E’ un bel film? E io ti cambio il titolo.

L’abitudine tutta italiana di storpiare i titoli dei film

(marino demata)  1954: in una mattina di autunno un giovane critico cinematografico francese di nome Francois Truffaut si reca in compagnia del suo avvocato in Tribunale a depositare un atto di accusa a nome suo personale e a nome di altri amici giornalisti: Jacques Rivette, Jean-Luc Godard, André Bazin ed altri. L’atto di accusa è stato formulato contro una casa di Distribuzione francese accusata di aver oltraggiato il film italiano di Roberto Rossellini, “Viaggio in Italia”, cambiandovi il titolo in “La divorcèe de Naples”.  Si tratttava in realtà del secondo tentativo di cambiare il titolo al film. Come racconta lo stesso Truffaut, il primo tentativo fu di cambiarlo “con un titolo stupido (“L’amore è il più forte”). Viaggio in Italia era stato rimontato, e avevano aggiunto un commento: denunciammo il fatto alla stampa, la cosa piacque molto a Roberto.”  Il  Tribunale, ove fu portata la seconda denuncia, dette ragione a Truffaut e alla fine il film uscì in Francia col suo titolo originale italiano e senza alcuna manomissione.
Era l’epoca della grandissima ammirazione del gruppo di amanti del cinema dei Cahiers du cinéma per Roberto Rossellini, odiatissimo in America e decisamente incompreso in Italia, ove la critica aveva definito in questo modo “Viaggio in Italia”: “Siamo alla decadenza di Rossellini”, “il film è un insulto all’intelligenza degli spettatori”.viaggio-in-italia_27218
L’episodio della denuncia per il cambio del titolo ci viene raccontato dallo stesso Truffaut in un’intervista pubblicata nel bellissimo e ormai raro volume “François Truffaut. Professione cinema. Interviste inedite” del 2006 e nell’intervista al figlio di Rossellini, Renzo, che ha trascorso anni a Parigi a stretto contatto con la Nouvelle Vague, in un recente docu-film di Michele Diomà, “Cinema, anno zero”.
Abbiamo riferito questo bellissimo episodio perché il pessimo vizio di modificare e stravolgere nel più orribile dei modi i titoli dei film stranieri è da anni tragicamente in uso nel nostro Paese, sicchè i nostri spettatori non solo sono costretti a vedere i film doppiati (spesso anche orrendamete), ma anche col titolo storpiato. E c’è da ricordare che una delle più illustri vittime di questa pessima abitudine è stato proprio, ironia della sorte, Truffaut. Il caso più clamoroso è uno dei bei film della serie dedicata ad Antoine Doinel  (Jean-Pierre Léaud): nessuno potrebbe mai credere che “Domicile coniugal” divenne nel nostro allegro Paese…”Non drammatizziamo… è solo questione di corna”. Come dire? Qui si è andati ben oltre il senso del ridicolo. Non so, per la verità, quale sia stata la reazione del regista francese. In ogni caso, non dovette certamente essene felice. Siamo nel 1970 e probabilmente Trufaut avrà ripensato alle sue battaglie in difesa del titolo originale di “Viaggio in Italia”. Ma purtroppo quello non fu l’unico torto subito da Truffaut  in Italia, anche se fu certamente il più clamoroso.  L’anno precedente Truffaut era riuscito a girare un film al quale teneva moltissimo, “La Sirène du Mississipi”, tratto dal romanzo di  William Irish (cioè Cornell Woolrich sotto falso nome), facendo ingaggiare per l’occasione un cast straordinario, a partire da Jean-Paul Belmondo e Catherine Deneuve. Ebbene in Italia il film non solo fu mutilato di scene essenziali per la comprensione della complessa storia, ma circolò col titolo veramente insulso  “La mia droga si chiama  Julie” !!!la-mia-droga-si-chiama-julie-8
Ma non è finita qui. Sembra infatti che i distributori italiani si siano accaniti nei confronti del regista francese, che nel 1972 gira un bel film pieno di sarcasmo e di autoironia, “Une belle fille comme moi” con la bella Bernadette Lafont, che in Italia viene sdoganato col titolo del tutto insulso “Mica scema la ragazza”.
E ancora, nel 1976 il film “L’argent de poche” diventa “Gli anni in tasca”. E tu ti chiedi: ma cosa c’entra?
Gli esempi relativi al grande regista della Nouvelle Vague sono così numerosi e clamorosi che a volte mi è perfino venuto il romanzesco sospetto che da noi si volesse vendicare il distributore francese tartassato da Truffaut per aver osato modificare il titolo di “Viaggio in Italia”.
