I MIGLIORI FILM della 67MA BERLINALE – 9/19 FEBBRAIO 2017

(Da Berlino Luigi Noera con la collaborazione di Marina Pavido – Le foto sono pubblicate per gentile concessione della Berlinale)
Come sempre nel nostro resoconto della edizione 2017 della Berlinale, Festival che insieme a Cannes, Locarno e Venezia rappresenta la produzione mondiale cinematografica e le nuove tendenze, ci limitiamo alle opere della sezione principale e di quella rappresentativa Panorama dove la sezione documentaristica è corposa. Le opere sono presentate in ordine di gradimento.
Berlinale 2017 1Nella selezione ufficiale in Concorso poniamo al primo posto Toivon tuolla puolen(The Other Side of Hope) di Aki Kaurismäki (Finlandia / Germania) – Anche se non ha vinto l’Orso d’oro è questo il film che ci ha emozionato di più per la empatia tra due personaggi apparentemente fra loro in cotraddizione, che in realtà hanno la medesima aspirazione: una vita migliore. Il venditore porta a porta mette in gioco la sua vita e molla tutto e ricomincia con la ristorazione. Il rifugiato siriano sa quali sono i passi da compiere per ottenere lo status di rifugiato. E’ ovvio, e qui la sceneggiatura ha qualche pecca, che i due si incontrino. Ma da questo incontro nasce una straordinaria solidarietà. Insomma un phamplet politico del regista finlandese che con ironia descrive i nostri tempi dove il lavoro è precario, ma anche la vita è precaria. Segue il film multipremiato Teströl és lélekröl(On Body and Soul) di Ildikó Enyedi (Ungheria) – I giurati lo hanno preferito, forse per il linguaggio inusuale di parlare di emozioni, di sogni, dell’umanità. Una umanità abituata però ad essere indifferente alle sofferenze degli altri esseri, in questo caso animali portati al macello. La sceneggiatura ondeggia fra uno spirito animalista con scuarci trash di bestie al macello e momenti con colpi di scena di esseri umani con le loro pulsioni sentimentali. Al terzo posto un gioiellino: Mr. Long di Sabu (Giappone / Hong Kong, China / Taiwan / Germania) – Una favola di redenzione che parte da una gang story per approdare nell’onirica fantasia di un nuovo uomo. Quasi Felliniana la composita e fantasiosa compagine di personaggi che aiutano il protagonista a ritrovare se stesso. Un film che non da tregua e passa da uno stile all’altro con una talentuosa naturalezza. Peccato che non sia stato apprezzato e non abbia ricevuto premi, vedremo quando uscirà in sala. The Party di Sally Potter (UK) – La regista sapientemente utilizza gli splendidi attori in questa piece teatrale ed anche se conquista il pubblico, non trova alleati fra i giurati. Una mujer fantástica (A Fantastic Woman)di Sebastián Lelio (Cile / USA / Germania / Spagna) – Sullo sfondo di un thriller si dipanano i diritti umani Il tema sociale è apprezzabile e la storia è ben costruita, peccato che la protagonista sia ingabbiata in un cliché e non riesca ad esprimere al meglio le sue potenzialità.
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Passiamo alle pellicole Fuori Concorso delle quali abbiamo apprezzato le qualità anche spettacolari. AL primo posto El bar (The Bar)di Álex de la Iglesia (Spagna) – Solo gli spagnoli potevano inventarsi una tragicommedia come questa che però prende spunto da pellicole ben più spettacolari come per esempio Un treno per Busan. Una pandemia invade una cittadina spagnola e gli avventori di un bar restano prigionieri della fatalità. C’è poi l’eroina che alla fine in entrambi i film sarà l’unica ad uscire viva da un incubo che ha il sapore del lieto fine e per questo distrugge il lavoro intessuto per 120 minuti di film. Al secondo posto Final Portrait di Stanley Tucci (UK / Francia) – Un delizioso ritratto, e scusate il bisticcio di parole, dello scultore e pittore di origine italiane, che viene raccontato da un giornalista improvvisatosi modello per il maestro. Il protagonista, il premio Oscar Geoffrey Rush, egregiamente descrive il talento ma anche le caratteristiche di un genio della scultura e pittura dimenticato come Alberto Giacometti, grazie anche all’occhio della cinepresa che si immedesima nel suo sguardo attento a cogliere quello che i comuni mortali non riescono a carpire da un dettaglio. T2 Trainspotting di Danny Boyle (UK) – Doveva essere l’evento, ma a noi ci ha deluso. Certo i paragoni sono letali, ma i 20 anni  in più dei protagonisti si vedono tutti e se il regista voleva riportare in auge un film dirompente di quegli anni non c’è riuscito. Sono passati troppi anni e i personaggi non stanno al passo dei tempi. Peccato. Sage femme (Midwife) di Martin Provost (Francia / Belgio) – Un film piccolo dove la brava Catherine Frot tiene testa ad una Catherine Denuve che si avvia sulla via del tramonto. Storia intima di incompresioni fra due donne, l’una figlia, l’altra matrigna e moglie di un uomo che aleggia con la sua controversa natura su tutto il film senza che mai appaia. Il finale è scontato, ma è apprezzabile la fattura da Nouvelle vague con sapienza utilizzata dalla regia. Logan di James Mangold (USA) – Ci risiamo con il sequel del più famoso film originale della serie XMan. Tra inseguimenti e lotte senza quartiere si snoda un film brutto che però avrà successo al botteghino per i suoi esileranti personaggi.
