Mommy (Can 2014) di Xavier Dolan

Una realtà senza speranze ove ci sono persone che sperano…

(marino demata) Mommy rappresenta in certo senso il termine di una fase del cinema di Dolan caratterizzato dall’utilizzo di attori già protagonisti di suoi precedenti film. Come il capocomico  di una compagnia, Dolan si diverte a cambiare di ruolo agli attori ai quali è più affezionato, quasi sempre canadesi come lui.  Ad esempio Anne Dorval aveva girato con Dolan addirittura tre dei precedenti quattro film del regista, Ho ucciso mia madre, Heartbeats, Laurence anyways, mentre Suzanne Clement è stata impiegata da Dolan in Ho ucciso mia madre soprattutto in un ruolo straordinario in Laurence Anyways. Come sappiamo, a partire dal film successivo a Mommy, E’ solo la fine del mondo, Dolan si cimenterà con la direzione di attori internazionali e poi, in quello ancora successivo, con attori in grado di fargli sperimentare il primo film in lingua inglese.  Insomma alla grande rivelazione del cinema non manca la voglia di novità.Mommy
E cos’è se non una ardita sperimentazione la dimensione che egli conferisce allo schermo in Mommy? Non è esattamente un 3:4, perché è molto più stretto di quel formato ed è anche più alto. E’ un formato per il quale lo spettatore non può vedere più di una persona alla volta. Il mutamento della dimensione dello schermo  era già stato altre volte sperimentato da Dolan, ma solo per brevi scene all’interno dello stesso film, al fine di esaltare alcune caratteristiche della storia e dei personaggi. Ma è la prima volta che viene sperimentato per  un intero film.
Anche in questo film Dolan non esce da un universo famigliare angusto come le dimensioni del suo schermo. La prima scena del film ci conduce in un istituto di recupero per ragazzi disadattati ove la signora  Diane “Die” Després (Anne Dorval) è stata convocata di urgenza. Il figlio, Steve O’Connor Després (Antoine Olivier Pilon) ne ha combinata un’altra delle sue, provocando un incendio che ha gravemente ferito un altro dei ragazzi ospiti dell’istituto. La conclusione è che Steve non può più restare nell’istituto. Per Diane comincia un periodo molto difficile perché è quasi impossibile conciliare il lavoro con la cura dell’assolutamente imprevedibile  Steve. All’inizio le cose sembra che vadano abbastanza bene: è soprattutto la forza dell’amore che lega i due personaggi a far superare incomprensioni e momenti di difficoltà. Tra l’altro c’è anche l’aiuto di una dirimpettaia, Kyla (Suzanne Clement), a sua volta vittima di una menomazione perché fortemente balbuziente per recenti avvenimenti, non meglio precisati,  che hanno causato in lei un trauma: i tre sembrano aver trovato un modus vivendi ed una reciproca organizzazione, ma all’improvviso le cose precipitano fino al punto da rendere inevitabile per Diane pensare seriamente a  ricorrere ad una legge che prevede l’internamento più “facile” per i soggetti disadattati.Mommy4 A questo proposito Dolan ricorre ad una finzione e ad uno stratagemma: immagina che il film si svolga un anno più tardi e che il governo Canadese abbia effettivamente promulgato una tale legge, come spiegato nelle didascalie iniziali del film.
Il film ha una profondità di temi molto rimarchevole e potrebbe essere definito il film sui sogni che non si realizzano. Il sogno, ad esempio, che il ritorno di Steve a casa non porti problemi, ma solo momenti di felicità e che possa ristabilirsi un clima armonioso. Questa è la speranza ottimistica di Diane e dello stesso Steve. Ma come abbiamo visto, questo sarà un fallimento. O come quello che Kyla, la vicina, possa migliorare dalla balbuzie: in realtà il rapporto con i due chiassosi vicini pieni di problemi acuirà i propri.
Insomma quello che potremmo definire il sogno americano di un ininterrotto sviluppo in positivo del benessere materiale e spirituale di una famiglia non si realizza affatto. Perché? Mommy5
La risposta ce la fornisce con molta chiarezza lo stesso Xavier  Dolan nel corso si una intervista sul film, ove afferma: Madre e figlio in pratica “stanno cercando di appropriarsi del sogno americano e di realizzarlo. Alla fine il problema è che quel sogno non è mai stato progettato per loro”. Quello che Dolan vuole dire è che c’è un valenza classista anche per concetti come “il sogno americano”. Alcuni strati sociali, diciamo la media borghesia, può concorrere a realizzare il sogno amercano e cioè un netto e drastico miglioramento delle proprie condizioni di vita. Ma ai personaggi del nostro film tutto questo è precluso a priori.” Il sogno americano – dice Dolan – non è mai stato progettato per loro, per gente che appartiene a quella classe sociale.”  In pratica essi “cercano di vivere un sogno che è stato progettato per altre persone”.
Oltre a questo, è un film su come i “diversi” e i malati di mente sono sistematicamente respinti . Il ragazzo è un diverso, è malato di mente, capace sempre, da un momento all’altro, di scatenarsi e di scatenare la sua violenza repressa e quindi non potrà mai vivere un sogno come quello denominato il “sogno americano”. I personaggi del film sono considerati anormali e quindi è consentito loro soltanto di sognare, ma non di realizzare i loro sogni.mommy-cover-590x295Queste amare affermazioni del regista confermano che siamo di fronte al più “duro” dei film di Dolan, ove il regista costruisce realisticamente il susseguirsi di sogni e delusioni che a volte hanno un piglio documentaristico e altre volte richiamano alcune situazioni tipiche dei film di Ken Loach.
Nell’itinerario artistico di Dolan si tratta di un tassello molto importante, col quale il regista cresce in consapevolezza dei problemi sociali e nello scontro con la durissima realtà. E’ una realtà senza speranze ove ci sono persone che sperano…
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