Cinquanta anni fa: “Blow up” di Michelangelo Antonioni

Antonioni tra senso e verità

(marino demata) Cinquanta anni fa, e per l’esattezza il 12 maggio 1967, la Giuria del Festival di Cannes assegna a Blow up di Michelangelo Antonioni il massimo premio, la Palma d’oro, quale miglior film in concorso. Prima del premio e subito dopo la prima proiezione il film era stato acclamato dal pubblico, dalla critica francese e internazionale e accolto con qualche tiepidezza, come al solito, da una parte della critica italiana.
Si tratta di uno dei film più discussi e oggetto di un numero infinito di recensioni ancora fino ad oggi. Farne un elenco completo riassumendo gli elementi sui quali ciascun critico si è focalizzato è una tentazione molto forte. Ma abbiamo visto che più di un critico si è cimentato su questo difficile versante, ma tutti i risultati ci sembra siano forzatamente parziali, incompleti. Ciò incoraggia a lasciar perdere questo aspetto e fermarsi casomai solo su quei critici che costituiscono effettivamente un punto di riferimento originale.
Intanto, dopo cinquant’anni è d’obbligo una domanda preliminare: il film è irrimediabilmente invecchiato o invece mantiene una sua permanente freschezza? Insomma va collocato come un capitolo importante della storia del cinema, oppure mantiene un fascino anche nel  nostro presente tale da offrirci un particolare piacere nel rivederlo? E in quest’ultimo caso (che è il nostro e credo di tanti altri) quali sono gli elementi che affascinano in sé e nel contesto della filmografia del grande regista?Blow-Up 5.jpg
Innanzitutto si potrebbe partire dal senso del mistero che aleggia nel film e che, a sua volta, affascina e attanaglia il protagonista, il ricco e celebre fotografo di tendenza Thomas (David Hemmings). Lo seguiamo in pratica per circa 24 ore, nel suo frenetico spostarsi da una situazione all’altra e nei suo parimenti frenetici “scatti”. La sua vita sembra un gioco, per il quale, ad esempio,  riesce, come i migliori fotografi dell’epoca, a inserire sempre, nelle sue foto professionali, la sessualità nel mondo della moda nel quale sembra essere particolarmente specializzato. Ma ci rendiamo subito conto dell’altro corno della dialettica del personaggio, il modo serio col quale approccia il suo lavoro. Nella prima scena lo vediamo barbone tra i barboni uscire da un dormitorio pubblico ove ha trascorso la notte per poter fare degli scatti veramente autentici al mondo dei diseredati, dell’indigenza, di quelli che non hanno nulla.
Più tardi la casualità lo porta a scattare una serie di foto in un parco ad una coppia di amanti, con il disappunto della donna che, tra l’infastidito e il preoccupato, reclama vivacemente il rullino. Quando Thomas torna allo studio e sviluppa i negativi gli sembra di vedere qualcosa di strano: la sagoma di un corpo probabilmente morto seminascosto dall’erba alta. Si tratta ancora solo di una sensazione vaga. Ma questo basta a spingere Thomas ad ingrandire al massimo possibile (blow up) le foto per trovare una conferma della sua prima sensazione. La conferma non è così netta, ma Thomas ha l’impressione di avere involontariamente assistito ad un omicidio. La conferma materiale l’avrà quando a sera inoltrata si reca sul luogo descritto dalle foto e trova effettivamente un corpo morto. Blow-Up 6.jpg
Ma con le sequenza successive Antonioni ci mostra come ciò in cui si crede possa mutare improvvisamente nel suo contrario per un’altra casuale concatenazione di eventi. Thomas non ritrova più le sue foto nello studio perché la donna ritratta in esse (Vanessa Redgrave)  le ha rubate. E al mattino seguente il corpo del morto non esiste più nel luogo ove Thomas lo aveva individuato con i suoi ingrandimenti e dove lo aveva visto qualche ora prima.
