“Adam resurrected” (Usa 2009) di Paul Schrader – Recensione e foto

Il capolavoro di Schrader e Goldblum

(marino demata)  Spirito inquieto e dissacrante, Paul Schrader, sceneggiatore e regista di grandissime qualità, si trova per le mani il libro di Yoram Kaniuk del 1968 e decide che deve farne un film. Siamo nel 2008 e affida a se stesso la regia, intendendo concentrarsi del tutto in essa a tal punto,  da rinunciare per questa volta alla sceneggiatura, che affida a  Noah Stollman, che lo ripaga con un tessuti dialogico di prima qualità e di grande pregnanza artistica. Ne viene fuori un film che solo apparentemente può essere assimilato ai tanti film sull’Olocausto e post-Olocausto che abbiamo visto, qualche volta anche col fastidio di una non richiesta ripetitività. Perché questo film è qualcosa di più. Anzi è tanto di più, da poter essere definito una discesa agli inferi dell’animo umano, delle sue viltà e debolezze, la morte stessa dell’uomo e la sua resurrezione.adam-resurrected00006
Il film si svolge all’interno di una clinica psichiatrica costruita nel bel mezzo del nulla del deserto israeliano.
Non è una qualunque clinica psichiatrica, ma ha una sua specializzazione. Vi è ricoverato un gruppo di uomini e donne scampati alle camere a gas, sopravvissuti ai campi di sterminio, ma ormai, il non-sterminio del proprio corpo è stato pagato con lo sterminio del loro animo.
Tra questi viene tacitamente eletto leader Adam (Jeff Goldblum), per le sue capacità istrioniche, che erano un tempo il pane dei suoi denti, e per le sue capacità divinatorie. Nella clinica si adottano metodi molto avanzati. Adam ad esempio è libero di fare quello che vuole, di girare in ogni ambiente dell’edificio, di prendere proprie iniziative e perfino di amoreggiare con una delle infermiere. Il metodo ha il pieno consenso del professore che guida la clinica, che si dimostra saggio e illuminato.
Adam ha un male profondo dentro di sé, perché si porta dietro una storia disumana e dolore lancinante nell’animo che spesso somatizza con violente emorragie, con attacchi di fegato e con improvvisi arresti cardiaci.  adam
Poco alla volta, attraverso bellissimi flashback in bianco e nero, che fanno da contrappunto alla luminosità solare dell’edificio bianco della clinica nel deserto, lo spettatore si rende conto del calvario di Adam. A Berlino Adam era un brillante intrattenitore da cabaret. Un cabaret un po’ particolare, ove alle battute spiritose si accompagnano numeri da circo e da prestidigitatore. Adam ha un solo difetto: è ebreo, così come sua moglie. E questo è un marchio indelebile anche per le due innocenti figlie già nel periodo dell’ascesa del nazismo.
Internata l’intera famiglia in un campo di concentramento, Adam viene riconosciuto da uno dei suoi ammiratori , il capitano Klein (Willem Dafoe), che nel locale ove Adam lavorava lo aveva apprezzato soprattutto per le sue capacità di imitare un cane. Il ricordo di queste capacità salvano la vita ad Adam: Klein lo prende nel suo appartamento imponendogli di vivere a quattro zampe, di fare compagnia al suo cane, di contendersi l’osso da spolpare, di vivere e dormire in una gabbia. La sua vita comunque è salva. Ma non quella di sua moglie e delle due ragazze. In una delle scene più atroci viene imposto ad Adam di suonare il violino mentre gruppi di donne, tra le quali la moglie e la figlia maggiore, vengono portate, ignare, nelle camere a gas. Il volto di Adam guarda obliquamente mentre suona il violino. Si ferma per un attimo. La macchina da presa si stacca da Adam e si porta al suo opposto, cioè a quello che attirava l’attenzione di Adam: il fumo che esce dal camino delle camere a gas e dei forni crematori.adam2
Adam non è riuscito a salvare che se stesso. E del resto il sadico Klein lo aveva teorizzato: un uomo salvo per un uomo che si diverte. Il resto della famiglia non è incluso nel “pacchetto”.
Ma il Calvario di Adam nella clinica israeliana ha una improvvisa deviazione: nel suo girovagare tra le stanze, trova uno stano e solitario personaggio: un ragazzino lacero e sporco, legato ad una catena, incapace di stare in piedi e in grado solo di camminare a quattro zampe. Adam ha trovato un altro cane, come era lui nell’appartamento di Klein al campo di concentramento e comincia fraternizzare col piccolo ragazzo, dapprima facendogli compagnia come fosse un altro cane, quasi per rassicurare il cane che vede nel piccolo, poi, gradualmente, riportandolo alla postura eretta e alla fine alla totale normalità. Un percorso prodigioso possibile solo grazie alla straordinaria intelligenza di Adam. La guarigione del ragazzo (che ricorda tanto “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut) è un passaggio decisivo sulla strada della resurrezione di Adam.adam3
Film denso e pieno di significati e di metafore a partire dal titolo, può essere definito, senza tema di smentite un vero capolavoro, un punto di approdo di questo singolare regista, Paul Schrader, inviso ad Hollywood per il suo modo spesso disturbante di  buttare in faccia allo spettatore realtà soprattutto psicologiche di grande impatto. Dopo aver dato un grande contributo alla carriera giovanile di Martin Scorsese grazie alle sue sceneggiature di Taxi driver, Toro Scatenato e L’ultima tentazione di Cristo (un Cristo, guarda caso, interpretato proprio da Willem Dafoe ), decide di passare alla regia con opere pregevoli, ma sempre discusse, per la sua maniera di narrare in maniera diretta, senza mai giri di parole, senza mai scendere a compromessi col potere rappresentato dalle produzioni hollywoodiane, con le quali è spesso entrato in rotta di collisione. Come è il caso di Dominion, il prequel de L’esorcista, che gira basando la storia sui risvolti psicologici e per questo, dopo aver quasi finito il film, viene licenziato in tronco. La casa di produzione vuole un film di terrore e di sangue e non di sottili trame psicologiche e assume in nuovo regista che certificherà il disastro della produzione stessa.adam6
Adam Resurrected è un film di dolore, di morte, ma anche, come racconta il titolo, di resurrezioni, che per Adam/Schrader non possono che avvenire sfidando la realtà vera, senza infingimenti, senza inutili pietismi. Come quando Adam sfida tutti i pazienti della clinica a scoprire il proprio braccio e mostrare ciascuno agli altri il numero col quale erano stati marchiati nei campi di concentramento e poi ad urlarlo tutti insieme, ciascuno il proprio numero, in una delle scene memorabili di questo memorabile film.
La resurrezione è resa possibile anche per il felice intuito di Schrader di volere per la parte di Adam un attore come Jeff Goldblum, a sua volta “resurrected” dopo anni di ruoli minori o di impieghi secondari per sceneggiati TV. La resurrezione dell’attore de La mosca e di Jurassic Park avviene nel migliore dei modi, attraverso un’interpretazione straordinaria, evidentemente sentitissima, attraverso la quale l’attore  riesce a toccare tutte le corde che il personaggio gli consente di toccare, senza ricattare lo spettatore con pugnalate al cuore o lacrime facili. Un’interpretazione a tutto tondo che stupisce non poco che non sia stata neppure degnata di uno sguardo o di una nomination. Probabilmente anche questo è il pedaggio che Schrader e il suo cast pagano a quello strano mondo che si chiama Hollywood e si pronuncia “ostilità”.
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