“The descendants” (Usa 2011) di Alexander Payne

 

(marino demata) L’operato dei distributori italiani e’ ormai proverbiale: non solo siamo uno dei pochi Paesi al mondo ad infliggere ai films il doppiaggio in lingua italiana tra l’altro  spesso di qualita’ decisamente scadente (peggio che sentire una bella canzone in playback), ma siamo anche uno dei pochissimi Paesi a cambiare il titolo dei film, pensando che assegnando titoli ritenuti piu’ accattivanti si possa conquistare qualche spettatore in piu’, non fa niente se il titolo italiano non c’entra niente con quello originale e soprattutto con la trama e il senso del film. La storia dei titoli cambiati sarebbe lunga ed anche ridicola. Ricordo il caso forse piu’ eclatante (da denunzia penale!): il film di Truffaut “Domicile conjugal” in Italia diventa….”Non drammatizziamo… è solo questione di corna”. E dunque seguendo questa ignobile tradizione, anche il nuovo film di A. Payne, “The descendants”, che nel titolo fa chiaremente riferimento ad una delle chiavi di lettura del film, diventa da noi “Paradiso amaro”, che chi ha visto il film dovrebbe spiegarmi cosa c’entra con l’insieme del film stesso. Tra l’altro le Haway in questo film non sono ne’ descritte ne’ vissute dai personaggi come un paradiso, ne’ amaro ne’ dolce. Non sono proprio le Haway da cartolina!

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Payne, a distanza di ben 7 anni dal suo ultimo film, Sideways, vero e proprio capolavoro di intelligenza, umorismo ed ironia, confeziona un film che magari ne e’ un gradino al di sotto, ma si fa fortemente apprezzare per la maturita’ unita alla “levitas” con la quale vengono trattati temi anche difficili e scottanti, come il testamento biologico e lo jato piu’ o meno lungo tra la vita vegetativa e la morte (abbiamo su questo tema da imparare qui in Italia, rispetto alla semplicita’ e alla naturalezza con le quali il problema viene affrontato e risolto nel film e nella realta’ americana!), la difficolta’ dei rapporti interpersonali, la ricostruzione complicata di un tessuto connettivo e affettivo all’interno di una famiglia fortemente disgregata. Il tutto vissuto attraverso il personaggio di Matt King, impersonato da un G. Clooney finalmente molto poco divo o the-descendants-xmolto poco bello, che a me e’ sembrato saper offrire a Matt stesso il meglio di se’, restando sempre sospeso (soprattutto per merito della regia) tra dramma e ironia, tra scelte impulsive e pacata razionalita’. Rispetto a Sideways, che resta per me il capolavoro di Payne, c’e’ un senso di consapevolezza e di maturita’ che lasciano presagire per il regista ancora buone cose in futuro. Cinque nominations all’Oscar strameritate. A me ha positivamente impressionato, tra l’altro, la interpretazione di Shailene Woodley, classe 1991, nei panni della figlia ribelle e matura: il film e’ anche l’itinerario di formazione di questo personaggio, cui la giovane attrice riesce a conferire una rimarchevole sensibilita’ . Che sia nata una stella? Raccomando questo film  a tutti i miei amici! 
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