Molti sono gli spettatori e i critici che si sono arrovellati attorno a questo mistero. Quale potrà essere stata la soluzione? E’ stato tutto un parto della fantasia di Thomas? Come è possibile che improvvisamente siano scomparse tutte le prove fotografiche e visive? Si è trattato effettivamente di un omicidio? E chi è allora l’assassino? La donna? Un altro uomo non visto? E’ proprio un corpo che giace quello che Thomas è riuscito a scorgere in uno dei suoi ingrandimenti? O solo delle ombre tra le foglie che danno proprio quella impressione? Blow-Up 10
A questi interrogativi sul mistero messo in scena da Antonioni e non risolto si potrebbe rispondere con le parole di uno dei più famosi critici cinematografici americani, Roger Ebert, che, rivisitando il film nel 1998 afferma che “ci sia stato un assassinio o meno, non è questo il punto!” Blow up non è un film su un delitto, ma su un fotografo. D’altra parte, si potrebbe aggiungere, c’è un omicidio finchè ci sono le foto ingrandite che ci inducono a crederlo e finchè c’è un corpo che giace sull’erba. Non c’è un delitto invece quando le foto vengono rubate e quindi scompaiono ed anche il corpo non c’è più. Pochi anni dopo Blow up il giovane regista polacco ANDRZEJ ZULAWSKI gira la sua seconda opera Diabel/Il diavolo, che è una sorta di discesa agli inferi dell’animo umano. Uno dei concetti chiave del film è “ciò che non è scritto non esiste”. Che sembra una bella parafrasi da Blow up, ove si potrebbe dire che ciò che non appare neppure nelle foto e nella evidenza della sensazione non esiste.
Insomma ancora una volta Antonioni ci conduce per mano nel “thriller” per poi farci assistere alla sua destrutturazione. Per molti versi si può sostenere che Antonioni è un autore di thriller, che però non hanno proprio nulla a che vedere con le regole del thriller classico, ove lo spettatore gradatamente accumula prove e controprove per poi arrivare alla soluzione finale. La verità è che non è il thriller in sé che appassiona Antonioni. Le domande che ci siamo posti a proposito di Blow up sono simili a quelle ci poniamo di fronte ad altri misteri di altrettanti film. Più numerosi di quanto non sembri. Prendiamo solo alcuni esempi più famosi. L’avventura inizia con un mistero. La scomparsa di una donna, Anna, sulla piccola isola di Lisca Bianca. Il film prosegue allorchè la comitiva di amici sembra rassegnarsi alla scomparsa definitiva di Anna. Che fine ha fatto Anna sarà una domanda senza risposa. Anche qui, come qualche anno dopo un Blow up, il giallo viene affermato e poi destrutturato.  Antonioni non è interessato più di tanto al destino di Anna, ma piuttosto alle conseguenze che la sua scomparsa determina negli altri personaggi e nelle loro interazioni.blowup13
E prendiamo un altro capolavoro, questa volta successivo a Blow up, Professione: Reporter. Attraverso un meraviglioso piano sequenza di oltre sette minuti dapprima lasciamo David (Jack Nicholson) sdraiato sul letto. Il tempo (reale) della rotazione della macchina da presa dalla camera d’albergo alla strada ci fa scorgere i passanti, alcune auto che transitano lentamente, altre che si fermano, persone che scendono e si portano verso l’albergo ove abbiamo lasciato David. La macchina da presa completa il giro ritornando su David dalla porta d’ingresso della sua camera. David è morto. E’ stato ucciso. Da chi? Ecco un’altra domanda senza risposta. Perché anche questo è inessenziale: il volto di un colpevole farebbe perdere di vista anche in questo caso l’essenzialità della storia, che non è la storia di un omicidio, ma la ricerca di una identità da parte del protagonista, dopo aver rifiutato la propria.
