“Split” (Usa 2016) di M. Night Shyamalan – Recensione e foto

23 identità

(valter chiappa)(riverflash)       Norman Bates, il più famoso paziente cinematogafico di disturbo dissociativo dell’identità si fermava a due. Kevin Wendell Crumb (James McAvoy), personaggio principale di “Split”, il nuovo film di M.Night Shyamalan, ne ha ben 23, con una ventiquattresima in agguato.
In pieno giorno Kevin rapisce tre studentesse. Claire (Haley Lu Richardson) e Marcia (Jessica Sula) sono solo due adolescenti come tante altre. Casey (Anya Taylor-Joy) è diversa: segnata da un passato terribile, è emarginata dai suoi coetanei ed essa stessa propensa ad isolarsi. La prigione è la stanza di un tetro e misterioso sotterraneo. Ma, sorpresa, il carceriere che compare alle ragazze è sempre uguale e sempre diverso: Dennis, il controllore rigido e inflessibile, Patricia, algida donna dall’accento britannico, Hedwig, ingenuo bimbo di 9 anni. Diventa invece Barry, stilista gay, per recarsi dalla Dottoressa Fletcher (Betty Buckley), la psichiatra che lo ha in cura. La specialista è allarmata dalle email inviate dagli altri Kevin, che le pervengono a ritmo frenetico richiedendo aiuto. Perché il pericolo incombente, per lui e per le sue vittime, è la maturazione e l’imminente arrivo di una nuova identità, violenta, minacciosa e destinata a dominare le altre: “La Bestia”. Della trama null’altro si può dire: sarebbe spoiler.
split2Una struttura essenziale: Kevin, le sue vittime, i tentativi di fuga, gli intermezzi con la psichiatra, che svolgono la funzione narrativa di aiutare la comprensione di quanto accade.
Ma in questa storia allucinante c’è ben poca invenzione: la vicenda ricalca aderentemente quella di Billy Milligan, psicopatico americano protagonista di un caso giudiziario di enorme interesse mediatico, che avvinse e sconvolse gli Stati Uniti alla fine degli anni ’70. Troppe le somiglianze: accusato di aver rapito, stuprato e rapinato in piena mattina tre studentesse; anche lui diviso fra 24 identità, che si alternano per “venire alla luce”, ovvero di prendere controllo della coscienza; anche nel suo caso psichiatrico l’avvento di una personalità dominante. Persino l’aspetto scientifico apparentemente più paradossale, ovvero la capacità del corpo di assumere caratteristiche fisiologiche diverse al variare delle identità, seppure utilizzato in modo iperbolico nel plot, trova riscontro nella storia clinica di Milligan.
“Split” però non riesce ad essere uno psico-thriller: troppo superficiale l’indagine sulla malattia, poco partecipe l’occhio che la osserva, quasi privo di interessamento, fosse anche perverso. Ma non è nemmeno un thriller: molta tensione, ma paura veramente poca; tanto meno un film d’azione, perché di azione non ce n’è. Per Shyamalan il disturbo dissociativo dell’identità rimane solo un soggetto interessante, da raccontare con precisione, ma senza alcuna empatia; una bizzarria adatta a confezionare, con la tecnica che gli va senz’altro riconosciuta, un film dal facile richiamo. Eppure le misteriose potenzialità della mente, le occulte connessioni o scissioni che essa può generare, l’analisi settoriale, che le manifestazioni di questa patologia consentono, delle singole componenti della personalità comunque presenti in ognuno di noi, seppure normalmente fuse, il gioco dei ruoli che esse assumono, quanto avrebbero potuto solleticare una buona penna. Una buona penna appunto. M. Night Shyamalan preferisce invece galleggiare in una terra di mezzo, senza imboccare una strada definita. O forse un obiettivo, ben chiaro, il regista di origini indiane lo ha avuto: il sospetto sorge assistendo ad un finale tanto inatteso, quanto debole e soprattutto furbetto. Dispiace quindi che Shyamalan abbia preceduto Joel Schumacher, che si è assicurato i diritti di ”The crowded room”, la biografia di Milligan (uscita in Italia con il titolo di “Una stanza piena di gente”).
split-cinema-m-night-shyamalan-tra-film-cult-flop-clamorosi-speciale-v4-32238-1280x16In questa sagra delle occasioni perdute anche James McAvoy perde il suo treno. Il ruolo che avrebbe fatto impazzire attori istrionici, ad esempio un Nicholson, viene svolto come Nicholson avrebbe appunto fatto, gigioneggiando, ma senza l’immenso talento del vecchio Jack. Alla fine raccontano di più gli occhioni sgranati della giovane Anya Taylor-Joy.
A chi saluta il ritorno del regista che aveva folgorato all’inizio della sua carriera con film come “Il sesto senso” e “Il predestinato”, diciamo che c’è ancora da attendere. Si è detto che Shyamalan abbia trovato nuova linfa per la sua ispirazione dalle produzioni a budget contenuto. Ma se il suo precedente, The visit , pur nei limiti di una trama convenzionale, aveva regalato agli appassionati del genere momenti di vera paura e ai cinefili stralci di girato di ottima qualità, “Split” fa pensare che il regista indiano sia ancora troppo sensibile alle sirene del facile successo.
Ma raccontare la paura esige una vena di autentica follia. Il calcolo non è ammesso.
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