“Fahrenheit 451” (Fr.1966) di François Truffaut

Fahrenheit 451: Gli uomini-libro a volte ritornano

(marino demata) “Firenze 30 settembre 2011 – Bellissima, toccante iniziativa davanti alle vetrine ormai chiuse della Libreria Martelli, un secolare spazio di cultura che qualcuno sta per destinare ad  un supermarket di qualità. Un altro pezzo di cultura di Firenze che va via (era la sede della mitica Edizioni Bemporad-Marzocco). Per un’ora, come in Fahrenheit 451, sono stato un uomo-libro assieme a centinaia di altri uomini-libro. Io ero “Cosmopolis” di Don DeLillo (per restare in carattere), ma c’erano tanti altri: “Il Quartiere di Pratolini”, “Mattatoio 5”, “Lo stato delle cose” fino a “A portrait of the artist as a young man” di Joyce e a “Una brutta faccenda”.  Insomma tanti uomini-libro e donne-libro e soprattutto ragazzi-libro. Ad un certo punto tutti a leggere ad alta voce; ognuno di noi voleva far sentire la propria pagina (e la propria rabbia). Ho scelto, in “Cosmopolis” la pagina nella quale il protagonista entra in un bar e scorge sul display il motto “Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro del Capitalismo.” (parafrasi dell’inizio del Manifesto di Marx e Engels). Molti piangevano. Alla fine ci siamo abbracciati tutti. Giornata indimenticabile.” (da una nostra Nota sulla giornata del 30/09/2011).fahrenheit-451-8Quando ripasso per via Martelli, davanti a quello che era un grande punto di riferimento della cultura in questa città e vedo al suo posto il bar-supermarket Eataly, mi riprende un profondo moto di indignazione. Ripenso alle lotte dei lavoratori della libreria e alle affollate assemblee con i cittadini. Ripenso anche all’indifferenza delle autorità cittadine, salvo rare solidarietà di rito di rappresentanti della giunta allora guidata da quello che è stato fino a pochi mesi fa il  Presidente del Consiglio, che hanno continuato ad assistere impassibili allo stillicidio della chiusura di decine e decine di librerie e altri siti di cultura nel centro storico.
Cinquanta  anni sono trascorsi dalla realizzazione di “Fahrenhait 451” da parte di Francois Truffaut, ed ho pensato che forse nessun film ha influenzato tanto la vita e il comportamento degli uomini come questo e che, magari senza rendercene conto, tutte le volte che entriamo in una libreria e sfogliamo un libro, in pratica lo citiamo.
Fa bene Oliviero Diliberto, nel suo bellissimo articolo “Rileggere e rivedere Fahrenheit 451”, a contestualizzare innanzitutto il romanzo collegandolo opportunamente ad uno dei più tristi periodi della storia americana, il maccartismo. Infatti il romanzo di Ray Bredbury non poteva non risentire di quello che stava accadendo: la guerra fredda, le catastrofiche previsioni di una guerra nucleare e i processi sommari organizzati dalla “
Commissione per le Attività Antiamericane”. Si giudicavano importanti registi e attori per le loro idee, i loro convincimenti: reati di opinione. L’alternativa era la delazione di amici e colleghi o la galera.fahrenheit-451-3jpg
La Commissione non si accanì soltanto nei confronti di registi e attori, ma anche degli scrittori. Innanzitutto gli sceneggiatori, costretti spesso a trovarsi un prestanome. In quest’ambito uno dei film più belli è proprio “Il prestanome”, realizzato da quell’ottimo regista Martin Ritt, già blacklisted qualche anno prima, che ha voluto nel suo film attori e  collaboratori che avessero avuto a che fare con la famigerata “Commissione”. E in più ha anche voluto un Woody Allen in stato di grazia, per un film che denuncia quel periodo senza schiamazzi, ma con un’ironia veramente corrosiva. Merce rara.
E come non ricordare il caso di Hemingway? Per la sua partecipazione dalla parte degli anti-franchisti nella guerra di Spagna e per l’affettuosa amicizia con Fidel Castro fu inserito nelle liste nere, anche se nessuno osò mai convocarlo in tribunale. Fu pedinato e sorvegliato per anni dall’FBI. Ne ebbe la piena consapevolezza, che accrebbe in lui una sindrome persecutoria vera e propria negli ultimi anni di vita, che lo scosse nel profondo e ne aggravò le condizioni di salute. Fino al rifiuto del rinnovo del passaporto per la figlia, che per lui fu un colpo micidiale!
