“David Lynch: The art life ” (Usa 2016) di Jon Nguyen, Rick Barnes, Olivia Neergaard-Holm

Imperdibile per i fan di Lynch e per gli amanti del cinema

 

 


(marino demata) Dopo una insistente richiesta durata tre anni da parte dei registi Jon Nguyen, Rick Barnes, Olivia Neergaard-Holm, David Lynch acconsente ad aprire il suo studio e la sua vita ad una intervista che non è dialogica, non è frontale, ma è una sorta di lunga comunicazione ai tre registi stessi , e, per loro tramite, al pubblico. Si  parte dagli anni di  formazione  fino alle sue iniziali ricerche e dai sui studi, fino all’approdo al mondo del cinema. Le affermazioni di Lynch non sono sincroniche rispetto alle immagini  del regista. Si aprono infatti di fronte a noi due mondi paralleli: Il mondo del racconto della sua vita e delle sue esperienze artistiche, a volte supportato da vecchie foto e vecchi filmati e il mondo del suo segreto studio-officina. E in quest’ultimo, sempre mentre ascoltiamo il racconto di Lynch della sua giovinezza, assistiamo al suo lavoro, mentre dipinge un tavolo di rosso, mentre compone delle frasi con materiale flessibile, mentre riempie una tela di una sua improvvisata composizione, e soprattutto mente sorbisce il caffè e fuma tanto che a volta la sua figura sembra avvolta da una coltre di nebbia.
david-lynchRiflessivo e pacato, di una pacatezza che gli deriva anche, secondo le sue affermazioni, da anni di  meditazione trascendentale, ci conduce nella sua vita infantile e poi giovanile. Gli anni felicissimi a Boise in Idaho e poi il trasferimento  sull’altro versante degli USA, ad est, in Virginia, perchè il padre viene trasferito nella vicina Washington, DC,.  Per inciso il rapporto col padre costituirà un forte ancoraggio per il giovane David e un costante richiamo alla concretezza della vita. Lynch ha parole di grande ammirazione e riconoscenza per lui.
Ma pur essendo inizialmente la Virginia meno attrattiva per il giovane ragazzo rispetto a Boise, lì avvengono incontri importanti. Inizia la passione per la pittura e riesce a frequentare lo studio del pittore Bushnell Keeler.  I ricordi della vita in famiglia (i litigi col padre perché David ritorna a casa troppo tardi la sera!)  si alternano con i ricordi della sua forsennata attività artistica e della sua vita scolastica, ove non sempre ha frequentato buone compagnie.
david-lynch-the-art-life-documentary-clipsAttraverso vecchi filmati facciamo conoscenza della prima moglie di Lynch, della sua bambina e della sua casa: un quadro famigliare che appare decisamente felice. Ma l’inquietudine di Lynch è costante. Si trasferisce un po’ a malincuore a Philadelphia, definita la New York dei poveri. Ben presto però scoprirà positivamente che proprio Philadelphia sarà il trampolino di lancio per  nuove e decisive avventure lavorative e artistiche. Partecipa, senza troppe speranze, ad un concorso per una borsa di studio nel campo cinematografico e riceve poi, emozionatissimo, la lettera di congratulazioni per aver vinto. Il passo successivo sarà il trasferimento in California, la confezione di alcuni film corti, qualcuno commissionato, tra i quali annoveriamo il più famoso, Alphabet. Al termine del percorso lasciamo il regista alle prese con la lavorazione del suo primo folgorante film, Eraserhead.
david-lynch-the-art-life-2016-venezia-doc-01Ma fermarsi semplicemente agli episodi della sua vita sarebbe riduttivo. La ricchezza del suo ingegno, la sua inesauribile curiosità gli producono una moltitudine di interessi e di piccole e grandi opere nei più svariati campi. Ci racconta nel docu-film quanto si può imparare e che tipo di curiosità si può soddisfare dividendo un insetto in due parti oppure aspettando per giorni o settimane la decomposizione di un piccolo animale o della frutta. Il padre restò un po’ shockato quando visitò la cantina della sua casa e vide tal genere di materiale e consigliò a David di…non avere figli. Come abbiamo visto, invece, Lynch ebbe una figlia dal suo primo matrimonio, e poi altri tre figli da altrettanti matrimoni. La sua ultima figlia, che vediamo nel documentario mentre gioca con suo padre, si chiama Lula, come la protagonista del suo film Cuore selvaggio,  ed è nata dal matrimonio contratto nel 2009 con Emily Stofle.
Tanti ricordi, in gran parte lieti di una vita avventurosa soprattutto dal punto di vista mentale e creativo. Ma anche qualche ricordo angoscioso. Il più nitido risale al momento della fanciullezza, a Boise in Idaho, allorchè, passeggiando in un bel viale col fratello vide apparire una donna nuda (la prima donna nuda che vide nella sua vita). Era ferita e spaventò enormemente il fratello e in lui lasciò una grande impressione.
Se ne ricordò in uno dei suoi film più celebri, Velluto blu, ove riproduce in immagini la scena che descrive ai tre registi del docu-fim.
david-lynch-the-art-life-trailer-1-sd-goldposterE, a proposito di episodi angoscianti, Lynch non manca di ricordare che una volta chiese il favore ad un amico, custode presso l’obitorio, di trascorre una notte lì. E ancora Lynch narra quando provò per le prime volte la marijuana. La seconda vola era alla guida di un auto in compagnia di amici, che ad un certo punto gli urlarono più volte “…e allora?” e Lynch rispondeva: “cosa?”. Gli amici in realtà erano preoccupati perchè David era al volante ma fermo al centro della strada proprio sulla striscia spartitraffico intermittente. Anche questo ricordo ritorna ossessivamete in molti sui film, ove spesso c’è un’auto in corsa su una strada e la macchina da presa si sofferma sulla striscia bianca (per lo più intermittente) che divide la corsia in due parti.
Per gli amanti di Lynch, ma diremmo più in generale per gli amanti del cinema, questo documentario è veramente imperdibile: è una miniera di informazioni, di curiosità di immagini mai viste prima, che Lynch mette per la prima volta a disposizione del suo pubblico, di elementi per ricostruire una personalità in certo senso unica nella sua complessità e soprattutto nella sua ricchezza.

 

 

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