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I film più interessanti sono stati quelli della sezione Berlinale Special soprattutto i documentari presentati per il loro coraggio di denuncia. La nostra classifica vede al primo posto The Trial: The State of Russia vs Oleg Sentsov di Askold Kurov (Estonia / Polonia / Repubblica Ceca) – doc – Uno sconvolgente squarcio sulla annessione della Crimea alla Russia di Putin che riconosce nel regista ucraino Oleg Sentsov un potenziale nemico da azzittire con qualsiasi mezzo. Oleg sta scontando una pena detentiva di venti anni nei Gulag della Siberia che esistono ancora sebbene l’USSR non esista più. Segue Maudie di Aisling Walsh (Canada / Irlanda) – Da una storia autentica della giovane Maud, affetta da una grave malattia invalidante, la protagonista l’attrice inglese Sally Hawkins, nominata agli Oscar, ci consegna un gioiellino di film. Ma anche grazie a Ethan Awke nei panni del suo futuro marito burbero, e tenero. Il resto lo fanno i landscape della costa canadese atlantica dove si stagliano le silhouette dei protagonisti. Al terzo posto La libertad del diablo(Devil’s Freedom) di Everardo González (Messico) – Doc – Il regista affronta senza tanti giri di parole il tema scottante dei numeri di omicidi nella guerra strisciante dei cartelli della droga al confine tra Messico e USA a Ciudad Juarez nello stato di Chihuahua. Tema già affrontato da Gianfranco Rosi nel suo Doc El Sicario Room 164, che questa volta viene ampliato dal racconto anche delle vittime. Le loro emozioni e sentimenti sono macigni  per la nostra coscienza. Il metodo di ripresa è identico con il viso dei protagonisti di tanta barbarie nascosti dietro una maschera e soltanto al termine scopriremo il volto delle vittime. Il regista parla del lato oscuro di ognuno di noi che poi è appunto il titolo del documentario. Si esce dalla sala con un groppo alla gola. Tra i doc una menzione va alla edizione restaurata di Acht Stunden sind kein Tag (Eight Hours Don’t Make A Day) di Rainer Werner Fassbinder (Federal Republic of Germany 1972) – TV series in 5 episodi. Il regista ci riporta in un mondo sereno ed un po’ naïf, di fatto, quello che manca – ripensando, appunto, a gran parte della produzione di Fassbinder – è proprio quel pessimismo di fondo, quella sorta di male di vivere che porterà il cineasta di lì a pochi anni a togliersi la vita. Ed è proprio il tono della serie TV ad aver sollevato a suo tempo – nel 1972 – non poche critiche, soprattutto per quanto riguarda la sottotrama sui movimenti operai, considerati, all’epoca, come rappresentati in modo quasi irreale ed un po’ troppo semplicistico. Al punto di spingere Fassbinder stesso a fermarsi appunto al quinto episodio. Certo, a pensare che inizialmente ci fosse stata l’idea di girare più di cinque episodi, un po’ di rabbia viene eccome. Se non altro per il fatto che non ci si stancherebbe mai di questa sorta di favola fuori dal mondo. Ed infine sempre dalla Germania In Zeiten des abnehmenden Lichts (In Times of Fading Light) di Matti Geschonneck con Bruno Ganz – L’attore interpreta con saggezza il declino della Guerra Fredda e delle ideologie contrapposte. Siamo nel 1989 e il protagonista Wilhem Powileit per tanti anni al servizio della SED – il servizio di polizia della DDR – compie 90 anni. Come ogni anno viene festeggiato dagli ex colleghi. Ma qualcosa non va per il verso giusto. Con comicità teutonica assistiamo al crollo di un mito, al crollo di una ideologia appunto.
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Della sezione a latere Panorama vi proponiamo tra quelli visti la cinquina di film che meritano attenzione. Cominciamo con il film di apertura The Wound del sudafricano John Trengove – La denuncia di riti tribali di iniziazione alla età adulta nelle zone montuose dell’Est del Sud Africa. Il protagonista Xolani da tempo lavora in una fabbrica, ma quando gli viene chiesto di ritornare nel villaggio si ritrova a fare i conti con una realtà da dove era fuggito. Anche il regista turco Ceylan Özgün Özçelik con Kaygı (Inflame) denunzia il clima autoritario che si respira in Turchia, prendendo spunto dai sentimenti di onestà intellettuale che infiammano una giovane redattrice di una TV che si scontra con la manipolazione giornaliera delle notizie fino a sconfinare in paranoia.
