Pavse, “totalmente ignorata in Italia”: conoscevo già da prima, invece, qualche riduzioni per ragazzi ed anche il film trattone da John Huston, di cui parlerò tra poco – avvenne quando avevo quattordici anni e fu mediato appunto da Cesare Pavese, autore che all’epoca adoravo. Lessi, infatti, il romanzo nella traduzione in italiano che egli pubblicò nel 1932 presso Frassinelli (posseggo ancora, nella mia biblioteca personale, quel volume azzurrino, anzi ormai grigiastro). Mi addentrai anche dentro i preziosi scritti critici che Pavese dedicò a Melville, da lui paragonato a un greco antico per il suo sereno stoicismo dinanzi al fato: essi furono, dopo la morte di Pavese, raccolti e prefati da Italo Calvino, con il titolo di La letteratura americana e altri saggi ed anche tale volume, che porta in sovracoperta un’immagine delle grotte di Lescaux, fa tuttora bella mostra di sè nella mia biblioteca). Il primo Moby Dick cinematografico fu The Sea Beast-Il mostro del mare, 1926, regia di Millard Webb, un cineasta che morì pochi anni melville-hermandopo l’avvento del sonoro, nel 1935. L’attore che interpretò Achab, il follemente eroico e sfrenatamente sacrilego capitano del Pequod,  fu il mitico John Barrymore. Nel 1930, di tale film fu realizzato un remake sonoro, intitolato Moby Dick-Moby Dick, il mostro bianco, regia di Lloyd George – cineasta specializzato soprattutto in commedie brillanti e in musical – con, ancora, l’interpretazione di John Barrymore. L’anno successivo ne fu girata la versione per il mercato tedesco, con il titolo Demon des Meeres (Demon of the Sea)-Il mostro del mare: ne fu regista Michael Curtiz – ungherese poi fattosi americano e diventato uno dei più estroversi rappresentanti della Hollywood classica: basti pensare a Casablanca, 1942 – mentre Achab fu interpretato da William Dieterle. Anch’egli celebre regista – ma che non disdegnava anche ruoli d’attore: in tal caso fu scelto perchè sapeva parlava in tedesco – nato in Germania ma presto trasferitosi a Hollywood, dov’ebbe una luminosa carriera (persino con qualche appendice italiana: girò infatti, nel 1950, il film con Anna Magnani, Vulcano, che avrebbe dovuto eclissare Stromboli, dello stesso anno, girato da Roberto Rossellini con Ingrid Bergman, di cui la Magnani era terribilmente gelosa: sappiamo tutti come andò a finire). Nel 1956 venne il più celebre, e probabilmente il più riuscito, tra i Moby Dick cinematografici, quello che ebbe quale regista John Huston, cineasta ondivago e confusionario ma certamente di notevole valore. Quale interprete, nel ruolo di Achab, ebbe un torvo Gregory Peck ma, in realtà, il film contava anche altri attori eccellenti. Per esempio Orson Welles, che impersonificò da par suo il curato di Nantucket, durante la funzione religiosa issato potentemente su un pulpito a forma di prua navale. Eppoi Richard Basehart, nel ruolo di Ismaele – chi non ricorda l’incipit del romanzo, il più celebre di tutta la letteratura americana,  “Chiamatemi Ismaele” –  l’unico sopravvissuto alla tragedia del Pequod. Infine Leo Genn nel ruolo di Starbuck, uno degli ufficiali in seconda del Pequod: Genn era un attore, nonchè colto avvocato, britannico di notevole esperienza anche teatrale e di marcata pensosità interpretativa (come ricorda chi, come me, lo ammirò nel ruolo di Petronio nel Quo Vadis, 1951, di Mervin Leroy od in quello del maggiore Pemberton in Era notte a Roma, 1960, di Roberto Rossellini).

