“Neruda” (Cile 2016) di Pablo Larrain

Due uomini si studiano e si inseguono. La posta in gioco è la vita.

(marino demata) Santiago del Cile 1948. Il Presidente della repubblica cilena Gabriel González Videla (Alfredo Castro), eletto con una maggioranza di sinistra formata da radicali, democratici e comunisti, convinto (e probabilmente anche corrotto) dal Governo Americano, opera un incredibile voltafaccia cambiando radicalmente le linee guida del suo Governo. Il primo sconcertante segnale è la feroce repressione nei confronti dei  minatori nella regione di Bío-Bío, a Lota, dell’ottobre 1947: i manifestanti vengono chiusi in campi di concentramento nei pressi della città di Pisagua. E per inciso Larrain ci fa trovare un giovane Pinochet a dirigere la polizia dei campi di concentramento. Nel celebre discorso al Senato di cui Neruda (Luis Gnecco) è membro, il Poeta accusa apertamente Videla (Alfredo Castro) per il suo voltafaccia e la politica americana che lo sostiene sfacciatamente.
Da parte sua Videla reagisce accusando Neruda di essere comunista e filosovietico: cosa del tutto nota e legale. D’altra parte Videla era stato eletto Presidente del Cile con i voti determinanti dello stesso  Partito comunista.
Per Videla diventa essenziale sbarazzarsi di Neruda, il suo più pericoloso oppositore, una grande personalità seguita e amata dalle classi popolari: occorre eliminarlo. Da qui iniziano mesi di caccia all’uomo. Neruda riuscirà a beffare Videla e ad uscire avventurosamente dal Cile.neruda-evid
Qui finisce la storia e inizia il film di Larrain, che mantiene la storia a debita distanza, sullo sfondo, e crea su quelle basi un fiction drammatica e poetica assieme, attraverso la quale riesce ancora una volta a mettere in luce le sue notevoli capacità di regista e di cantore della storia cilena.
La storia ci dice infatti che Videla sguinzagliò sulle tracce di Neruda una complessa organizzazione di polizia. Ma Larrain incarna l’attività persecutoria e di ricerca di Neruda in un sola persona, un personaggio di pura finzione, Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal), prefetto della polizia incaricato e responsabile della sua cattura. E allora, mentre la prima parte del film sembra concentrarsi sulla figura di Neruda, sulla sua perenne voglia di vivere, di amare, di scrivere, di declamare i suoi versi, insomma sulla sua indomita vitalità, allorchè entra in scena il suo inseguitore, l’attenzione si sposta su quest’ultimo. neruda2
In un gioco di specchi e contro-specchi il film assume il punto di vista di Oscar Peluchonneau e la voce narrante fuori campo è la sua. Dalla quale apprendiamo che la cattura di Neruda è la grande occasione della sua vita. Una vita nata perdente, di figlio di una prostituta e di un padre che avrebbe potuto essere chiunque. Ma lui era riuscito a farsi naturalizzare dall’allora prefetto Peluchonneau e ad assumerne il cognome, rimanendo però sempre incerto sulla veridicità della sua stessa ricostruzione.
L’intero film è basato sul rapporto tra inseguitore ed inseguito, tra gatto e topo, in un susseguirsi di trappole e contro trappole, nelle quali ciascuno dei due protagonisti assapora di volta in volta il gusto di dimostrare la propria sostanziale superiorità verso l’altro. Neruda lascia alcuni suoi libri nei luoghi ove sa che Peluchonneau lo cercherà e sui libri scrive qualcosa. Comunica al suo inseguitore massime di vita, che hanno un sapore beffardamente pedagogico, costringendo psicologicamente il suo inseguitore a leggere. Ma quei libri lasciati con le sue annotazioni sono anche indizi che Neruda si preoccupa di fornire al suo inseguitore, in un gioco che finisce col divertirlo, malgrado l’azzardo che esso inevitabilmente porta con sé. neruda_filmpicture_11080
