“E’ solo la fine del mondo” (2016) di Xavier Dolan

Nell’inferno della famiglia borghese

(marino demata) Il personaggio principale di “E’ solo la fine del mondo” è Louis Knipper, 34 anni, drammaturgo affermato. Nella prima sequenza  lo troviamo in viaggio in un aereo che lo riporterà verso il suo piccolo paese d’origine, dal quale manca da ben 12 anni, in una remota regione del Quebec. L’intento è quello di riabbracciare sua madre, il suo fratello maggiore, la sorella minore che a stento ha conosciuto e la cognata che non conosce affatto. Ha una notizia molto importante da comunicare ai quattro membri della famiglia: la sua vita sta per finire. Gli sono stati diagnosticati pochi mesi di vita ed è giusto che i suoi legami più stretti siano messi al corrente della cosa, che per ora è conosciuta solo – come apprendiamo da una telefonata – dal suo compagno.juste-la-fin-du-monde3
Forse Louis (Gaspard Ulliel) spera in una tenera e struggente accoglienza, spera di trovare il calore della sua famiglia dalla quale egli stesso è fuggito per andare a vivere in città ove mettere alla prova con successo le sue capacità di scrittore. E soprattutto è spinto dal desiderio di comunicare, di riaccendere il filo del discorso, bruscamente interrotto molti anni prima e reso impalpabilmente tenue dall’invio solo di cartoline attraverso le quali è stato incapace di scrivere più di tre parole alla volta.
A casa sperimenta reazioni diverse e contrastanti da parte de membri della famiglia. Al sincero entusiasmo della sorella Suzanne (Léa Seydoux), si contrappone la trasparente e collerica contrarietà del fratello maggiore, Antoine (Vincent Cassel). Si intuisce che quest’ultimo deve aver sofferta la cura esagerata riservata dai genitori nei confronti di Louis, l’essersi sentito trascurato e quasi messo da parte. juste-la-fin-du-monde67jpg
Antoine ha covato per anni la sua collera e coltivato un carattere tutto nervi e scatti. La sua vittima naturale è  sua moglie Catherine  (Marion Cotillard) , che lui sovrasta a tal punto da inibirle quasi del tutto la possibilità di parlare se non attraverso qualche balbettio.
Resta la madre (Nathalie Baye), felicissima dell’arrivo del figliol prodigo e illusa nella possibilità di trasformare la visita di Louis in un soggiorno felicemente idilliaco in una famiglia finalmente unita e felice.
In realtà Louis sperimenterà ben presto che il suo soggiorno si va gradatamente trasformando in un inferno, che scatena rancori ed ire represse nel tempo.
L’epicentro del terremoto che si scatena in famiglia è proprio lui, Antoine, il fratello maggiore, che sembra solo interessato a stroncare come inutile chiacchiericcio qualunque notizia, informazione o sensazione che gli altri membri della famiglia vogliano reciprocamente comunicarsi. juste-la-fin-du-monde4Con modi burberi e sgarbati, che evidenziano appunto quei rancori coltivati da anni e mai sopiti, Antoine si fa paladino della non-comunicazione, della inutilità del parlare, della stupidità e vacuità di ogni discorso.  E quando i due fratelli sono da soli in auto per una rapida gita, Louis tenterà di aprire una breccia nell’animo del fratello attraverso immagini  liriche: racconta di essere atterrato all’alba, ma di essere rimasto ancora qualche ora all’aeroporto a guardare il sorgere del sole, i suoi colori. Ebbene quell’episodio raccontato da Louis suscita ulteriore collera da parte di Antoine, che lo giudica senza senso.
Insomma è uno sbranarsi senza fine a cui gli altri membri della famiglia non assistono passivi; anzi, ciascuno coglie l’occasione per recriminare qualcosa, in una sorta di guerra che richiama alla mente “Carnage” di Roman Polanski, un altro dramma da camera e guerra di tutti contro tutti.juste-la-fin-du-monde5
Giunto al suo sesto film a soli 28 anni, Xavier Dolan aggiunge un altro fondamentale tassello nella sua scalata al grande cinema, fatto in questo caso di urla fragorose e assordanti silenzi, di sentimenti compressi e di rancori sempre pronti ad esplodere. Sotto i nostri occhi c’è l’ennesimo capitolo della disgregazione della famiglia borghese che ormai nulla più può tenere unito, neanche il proposito di comunicare la propria morte. E’ un tema questo sul quale il giovanissimo regista del Quebec ritorna spesso: uno degli assi portanti della sua filmografia. L’occasione in questo caso viene offerta a Dolan dal dramma da camera di Jean-Luc Lagarce, che viene tradotta con maestria in questo grande film.
A quale dei film precedenti di Dolan potrebbe rapportarsi  “E’ solo la fine del mondo”? Forse a tutti perché c’è una certa continuità di discorso nonché di stile (che sempre si arricchisce di nuovi preziosismi). Ma a ben vedere forse il rapporto più stretto di questo film va visto con “Tom à la ferme”. Anche questo è tratto da una pièce teatrale, l’omonimo lavoro di Michel Marc Bouchard. E come “Tom à la ferme” anche quest’ultimo film scorge nella campagna il rifugio dell’ipocrisia e della vita repressa. Non solo. Abbiamo scorto in “Tom à la ferme” motivi di suspense che corrono lungo tutto il film. Qui la suspense è nella domanda che lo spettatore si pone: se e quando Louis troverà modo di esprimere la sua terribile comunicazione in una situazione ove sembra debba prevalere la più sorda incomunicabilità. Lo spettatore sembra attendere quel momento e le sue conseguenza deflagranti, identificandosi col protagonista, Louis,  che a sua volta aspetta il momento adatto per la sua  tragica comunicazione. E quando Louis sembra avere trovato il coraggio di comunicare il suo atroce destino, l’ambiguità delle parole, quelle che significano più concetti, sembra rendere vano ogni sforzo. Solo la timida e quasi balbettante Catherine sembra aver capito qualcosa, ma viene immediatamente zittita dallo stesso Louis, che sembra rassegnato a richiedere un silenzio complice sul proprio destino. juste_la_fin_du_monde