Il film di Huston non piacque per nulla, purtroppo, a Peter Russell, grande poeta inglese – da qualche anno scomparso – che ho avuto modo di conoscere in quanto ha vissuto gli ultimi anni della sua vita in Toscana, anzi proprio nel mio Valdarno (la sua casa/biblioteca, dal 1983, l’aveva trasferita a Piandiscò, ove fu amato ed aiutato). Russell affermò tale rifiuto, con voce grave, in una conferenza, alla quale ebbi modo di assistere in quel di Terranuova Bracciolini, in cui parlava della traduzione pavesiana del romanzo di Melville. “Da quando ho visto l’obbrobrio che Huston fece del testo di Melville, ho smesso per sempre di andare al cinema” affermò più o meno. Confesso che, pur amando molto i suoi versi, questa sua uscita mi irritò: “Non sai quel che ti sei perso” pensai dentro di me, avendo in mente i tanti capolavori che, dal 1956 ai primi anni Duemila (nel 2004 purtroppo morì) avrebbe potuto vedere!. Certamente, sarebbe assurdo pretendere che Huston potesse trarre dal Moby Dick melvilliano un film in tutto e per tutto degno dell’abissale profondità e del cosmico respiro che da quel testo continuano ad emanare. Neppure Orson Welles o Stanley Kubrick ci sarebbero riusciti, se avessero osato farlo! Il film è, più modestamente, un bell’ esempio di avventura marinara: ben girata, ben sceneggiata (lo sceneggiatore fu addirittura Ray Bradbury, quello di Fahrenheit 451), ben interpretata. Tutt’altro che sciocca e banale, insomma, e capace di far almeno intuire allo spettatore – in due misere ore tutt’altro che noiose –  l’irraggiungibile  fascino del libro originario. Poi sono venute anche altre versioni cinematografiche, e soprattutto televisive,  del possente romanzo ma nessuna di esse merita una particolare attenzione. Vale la pena di ricordare, invece, il film In the Hearth of Sea-Le origini di Moby Dick, 2015, di Ron Howard, cineasta di tutto rispetto quando non si confonde con i  romanzacci di Dan Brown. Il film narra  di come Melville, ormai trentaduenne, avesse trovato ispirazione, per il suo grande libro, in un fatto storicamente avvenuto trent’anni prima: il naufragio della baleniera Essex a causa dello scontro con un gigantesco capodoglio di colore biancastro.
melville-jean-pierre
Ma veniamo a dire qualcosa dell’altro Melville,  quello francese. Il primo film che vidi di lui, subito facendomene affascinare, fu  Le deuxieme souflle,  distribuito in Italia con l’assurdo titolo di Tutte le ore feriscono…l’ultima uccide. Un’opera del 1966, tratta da un romanzo di Josè Giovanni (ex collaborazionista, ex forzato, poi diventato un giallista fattosi, in seguito, anche cineasta) e interpretato da Lino Ventura, Paul Meurissey, Raymond Pellegrin, tutti quanti attori cari a Melville. Ricordo che il film uscì a Firenze l’anno successivo a quello dell’ alluvione: io vi avevo appena iniziato gli studi universitari e vi abitavo, andando spesso al cinema. Quel film mi fece conoscere Melville, di cui nulla sapevo, e la sua poetica cinematografica: da allora ho visto e rivisto tutti i suoi film, anche cercando in Francia – in videocassetta prima eppoi in DVD – quelli introvabili in Italia. L’uno dopo l’altro, la dozzina di film – tredici, per la precisione, più un cortometraggio – che Melville, morto poco più che cinquantenne, era riuscito a realizzare nella sua non lunga carriera di cineasta svolgono un discorso filmico assai coerente, capace di trovare i propri pilastri estetici ed etici nel genere noir – oltre che in quello resistenziale – nonchè nell’interesse per i conflitti morali (la cui melville-jean-pierre3risoluzione porta spesso ad esiti amari) ed in una straordinaria contaminazione culturale grazie alla quale le sue opere, tutte quante  girate in Francia, riescono ad apparire stilisticamente molto “americane” rimanendo però – quanto ad atmosfere, radici letterarie, ambientazioni, senso del paesaggio – assolutamente “francesi”. Il film di Melville che forse amo di più – tuttavia, amandoli tutti – è L’armée des ombres-L’armata degli eroi, 1969, ricavato da un testo di Joseph Kessel, autore anche del romanzo Bella di giorno, dal quale Luis Bunuel trasse ispirazione per il suo bel film con Catherine Deneuve. Gli interpreti sono, superbi,  Lino Ventura, Paul Meurissey, Simone Signoret. Il film narra – in maniera scabra, sofferta, crudamente antiretorica – l’esistenza rischiosa e l’agire clandestino degli uomini e delle donne della Resistenza francese. Alla sua uscita fu accusato, dai soliti “sacerdoti dell’ideologia” che nulla capiscono di cinema ma melville-jean-pierre2generalmente anche d’altro, di filogollismo. Io, francamente e con tutti i “distinguo” del caso, ho sempre considerato Charles De Gaulle un dignitoso conservatore ma anche un bravo servitore del suo Paese (anche coraggioso, in almeno due occasioni: quando, unico ufficiale dell’esercito francese, rifiutò il compromesso petainista e scappò a Londra, donde organizzare la Resistenza, e quando pose fine alla guerra d’Algeria) e so di trovarmi in buona compagnia poichè tale l’hanno sempre considerato anche Bruno Trentin e Vittorio Foa, due miei maestri di pensiero e di vita.

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