Qualcuno potrebbe sospettare che questa abitudine di cambiare in maniera così orrenda i titoli dei film sia comune ad altri Paesi. No. Niente di tutto questo. Se raffrontiamo i titoli di Truffaut che abbiamo esaminato sopra con gli omologhi in inglesi troviamo una bella differenza. I titoli inglesi sono rispettosi dei titoli originali e le traduzioni sono fedeli e comunque non alterano affatto il senso del titolo.
Ovviamente Truffaut non è l’unica vittima, anche se dei suoi titoli sono stati fatti gli scempi che abbiamo descritto. Ognuno dei nostri lettori potrebbe divertirsi a scorrere la filmografia di qualsiasi regista straniero e constatare come son stati orrendamente deturpati i titoli in Italia. Fare un elenco completo in questa sede è impossibile e pertanto ci limiteremo solo a qualche esempio.
Uno dei più famosi film dell’altro grande rappresentante della Nouvelle Vague, Jean-Luc Godard, “Pierrot le fou”, viene distribuito in Italia con un titolo del tutto improprio e bizzarro: “Il bandito delle ore 11”. E noi ci chiedevamo all’epoca: “Ma perché proprio delle ore 11?” Cosa vuol dire questo titolo? Che il protagonista fa il bandito solo alle ore 11?
A parte le vere e proprie bizzarrie dei titoli italiani, i cambiamenti del titolo mutilano in realtà un elemento fondamentale che non va trascurato:  l’autore di un film, in collaborazione con la produzione, attraverso il titolo originale intendono trasmettere un messaggio ai potenziali spettatori. Un messaggio attraverso i quale i vuole mettere in risalto un aspetto fondamentale del film, una delle sue caratteristiche più salienti. E così in “Pierror le fou” Godard voleva evidenziare il carattere folle e anticonformista del protagonista interpretato da Belmondo. Un messaggio che viene completamente stravolto e banalizzato dal tagico titolo italiano.
Poi ci sono titoli in italiano ridondanti  e allungati oltre misura rispetto all’originale. Chi è in grado di spiegare perché mai un altro film di Godard del 1967, “Weekend”, in Italia è stato distribuito col titolo “Week-end, un uomo e una donna dal sabato alla domenica” ? Forse perché si voleva chiarire, per chi non lo avesse saputo,  che il week end include le giornate del sabato e della domenica? Mistero!
Qualcuno tra i nostri lettori potrebbe pensare che quelli erano altri tempi  e che oggi la cultura e il rispetto per gli autori possano aver consigliato maggiore moderazione nello scempio di cambiare i titoli . Manco per idea. Basterebbero pochi esempi per dimostrare l’esatto contrario.eternalsunshineofthespotlessmind
Claude Lelouch, altro regista tartassato nei titoli italiani, dirige nel 1998 un film che oggi potremmo definire “minore” rispetto ad altri più celebri. Il titolo è “Hasards ou coïncidences”, che significa letteralmente “Possibilità o coincidenze”. Il titolo serve per farci comprendere  che si tratta di un film sul caso o sulle varie possibilità che la vita ti offre di volta in volta. E proprio in questo circostanza in Italia si voleva mantenere sostanzialmente il vero titolo francese, limitandosi a tradurlo. C’è però un piccolo incidente: la traduzione è sbagliata, perché “Hasards” in francese sta per coincidenze e non per azzardi. Pertanto il titolo italiano “Per caso o per azzardo” è completamente sbagliato oltre che incomprensibile rispetto al  contesto del film!
Nel 2004 Michel Gondry dirige una bella commedia brillante dal titolo “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”. Anche in questo caso il regista, attraverso il titolo, vuole lanciare un messaggio preciso sulle caratteristiche  del protagonista (un insolitamente efficace Jim Carrey, affiancato da una brillante e bellissima Kate Winslet). Con generale meraviglia in Italia il titolo del film diventa del tutto incongruo e banalissimo:  “Se mi lasci ti cancello”!  Inutile chiedersi che cosa significa e il senso di tale sciagurata scelta!
In quello stesso periodo i Fratelli Coen dirigono un film con Clooney e Catherine Zeta-Jones, dal titolo significativo: “Intolerable Cruelty”. Troppo poco per l’Italia, ove il titolo diventa: “Prima ti sposo, poi ti rovino”.  Si, proprio così. Qualcuno potrebbe credere che stiamo scherzando. Purtroppo non scherziamo: basta controllare!me-and-earl-1
