“The Duke of Burgundy” (UK 2014) di Peter Strickland

Erotismo raffinato tra due donne in chiave sado-maso

 

(marino demata) “The Duke of Burgundy ” è il terzo lungometraggio di fiction del regista inglese Peter Strickland. E’un nome poco noto in Italia perché nessuno dei sui tre film è stato distribuito nel nostro Paese. E però la nostra Associazione Rive Gauche – Film e Critica ha presentato al pubblico fiorentino il primo dei suoi tre film, “Katalin Varga” la scorsa estate 2016: La proiezione ha avuto grande successo e al termine è stata salutata con un caloroso applauso.
Con “The Duke of Burgundy” Strickland prosegue  la sua esplorazione dei generi, che rende i tre film assai diversi l’un l’altro. Se infatti “Katalin Varga”, il lungometraggio di esordio, è uno strano road movie della vendetta al femminile, protagonista un donna alla ricerca di sangue per lavare le sue ferite del passato, in un teatro scelto non casualmente, trattandosi della Transilvania, la terra del ricercatore di sangue per eccellenza, il Conte Dracula, il secondo film, “Berberian Sound Studio” del 2009 è ricco di atmosfere che ricordano e rendono omaggio ai film horror italiani degli anni ’60  ’70, in primis i film di Lucio Fulci e Mario Bava. Ma non si tratta di un semplice omaggio, ma di una presentazione al di là del fare film, una sorta di film girato in backstage, ove le vicende dei protagonisti si snodano mentre si sta girando un film dell’orrore. E la vicende del film che lo spettatore vede sono le vicende e le vicissitudini della troupe cinematografica, mentre appunto gira il film dell’orrore.the-duke-of-burgundy5jpg
Con “The Duke of Burgundy” Strickland esplora ancora un nuovo universo, quello dell’erotismo raffinato, attraverso circa 100 minuti di film curatissimo in ogni particolare, fino al punto da poter essere accusato di eccessiva e maniacale attenzione formale, a partire dagli ambienti ed anche dei particolari: si pensi che l’incarico di disegnare e ideare la lingerie viene dal regista affidato ad Andrea Flesch.
Partiamo innanzitutto dal titolo. The Duke of Burgundy è il nome di un tipo raro di farfalla. Essa ci introduce alla specifica attività di una delle due donne protagoniste, Cynthia (Sidse Babett Knudsen), tenace e profonda studiosa di  lepidotterologia, un’attività che finisce per appassionare anche Evelyn (Chiara D’Anna), che Cynthia ha assunto come cameriera e governante della sua ampia casa. the-duke-of-burgundy3-xlargeBen presto tra le due donne si crea una tacita complicità ed una distribuzione dei ruoli in chiave sado-masochista. Cynthia impartisce incarichi alla sua domestica, che puntualmente, a giudizio della padrona, non sono portati a termine in maniera soddisfacente, determinando la necessità di punizioni. E’ un gioco perverso che solo apparentemente Evelyn sembra all’inizio riluttante a praticare, ma che in realtà la vedrà ben presto pienamente consenziente, al punto da esclamare “è quello che ho desiderato per tutta la vita”.  D’altra parte nella relazione tra le due donne il regista mostra di voler curare maggiormente proprio la domestica, nel suo aspetto psicologico e nel suo divenire. Non è un caso che una delle prime inquadrature di mostrano la parona seduta su una comoda poltrona intenta a leggere ed Evelyn inginocchiata per terra a lustrare il pavimento. E la camera si muove ad altezza proprio di Evelyn, dal basso verso l’alto, prendendo dunque come punto di riferimento e di osservazione quello della domestica.
In una escalation di torbide situazioni, tra le due donne nasce un fortissimo legame  sempre alimentato da pratiche sado-maso, al punto che la padrona diventa dipendente dalla sua serva, in un rovesciamento dialettico dei ruoli che ha il sapore hegeliano. the-duke-of-burgundy2
Ma non è solo la classicità filosofica hegeliana del rapporto padrone-servo ad ispirare trasparentemente Strickland, ma anche alcuni evidenti riferimenti cinematografici, spesso chiaramente citati ne corso del film, come Bunuel di “Belle de jour”, Rainer Werner Fassbinder con il suo “Le lacrime amare di Petra Von Kant” e il madrilenoJess Franco di “A Virgin Among the Living Dead”.
Con questi saldi architravi Strickland riesce a comporre un puzzle erotico che esalta l’aspetto voyeuristico del cinema in quanto tale. Eppure: niente scene di nudo esplicito e niente situazioni scabrose per visualizzare la reciproca passione sado-maso delle due donne. Strickland ha il merito di capire che non ce n’è affatto bisogno, perché l’erotismo è fortemente alimentato dai discorsi delle due donne, attraverso i quali si procurano una reciproca eccitazione e dalle ambientazioni talvolta claustrofobiche. Lo spettatore viene chiamato a partecipare ad entrambi, discorsi e ambientazioni, ma viene lasciato dietro la porta o la parete ove le due donne mettono in pratica quello di cui hanno parlato. La macchina da presa resta fissa sulla parte dietro la quale si consuma l‘ennesimo episodio erotico tra le due donne, e lo spettatore può solo immaginare, a proprio piacimento, dai rumori e da poche frasi pronunciate, quello che sta accadendo.  the-duke-of-burgundy3C’è una scena nella quale l’importanza del “parlato” nella relazione tra le due donne viene esplicitato: le due donne sono  a letto insieme ed Evelyn risveglia Cynthia dal suo sonno per chiederle di parlare. Cynthia parla del rapporto con Evelyn e delle punizioni che le infliggerà, portando solo con questo discorso la sua domestica al pieno godimento, ma anche ad un larvato rimprovero: “La prossima volta che parli devi essere più convincente…”the-duke-of-burgundy4
Il film è stato invitato a veri festival, in primis Toronto e Rotterdam, ricevendo critiche positive e lusinghieri consensi. Ed è stato in special modo acclamato dalla critica statunitense, che ha sottolineato quasi unanimemente il talento del regista. Il quale d’altra parte aveva appreso proprio in America i rudimenti del fare cinema, negli anni ’90, attraverso la lezione della parte più “underground” della “scuola” (se così si può definire) newyorkese di Nick Zedd, regista del movimento underground e fondatore del Movimento del Cinema della Trasgressione e direttore del “The Underground Film Bulletin” e attraverso la frequentazione degli artisti e dei personaggi che erano stati vicini ad Andy Wharol.
Strickland ha preferito girare il film in Ungheria, sua patria di adozione, e terra di origine della sua compagna, così come aveva fatto col suo primo film, girato nella Transilvania ungherese.

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