Da tutto quanto detto finora emerge senza dubbio che “E’ solo la fine del mondo” più che una storia drammatica, è un film sulla comunicazione, ovvero sulla difficoltà di essa, sulla incomunicabilità favorita da tutti gli elementi disgreganti della famiglia borghese. Il paradosso è che il protagonista, Louis, come drammaturgo, ha fatto della comunicazione i suo mestiere di vita, la sua ragion d’essere. E invece nel suo ambito famigliae le parole, le frasi che sono il materiale del suo teatro, non suscitano entusiasmi o interesse, al contrario infastidiscono. E quando si insiste nel parlare, le parole portano con loro le ambiguità dei diversi significati concettuali che rendono il discorso incomprensibile e fuorviante. E in queste condizioni condividere è difficile, quasi impossibile. Anche se si tratta di condividere il proprio appuntamento con la morte.
Dolan è perfetto nel presentarci quel quadro famigliare ricco di ambiguità, disgregazione, e in definitiva disperazione e guida con maestria gli attori, tutti bravissimi. A partire dal protagonista, Gaspard Ulliel, già distintosi  in “Una lunga domenica di passioni” un dramma ai margini della prima guerra mondiale realizzato da  Jean-Pierre Jeunet, “Hannibal Lecter” di Peter Webber e soprattutto “Saint Laurent” di Bertrand Bonello, per il qual ha ricevuto significatvi premi e nomination in Francia, che lo hanno consacrato come ottimo attore. “E’ solo la fine del mondo” è stato forse la prova più difficile, che richiedeva un supplemento di sensibilità e di immedesimazione nel personaggio e Ulliel se la cava bene, anche se in qualche passaggio risulta meno convincente di altri quanto ad espressività. Non era tuttavia semplice l’impegno dell’attore, che, ricordiamolo, è una presenza costante sullo schermo, in gruppo con gli altri quattro,  oppure di volta in volta con ciascun di loro.
Ma il vero mattatore del film è Vincent Cassell, che mette a segno una interpretazione straordinaria, volutamente istrionica, da attore esperto e consumato, ove dimostra di aver raggiunto una eccezionale maturità nel portare spesso avanti personaggi al limite dell’isteria e della nevrosi. Chi non ricorda già oltre  vent’anni fa la magistrale interpretazione ne “L’odio”/”La haine” di Mathieu Kassovitz, con la celebre scena del violento e nervosissimo colloquio con se stesso allo specchio, brillante citazione da “Taxi driver” di Scorsese?juste-la-fine-du-monde
Dalle tre attrici Dolan ha ottenuto esattamente quello che voleva. La parte della madre, possessiva, invadente e poco realista nel suo ottimismo sull’unità della famiglia, è svolta con maestria dalla esperta Nathalie Baye, già utilizzata con successo dal regista in “Laurence anyways”. Si tratta di un altro quadro nella galleria delle “madri” dei film di Dolan. Un’altra figura ricorrente fin dal primo film “Ho ucciso mia madre”, con caratteristiche che spesso trovano il modo di ripetersi.  Léa Seydoux conferisce al personaggio della sorella quell’entusiasmo e quella freschezza giovanile e quella sincerità che fanno da contrappunto alla “quasi isteria” di Antoine, tanto da divenire in alcuni passaggi del film l’unico punto di riferimento esplicito del protagonista. E infine sottolineiamo la grande prova di Marion Cotillard in un personaggio quasi silente nel corso della storia. All’attrice Dolan deve aver chiesto una recitazione fondata sul senso della misura e dell’equilibrio e in tal caso la Cotillard deve avere ripagato il regista con una performance eccellente proprio sul piano della misura. Senza sbavatura alcuna.juste-la-fin-du-monde
Il film è stato girato in soli sei giorni per la prima volta con attori esclusivamente francesi, in lingua francese e non con le musicali intonazione del Quebec a cui Dolan ci aveva abituati.
Aiutato dalla ottima fotografia di André Turpin, Dolan con questo film  sembra voler segnare la superiorità del cinema sul teatro: in tutte le occasione nella quali c’è un colloquio tra due personaggi (in genere il protagonista di volta in volta con uno dei famigliari), la camera si incolla a pochi centimetri dal volto in primissimi piani o in particolari che sottolineano la drammaticità dei colloqui (o dei  tentativi di colloquio), con una frequenza mai sperimentata prima.
Infine perfetta come sempre nei film di Dolan è la colonna sonora, in questo caso affidata al Gabriel Yared, autore di molte canzoni del film, che si affiancano a motivi già noti in passato, come “I miss you”, e come “Une Miss s’immisce”, intramontabile motivo di Françoise Hardy del 1988.

 

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