fahrenheit-451-4jpgIn tale clima Bredbury scrisse Fahrenheit 451 e bene fa Diliberto a ricordare altri autori come Huxley e Orwell. Si crea un vero e proprio nuovo genere letterario e poi cinematografico: quello basato sulla distopia. Tratto comune di romanzi e film distopici è  prefigurare società di un imprecisato futuro ove i governi controllano le idee dei cittadini, ne impongono comportamenti, scelte e gusti attraverso messaggi martellanti utilizzando la tecnologia, dalla TV, ai computer, fino a sistemi ancora più sofisticati. Non c’è spazio per i libri, che presuppongono riflessione e rielaborazione personale.
Nel film di Truffaut  il Capitano della squadra dei pompieri incaricati di trovare e bruciare i libri si rivolge a Montag, che aveva dimostrato curiosità nella lettura e dice: “A tutti noi, almeno una volta nella carriera, viene la smania di sapere cosa c’è in questi libri, ci viene come una smania… Dai retta a me Montague, i libri non hanno niente da dire. Guarda, queste sono opere di fantasia, e parlano di gente che non è mai esistita. I pazzi che li leggono diventano insoddisfatti, cominciano a desiderare di vivere in modi diversi, il che non è mai possibile.” Mirabilmente Truffaut va diritto al punto: i libri, mostrando realtà diverse da quelle che si vivono, incitano al “diverso”, a ciò che non è, ma che potrebbe essere se i cittadini lo volessero. Insomma i libri incitano esattamente al contrario della distopia e cioè all’utopia.
Ma alla società autoritaria non basta bruciare i libri. Occorre anche dettare le norme di comportamento e di vita. E Linda, la moglie di Montag, è il risultato della spersonalizzazione prodotta da un sistema, che vuole creare solo “one dimensional men”, attraverso uno schermo televisivo in ogni angolo della casa, che continua a trasmettere messaggi rassicuranti sulla vita della comunità. “Oggi la crociata contro coloro che ci minacciano ha registrato un particolare successo” afferma enfaticamente una presentatrice della TV, che va avanti con messaggi di propaganda e di incitamento a proseguire con uno stile di vita coerente col sistema.fahrenheit-451-jpg-g
Basta al pompiere Montag cominciare a leggere un libro per passare dalle sue dogmatiche certezze al dubbio, per riscoprire l’umanità. Finisce per comprendere che i libri sono la riscoperta dell’uomo, la base per la rinascita dell’umanità.
Montag, i cui primi dubbi sono nati allorchè ha visto un’anziana signora lasciarsi bruciare assieme ai suoi libri (“There must be something in books, something we can’t imagine, to make a woman stay in a burning house; there must be something there. You don’t stay for nothing.”), rappresenta la possibilità della ribellione in tale tipo di società e la riscoperta dell’uomo e dei suoi valori. Dopo aver orientato il lanciafiamme  verso il Capitano dei pompieri, fugge oltre la ferrovia, in una sorta di limbo, ove tutte le persone declamano un libro imparato a memoria. Chi non ha mai visto questo film e giunge a questo punto, si prepari a veder i nove minuti forse più belli e toccanti della storia del cinema. In un’atmosfera rarefatta e invernale, gli alberi spogli, il cielo plumbeo pieno di neve, ogni persona si è sostituita ad un libro e lo declama a voce alta, perché lo ha imparato, lo ha fatto proprio, è ormai egli stesso “quel libro”. In una capanna un anziano che sente vicina la morte, trasmette il proprio libro ad un bambino e lo incita a ripetere intere pagine. Gli uomini-libro, dunque. Ancora una volta la salvezza è l’uomo, le sue risorse, la sua intelligenza: questo è il grande messaggio di speranza che ci trasmettono Bradbury e Truffaut.  