Al Sundance del 2015 ha spopolato il bellissimo film “Me and Earl and dying girl”, un indimenticabile quadro adolescenziale, che vuole sottolineare, fin dal titolo, come l’essersi dedicato, da parte del protagonista, per un intero anno ad una ragazza affetta da un male inguaribile, abbia costituito un elemento decisivo di crescita della propria personalità e sensibilità. Come può un messaggio così chiaro diventare in Italiano l’incomprensibile “Quel fantastico peggior anno della mia vita”? Credo che qui siamo proprio all’oltraggio!
Sempre lo scorso anno Wim Wenders è ritornato alla fiction, dopo una parentesi fatta di interessanti documentari, col film
Every Thing Will Be Fine” (“Tutto andrà bene”). Con questo titolo il regista vuole sottolineare qualcosa di specificamente ottimistico, che cioè la  storia si svilupperà in senso positivo, pur essendo partita da un  “incipit” tra i più tragici a cui il cinema ci abbia mai fatto assistere. l’espressione Every Thing Will Be Fine viene più volte utilizzata dal protagonista, Thomas (James Franco), specialmente nella parte iniziale del film, e quindi costituisce una sorta di  massima di vita per lui e il titolo più logico dell’opera.
E invece da noi si è evidentemente pensato che questo titolo non andasse bene ed è stato sostituito col banale e inappropriato “Ritorno alla vita”, che è un titolo tra l’altro sbagliato, perché in realtà il protagonista non ha mai abbandonato la vita, metaforicamente parlando. Al contrario!
Infine una chicca di questi ultimo giorni. Una commedia romantica francese a cui il regista Samuel Benchetrit ha dato un titolo serio, “Asphalte”:  la vita,quella riservata agli abitanti della banlieau parigina, è come una superficie uniforme e rugosa come quella dell’asfalto, quello stesso asfalto che troviamo sulle terrazze in cima ai palazzoni di quei quartieri. E Asphalte è anche il titolo di una serie di racconti scritti del regista, dai quali è stato tratto il soggetto del film. E’ da non credere che “Asphalte”, col suo significato forse anche pretenziosamente filosofico, possa diventare nelle sale cinematografiche italiane “Il condominio dei cuori infranti”: anche in questo caso il limite del ridicolo è stato ampiamente superato!
Ma al di là dei certamente migliaia di esempi di titoli massacrati da noi (e solo da noi!), è possibile che non si possa fare nulla per impedire tale scempio? Noi crediamo che ci sia innanzitutto un problema di mancanza assoluta di rispetto per i registi e i produttori che si vedono deturpati i titoli creati per i loro film, che hanno sempre un significato preciso che non viene mantenuto in italiano.  Il titolo fa parte del film. Cambiarlo, a nostro giudizio, è come cambiare un pezzo del film e dargli un altro connotato.
Possibile che tutti debbano rimanere impassibili di fronte a tanto scempio? Cosa diremmo se si esponessero ad esempio dei quadri ricevuti in prestito dal Museo Van Gogh di Amsterdam e se  ne cambiassero  i titoli dati direttamente dal grande artista?
Purtroppo noi non abbiamo oggi in Italia registi o gente di cinema capaci come Truffaut di difendere il titolo autentico di un film fino alla denunzia in Tribunale. Ma qualcosa dovrebbe essere fatto. Il Parlamento ad esempio potrebbe farsi carico di difendere quello che va considerato un vero e proprio diritto di autore, quello di non vedersi cambiato nulla di quello che si è creato, a partire dal titolo! Oltre tutto in questo modo si impedirebbe che all’estero ci ridano dietro come è accaduto in passato per “Non drammatizziamo..è solo questione di corna” e purtroppo continua ad accadere. Oggi più che mai!

(articolo pubblicato sul n° 39 di Diari di cineclub di maggio 2016)

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Una risposta a "E’ un bel film? E io ti cambio il titolo."

  1. Per contro è ormai di uso consolidato l’approccio opposto, ovvero mantenere il titolo nella lingua originale. Se è vero che la lingua inglese, sia per l’ormai comune utilizzo che per la sua naturale sinteticità, si presta particolarmente a compendiare il senso del film, non si capisce perché titoli come “American pastoral”, che trovano un equivalente perfetto e anche più melodico in italiani, non debbano essere tradotti. Anche in questo caso la lista è infinita.

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