“Stoker” (USA 2013) di Park Chan-wook – Recensione e foto

Un thriller alla maniera di Hitchcock

(marino demata) L’acclamato regista coreano Park Chan-wook viene prescelto da una produzione di Hollywood per tradurre in film una sceneggiatura di Ted Foulke, pseudonimo dell’attore Wentworth Miller. Per Park si tratterà della prima esperienza ad Hollywood. Prende vita così il progetto di Stoker, un titolo imposto dallo stesso regista e che la dice lunga sulle linee guida che avrà la sua regia. Non è infatti casuale aver scelto come titolo il cognome del creatore del mito di Dracula: per molti versi la famiglia Stoker, che vive in una quieta cittadina americana, assomiglia ad una famiglia di vampiri assetati di sangue, che manifesteranno tali tendenze solo nella notte della piena e sviluppata autocoscienza, dopo il sonno diurno del torpore dei sensi e  del graduale risveglio allo sviluppo dei reciproci rapporti.Stoker 5
E non è neppure un caso che il film inizi con la scena di un funerale. Quello di Richard Stoker, scomparso improvvisamente per cause non certe, ma che ufficialmente vengono ricondotte ad un incidente d’auto. Richard, anche se compare solo in rari flashback, è in realtà il perno centrale dell’intera storia, potremmo dire in certo senso il vero protagonista. Sono in prima fila al funerale due donne: la figlia India (Mia Wasikowska) e la vedova Evelyn (Nicole Kidman). Già dai loro primi sguardi incrociati lo spettatore può accorgersi che tra le due donne non corre propriamente buon sangue. Sapremo presto che tra India e suo padre correva invece un rapporto di amore e di affetto veramente speciale, fatto di reciproca comprensione e attenzione. India si trovava a sua agio solo in compagnia del padre, avendo un carattere chiuso e introverso, poco proclive alle amicizie e a comunicare col prossimo, inclusa la madre.
stokerIl giorno del funerale è anche il 18° compleanno di India e il padre era solito regalare un paio di scarpe alla figlia ad ogni compleanno. Ma in quel giorno assistiamo anche ad un piccolo colpo di scena: è presente anche Charlie Stoker (Matthew Goode), il fratello dello scomparso, della cui esistenza India era completamente all’oscuro. Ufficialmente verrà spiegato ad India che zio Charlie è stato a lungo in Europa per affari. In realtà lo stesso Richard teneva accuratamente Charlie lontano dal resto della famiglia per ragioni che lo spettatore comprenderà nel corso del film.
In ogni caso dalle primissime scene appare chiaro che le attenzioni di Charlie, che decide di trattenersi a lungo a casa Stoker, sono rivolte in prospettiva alla crescita della giovanissima India e, nel tempo presente, alla cognata Evelyn, che lietissima tende a ricambiare le attenzioni di Charlie.
Il film riserverà una serie a volte anche frenetica di situazioni torbide, di colpi di scena e di momenti di riuscita suspense, che spesso si trasformano in momenti di accesa ed esplicita violenza: tutti ingredienti che fanno parte del bagaglio cinematografico di Park Chan-wook, che generalmente riesce ad adoperare nei toni giusti, come un marchio di fabbrica che, lungi dal disturbare, affascina e cattura il pubblico ormai di tutto il mondo.
In effetti il regista più volte ha dichiarato di ispirarsi ad Hitchcock, a partire soprattutto da uno dei suoi capolavori, Vertigo (La donna che visse due volte). L’influenza di Hitchcock è esplicitamente presente nella scena della doccia di India, che richiama Psyco, ove però l’esito è del tutto diverso, risolvendosi in Stoker nella masturbazione della ragazza. Un altro omaggio esplicito al grande maestro del thriller chiama in causa un suo ulteriore capolavoro, L’ombra del dubbio, il cui protagonista si chiama pure zio Charlie e il cui ambiguo rapporto con l’altro Charlie del film, viene rivissuto in Stoker nell’ambiguo rapporto di Charlie Stoker con la nipote India.
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Non c’è dubbio che Stoker offre a Park Chan-wook materiale col quale può esprimere fino in fondo le caratteristiche del suo cinema che lo hanno reso noto e amato da tanta parte del pubblico. Prendiamo Il tema della presenza del male: per Park prima o poi tutti lo troviamo accanto a noi, a sbarrarci la strada, a renderci la vita difficile, a costringerci a trasformarci per venire a patti con esso o a combatterlo in maniera violenta come se fosse l’unico mezzo per venirne a capo. Il regista ha trovato nella sceneggiatura ampia materia per trattare questo tema, uno di quelli centrali della sua filmografia, e, partendo dalle potenzialità offerte da tale script, ha sviluppato personaggi e situazioni in maniera da dilatare l’effetto disturbante del male.

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Tra le altre cose notiamo che il film si sviluppa nella maniera che Park preferisce, e cioè entro un tempo e uno spazio limitati, entro i quali può crescere ed accumularsi, di fronte allo spettatore, la tensione prevalentemente e hitchcockianamente psicologica tra i personaggi, anche attraverso significativi e fragorosi silenzi. Questa tensione psicologica è viene accresciuta dal contributo offerto dalla splendida fotografia di Chung-hoon Chung, che aveva già lavorato accanto a Park in ben cinque film precedenti. Chung riesce ad offrire immagini capaci di aumentare la tensione, nonché il senso di alienazione e di isolamento claustrofobico dei personaggi, attraverso angolazioni del tutto particolari, attraverso la presenza dei personaggi alternativamente in scena e fuori scena, in un tipo di lavoro teso ad esaltare le caratteristiche del cinema di Park.
Un ulteriore contributo alla tensione di cui è progressivamente carico il film è dato dalla colonna sonora, molto ben curata da Clint Mansell, scelto dal regista a colpo sicuro, dopo aver ascoltato alcune sue registrazioni audio mentre si trovava in Corea e poi per averne ascoltato alcune performance in Los Angeles.stoker-review
Esiste dunque una continuità di temi e di modalità di riprese tra Stoker e i film precedenti del regista coreano. Ma esistono anche degli elementi di novità in questa prima esperienza hollywoodiana: ci riferiamo essenzialmente alla cura della messa in scena e in generale allo stile. Un mutamento teso a rendere più perfette e curate le immagini. Un mutamento che ritroviamo ancora nel più recente film di Park, The handmaiden, un film che ha riscosso in maniera ancora più marcata i favori del pubblico.
Il mondo di Hollywood non ha esaltato particolarmente Park. In una recentissima intervista a Firenze in occasione del Florence Korea Film Fest il regista ha dichiarato di non amare moltissimo il modo di lavorare ad Hollywood: tutto troppo programmato – ci ha detto – troppo preciso, in una modalità di lavoro che lascia troppo poco spazio all’inventiva, all’insorgere di un momento di creatività improvvisa e spontanea, a nuove idee nel corso della lavorazione che possano stravolgere quanto preventivamente e troppo rigorosamente programmato. In effetti un regista come Park non può che sentirsi a disagio in una realtà cinematografica ove tutto è meticolosamente stabilito in anticipo, al contrario di come è abituato a lavorare in Corea, ove si è sempre mosso con la massima libertà e autonomia. Queste dichiarazioni ci lasciano supporre che, malgrado Stoker sia alla fine riuscito un bellissimo film, con esso l’esperienza americana di Park sia iniziata e probabilmente anche finita.

 

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