Qualcuno ha obiettato che sarebbe stato meglio per Truffaut creare, oltre la ferrovia, un’atmosfera meno malinconica per celebrare la riscossa dell’uomo: un’atmosfera solare, un po’ trionfalistica. Ma se avesse fatto così avrebbe probabilmente tradito lo spirito dell’intero film, dell’intera storia. Alla base della quale c’è la tragedia di una società che vuole imporre idee e comportamenti e impedire ai cittadini di pensare con la propria testa. Gli uomini-libro sono la metafora della possibilità di ribellione a tale tipo di società, a tale tragedia, che comunque resta in tutta la sua disumanità. E questo non va mai dimenticato.fahrenheit-451-francois-truffaut-1966-l-4bv_ds
Difficile trovare un film che abbia influenzato tanto i comportamento degli uomini, si diceva sopra. Ma è difficile anche trovare un film di cinquant’anni d’età che conservi una così grande attualità. Sì, perché è vero che difficilmente si troveranno ancora governi che bruceranno i libri, ma nel film l’accanimento contro i libri è anche il simbolo della lotta contro l’umanesimo della  cultura, la libertà dell’uomo, contro il libero pensiero. Il concetto portante del film è che la società del futuro possa magari non materialmente bruciare i libri, ma gradatamente inibirne di fatto la utilizzazione a favore dei mass media, in primo luogo la TV. D’altra parte lo stesso autore del romanzo, Ray Bradbury è molto chiaro su questo punto: “Non c’è bisogno di bruciare i libri, per distruggere la cultura. Basta convincere le persone a smettere di leggerli”. E, per ricollegarci al tema dal quale abbiamo preso le mosse, basta abbassare definitivamente le saracinesche delle librerie e convincere gli uomini che è più comodo e meno faticoso del leggere il limitarsi a vedere le immagini di una pubblicità onnipresente capace di appiattire il pensiero, e appassionarsi alle news, ad una informazione che disinforma, perché ci fa sapere solo quello che vuole che si sappia e quando.  Tutto questo è purtroppo attuale. Che importa se una minoranza ancora legge e si crea autonomamente le proprie originali opinioni? Dopo tutto siamo in democrazia. La minoranza, purché rimanga tale, può anche leggere qualche libro e comportarsi diversamente dalla maggioranza, cioè dalla normalità. Che lo faccia: dopo tutto tale comportamento può essere funzionale al sistema e dimostrare che il potere è veramente democratico e consente anche (perfino) il dissenso.
D’altra parte, per usare una metafora, quanti sono gli uomini-libro? Quanti sono gli uomini disposti a passare dall’altro lato della ferrovia e a non lasciarsi ingabbiare dai rassicuranti slogan trasmessi dalle onnipresenti televisioni?  Oggi, come cinquant’anni fa, il problema è proprio questo: riuscirà l’uomo a riprendersi la propria umanità? Riuscirà a diventare il proprio libro? “Dietro ad ogni libro c’è un uomo, dice Montg all’incredula moglie.
Da noi in Italia la battaglia oggi è più dura. Si prenda il cinema. Salvo rari e meritori casi, quale è il messaggio che la quasi generalità del cinema italiano trasmette al pubblico? Sembra che la parola d’ordine sia: “rassicurare”. Solo messaggi rassicuranti sulle possibilità “gioiose”dei nostri giovani all’interno di una società, quella descritta da tali pellicole, che sa di falso, di mistificazione, come realtà che non esiste e che non è mai esistita.

(pubblicato sul n. 43 – Ottobre 2016 di Diari di Cineclub)

 

 

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Una risposta a "“Fahrenheit 451” (Fr.1966) di François Truffaut"

  1. Complimenti!

    Adoro il film di Truffaut.

    La prima volta che lo vidi,

    nell’anno stesso che uscì,

    in un cinema fiorentino chiuso da tempo,

    c’eravamo in pochi, in sala,

    di pomeriggio. Io ero con la

    mia fidanzata di allora, oggi

    mia moglie, e qualche sedia più in là

    c’era Eugenio Garin con la moglie.

    E’ un commovente “elogio dei libri”

    quale strumento di intelligenza e democrazia,

    Stefano

    Mi piace

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