Ma non è solo una questione di inessenzialità. C’è qualcosa di molto più profondo nel cinema di Antonioni e in Blow up in particolare, che ci conduce ad una riflessione che potremmo definire “cinematograficamente filosofica”. Questo quid di più profondo, che pertanto rende sempre attualissimo Blow up, ci viene  certificato dalle stesse parole del regista, per come vengono opportunamente citate da Sam Rohdie nel suo libro, che ha per titolo, semplicemente e al tempo stesso impegnativamente, il cognome del regista: “Il mondo, la realtà nella quale viviamo, è invisibile…dunque non ci resta che accontentarci di quello che noi vediamo”.Blow-Up_4.jpg
In quella semplice frase c’è condensato un grande problema che ha arrovellato per secoli le menti di grandi pensatori: quello che noi vediamo, dal nostro particolare punto di vista e con i nostri occhi è la verità? Non è possibile che lo sia, altrimenti esisterebbero tante verità diverse per quanti diversi possono essere i punti di vista e gli strumenti ottici. Noi sappiamo che gli occhi degli animali vedono le cose in maniera diversa dagli uomini e ogni specie animale ha caratteristiche ottiche diverse. Dunque il vero è quello che vedo io, o il mio amico, oppure la lucertola, oppure il gatto? Thomas ha fiducia nella sua macchina fotografica, che è come il prolungamento della sua vista. La macchina fotografica nel parco ha visto di più del suo occhio nudo e distratto. Eppure non ha raggiunto la verità. E Thomas si illude, attraverso l’ingrandimento, il blow up, di superare lo sguardo angusto dei suoi occhi e dello stesso obiettivo e di raggiungere finalmente a verità. Ma quello che resta è una visione confusa, incapace di certificare una certezza. “La realtà è invisibile”. Appunto. Questo non significa che non ci si possa concettualmente avvicinare alla soluzione del problema. O almeno porlo nei termini più corretti. La filosofia buddista, ad esempio,  ha introdotto il concetto di “ku” inteso sia come lo spirito vero degli esseri umani, sia il carattere e la vera essenza di tutte le cose, che non può essere conosciuta semplicemente attraverso i sensi. D’altra parte il “ku” è per sua natura così inconoscibile che il Buddismo preferisce dire più quello che non è piuttosto che quello che è. In tal modo il Buddismo precorre e anticipa posizioni simili presenti nella filosofia occidentale, e in particolare  quella – illustrata in modo veramente  geniale – del grande filosofo tedesco Immanuel Kant alla fin del XVIII secolo, che elabora il concetto di “noumeno”, come la vera essenza dei fenomeni fisici e umani. Il noumeno è in realtà inconoscibile e più che cercare una definizione dobbiamo aver chiaro che esso pone un problema: quale è la vera realtà delle cose, al d là dei sensi che invece ci portano a vedere le cose in maniera sempre diversa?Blow-Up 4
Certo oggi, in una realtà ove sembra che quello che conta di più è l’apparire piuttosto che l’essere, Blow up e le stesse affermazioni di Antonioni sopra citate possono sembrare sorpassate. Ma non è così. Perché il mondo dell’apparenza, come dice il senso etimologico stesso della parola “apparenza” rimanda inevitabilmente a qualcosa di sostanzialmente diverso, che è la verità di cui l’apparenza, certificata dai sensi, è solo una manifestazione.
Antonioni, a distanza di cinquanta anni ha ancora ragione ed anche per questo Blow up è uno dei suoi più nitidi capolavori. Forse nessuno meglio di Roland Barthes, ,  ha riconosciuto ad Antonioni il merito di essere vero artista, nel riaffermare la irriducibile dicotomia tra senso/apparenza e verità: “Chiamo saggezza dell’artista non una virtù antica, ancor meno un discorso mediocre, ma, al contrario, quel sapere morale, quell’acutezza di discernimento che gli permette di non confondere mai il senso e la verità. Quanti crimini l’umanità non ha commesso in nome della Verità! Eppure tale novità non è mai stata che un senso.  
Quante guerre, repressioni, terrori, genocidi, per il trionfo di un senso! Lui, l’artista, sa che il senso di una cosa non è la sua verità…” (Roland Barthes: Caro Antonioni – Discorso a Bologna in occasione di un premio conferito dal Comune e poi pubblicato in Cahiers du cinema  n° 311, maggio 1980)
 
 
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