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Il terzo film riprende il filone del devastante periodo dello schiavismo dei negrieri portoghesi che deportavano dal continente africano in America latina  in nativi in una epocale immigrazione forzata. Daniela Thomas nella sua pellicola Vazante ci propone  la storia di una famiglia portoghese di agricoltori  e dei loro sciavi insediatisi in Brasile. L’autrice attraverso il racconto intimo dei vari personaggi mette in luce una parte di storia mondiale dimenticata. Girato in bianco e nero ci riporta indietro nel tempo ma con le stesse problematiche attuali: la sopraffazione dell’uomo sull’uomo Altro film storico, anch’esso in bianco e nero è 1945 dell’ungherese Ferenc Török. In una cittadina al termine della seconda guerra mondiale l’arrivo di due ebrei sopravvissuti all’olocausto mette in moto una serie di reazioni tragiche negli abitanti. Sono i sensi di colpa a riemergere prepotentemente. Infine in lingua mandarino Ciao Ciao di  Song Chuan. Belli i paesaggi da mozzafiato delle campagne cinesi dove si consuma l’ennesimo scontro tra società rurale e la nuova società metropolitana di una Cina con crescita a due cifre. Nella sezione di Panorama Dokumente, il primo posto va al I Am Not Your Negro di Raoul Peck che oltre ottenere la nomination ai recenti Oscar ed ha vinto alla Berlinale. Raccontato interamente con le parole di James Baldwin, attraverso il testo del suo ultimo progetto letterario rimasto incompiuto, il film tocca le vite e gli assassini di Malcom X, Martin Luther King Jr. e Medgar Evers per fare chiarezza su come l’immagine dei Neri in America venga oggi costruita e rafforzata. James Baldwin non ha mai terminato Remember this House e l’ambizione del film è quello di riempire in parte questo vuoto. Segue un doc brasiliano realizzato sia con spezzoni amatoriali che d’epoca. Segue No Intenso Agora (In the Intense Now) di João Moreira Salles. Ambientato nel mitico ’68 visto da varie angolazioni e luoghi simbolo: la Rivoluzione Cinese di Mao, la Primavera di Praga soffocata dall’invasione degli eserciti dei Paesi del Patto di Varsavia, il maggio sessantottino degli studenti parigini, ma anche il colpo di stato in Brasile. Il tutto intrecciato da film amatoriali della madre del regista. Il terzo doc che merita una menzione è la vita della cantante messicana apertamente di orientamento omosessuale. Parliamo di Chavela dalla regia di Catherine Gund e Daresha Kyi. La vita di questa cantante che dopo un primo periodo d’oro in patria ritorna allo splendore dei palcoscenici in Spagna ed Europa grazie al pungolo di un grande regista allora giovanissimodi fama mondiale Pedro Almodóvar. Ci ha stupiti Erase and Forget di Andrea Luka Zimmerman che ci illumina sul fenomeno americano dei veterani delle guerre che hanno molto seguito e sono come una forza armata parallela. Grazie al racconto di uno di loro Bo Gritz una sorta di Rambo reale. Infine Belinda di Marie Dumora, film d’apertura,ci consegna la storia intima di due sorelle con alle spalle una famiglia d’origine difficile che nonostante tutto riescono a trovare una loro strada. Un film che da speranza ai tanti bambini, adolescenti che poi diventano adulti tra mille difficoltà. Per quanto riguarda la selezione Forum, ne abbiamo visti solo due: Barrage di Laura Schroeder e El mar la mar di Joshua Bonnetta, J.P. Sniadecki il quale per inciso ha ottenuto la menzione speciale della Giuria Ecumenica. Il primo è un film al femminile, l’altro film documentario sperimentale e per questo ostico dove si alternano paesaggi inusuali della Terra con brevi poesie.
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Quello che è stato il centro di questa edizione sono però i Talents con due Master Class seguitissime con il Presidente della Giuria Internazionale regista e sceneggiatore Paul Verhoeven e l’attrice americana Maggie Gyllenhaal e la seconda con l’artista Christo che ha raccontato la nascita, lo sviluppo e creazione delle sue installazioni coadiuvato da team di architetti ed ingegneri. Ha sottolineato che per lui non ci sono preferenze per una piuttosto che un’altra come non ci sono preferenze di un genitore verso i figli. Inoltre il premio alla migliore opera prima è andato a un veterano dei Talents. Carla Simón si è vista premiare dalla Giuria composta da Jayro Bustamante, Clotilde Courau e Mahmoud Sabbagh il PREMIO GWFF migliore opera prima con Estiu 1993 presentato nella selezione Generation KPLUS.
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