E così, attraverso una girandola di situazioni, di fughe di Neruda, che scampa per un nulla alla sua cattura, arriviamo alle meravigliose sequenza finali, alla fuga decisiva, nel gelido sud del Cile, ove, in un passo clandestino non controllato, tormentato dalla neve alta, i due protagonisti si ritrovano a pochi metri l’uno dall’altro, e apochi metri dalla libertà, dall’Argentina, senza però potersi incontrare. Neruda continua il suo gioco. Rallenta affichè il suo inseguitore arrivi  proprio a pochi passi da lui. E’ un finale nel quale Larrain trova una incredibile vena surrealista che gli fa girare scene di vero cinema, come quando la voce fuori campo, sempre di Peluchonneau, continua a dire la sua anche dopo la propria morte e addirittura nella bara, nella quale sbarra gli occhi e la bocca e parla! Ed anche da un punto di vista strettamente cinematografico sono scene di grande valore. Larrain preferisce riprendere in contro-luce, sicchè le immagini risultano spesso squarciate dai fasci di luce sull’obettivo, al fine di dare più drammaticità al tutto, ove l’inseguimento nell’ultima fase si svolge a cavallo nella neve ed è trasparenteente ispirato a tanti film western. neruda-scena-1024x576
Da quanto precede crediamo che sia abbastanza chiaro che la storia, che si sviluppa in uno spazio temporale relativamente breve, della avventurosa fuga di Neruda dal Cile e dai campi di concentramento, è il pretesto per Larrain per fare cinema e non storia. D’atra parte in un’intervista lui stesso ha affermato che chi volesse nel suo film ritrovare un pezzo della storia di Neruda resterebbe deluso. Il suo non è un biopic, ma è anzi l’anti-biopic  per eccellenza, ove il protagonista indiscusso non è Neruda ma il suo inseguitore, con la sua voglia di stupire e di prendersi una rivincita verso la vita, che è stata avara con lui fin dalla nascita.
Larrain ci ha abituato a creare delle storie che hanno sullo sfondo snodi cruciali della storia del suo Paese. Lo ha fatto con “Toni Manero”, sorta di anticipazione del suo Neruda, ove il potere irrompe nella casa del protagonista, che riuscirà a fuggire e a partecipare al concorso televisivo, sua unica aspirazione e ragione di vita. Con “Post-mortem”, ove il dramma irrompe nello stesso posto di lavoro del protagonista (l’obitorio ove portano il corpo di Allende), senza che questo minimamente scalfisca i suoi programmi privati. E “No-I giorni dell’arcobaleno”, ove il potere di Pinochet, sullo sfondo, viene beffato dalla scanzonata campagna elettorale  degli oppositori al regime.
La Storia è lì. Nessuno la può cambiare. Ma tutti la conoscono in dettaglio o hanno la possibilità di conoscerla. Larrain in questo suo “Neruda” e in tutti i film precedenti mostra grande rispetto per i fatti storici, per le tragedie del suo Paese. Ma ritiene, in un modo che ricorda fortemente Robert Altman (es. “Gang”),  che non sia suo compito raccontarcele. La Storia  è la dura oggettività. Ma a lui interessa la soggettività. Vuole fare cinema e non cronaca o documentario.  Preferisce alla descrizione dei drammi della Storia, il racconto di come essa condiziona pesantemente i suoi personaggi e le loro “piccole storie”.neruda
Non fa neppure eccezione “Neruda”, anche se il personaggio è di quelli di altissimo spessore. Come negli altri film, la tragedia del potere è lontana e segue la sua logica. E la vicenda di Peluchonneau e di Neruda, questa eterna partita a scacchi che ha come posta la fine di un dei due, è una storia a sé, non vera, ma fortemente verosimile, come si dice di alcune autentiche opera d’arte.  Ove la fiction prevale sulla storia, il surreale sul reale.

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