F. Truffaut: “Il cinema secondo Hitchcock”

Il più bel libro sul cinema mai scritto. Un’intervista appassionata.

(marino demata) Il bel film di Kent Jones, dal titolo Hitchcock/Truffaut, è tratto dalla lunga intervista che il regista inglese rilasciò all’esponente della Nouvelle Vague nell’agosto del 1962 nell’ufficio degli studi della Universal di Hollywood. Il film ci porta all’interno della conversazione tra i due registi, (presente solo l’interprete, portata da Truffaut, Helen Scott), grazie al fatto provvidenziale che l’intero e intenso  colloquio, durato una settimana, fu totalmente filmato e le conversazioni naturalmente registrate.
Il film ci dà alcune spiegazioni del senso di quell’intervista e vengono in nostro aiuto anche autorevoli uomini di cinema a parlare di essa (Wes Anderson, Peter Bogdanovich, David Fincher, James Gray, Martin Scorsese, Paul Schrader, Arnaud Desplechin, Olivier Assayas,  Kiyoshi Kurosawa e Richard Linklater).hitchcock-truffautTuttavia il limite oggettivo e inevitabile del film è che esso deve necessariamente fare una scelta (o in altri casi una sintesi) dell’immensa materia trattata dai due registi. Dunque vedendo questo film, pur bellissimo in sé, ci è inevitabilmente venuta la voglia di andare a rileggere, dopo vent’anni dall’ultima lettura, quello che è poi diventato il capolavoro in assoluto della letteratura cinematografica: “Il cinema secondo Hitchcock” di Francois Truffaut, ovvero la cronaca trascritta dal registratore del colloqui dei due registi, arricchita dalle numerose lettere che successivamente i due registi si sono scambiate. In questo modo il lettore appassionato può rivivere integralmente, molto più che nel film, gli argomenti trattati e capire molte altre cose.
Innanzitutto il senso dell’introduzione, nella quale Truffaut racconta del primo tentativo di intervista ad Hitchcock a Joinville, in Francia, ove questi si trovava per la post-produzione di “Caccia al ladro”, i cui esterni erano stati effettuati sulla Costa Azzurra. Hitchcock aveva aderito all’invito di farsi intervistare negli studi Saint Maurice e Truffaut, che si trovava in quell’impresa assieme a Chabrol, per conto dei “Cahiers du cinema” fu invitato ad aspettare in giardino. I due “giornalisti” inavvertitamente scivolarono su una lastra di ghiaccio di una grande vasca e poi finirono goffamente in acqua.  Furono soccorsi da una costumista e portati in un camerino; quest’ultima chiese se fossero delle comparse, ma alla risposta circa lo scopo della loro presenza disse: “Allora non posso occuparmi di voi”. Naturalmente l’intervista era sfumata.  hitchcock-truffaut-1920.jpg
L’anno successivo a Parigi Hitchcock riconobbe Truffaut e Chabrol e li prese in giro: “Penso a voi ogni volta che vedo dei cubetti di ghiaccio in un bicchiere di whisky:”  In realtà, racconta Truffaut, quell’episodio era diventato oggetto dei racconti di Hitchcock ai suo amici. Ma Hitchcock si era inventato, per rendere l’episodio più attraente e divertente, che Chabrol era vestito da curato e Truffaut da agente di polizia! Quest’episodio non è da trascurare e sicuramente Truffaut non lo racconta a caso, perché in esso è racchiuso il senso dei diversi punti di vista interpretativi di un dato fatto: in questo caso il punto di vista drammatico di Truffaut e Chabrol (fallimento dell’intervista) e quello comico, vero e  proprio gag, per Hitchcock, che ne accresce fantasiosamente l’aspetto grottesco. A cui si dovrebbe aggiungere il punto di vista della costumista. Insomma possiamo dire che qui, in maniera lieve, Truffaut affronta il problema delle diverse letture di uno stesso avvenimento. Cioè, nientemeno, uno dei punti chiave dell’intero “fare cinema”!
Un altro punto soltanto sfiorato dal film è rappresentato dalle vere finalità dell’intervista ad Hitchcock. La finalità più dichiarata è quella di operare una grande rivalutazione di Hitchcock, amatissimo dalla Nouvelle Vague, ma sostanzialmente stimato in America come poco più che un buon autore di gialli ad effetto e nulla più. Truffaut rinfaccerà apertamente alla critica americana questa sottovalutazione e il film stesso si sofferma su quella vendetta. Sullo schermo vediamo un Truffaut più maturo e sicuro di sé, rispetto alle prime sequenze del film, salire sul palco allorchè Hollywood decise di tributare finalmente un omaggio al grande regista inglese, ormai vecchio e pieno di gravi malanni. Truffaut  affermò sorridendo: “In America chiamate quest’uomo Hitch. In Francia lo chiamiamo Monsieur Hitchcock…”.Hitchcock-Truffaut-2015-4.jpg
Ma riabilitare Hitchcock agli occhi degli americani non era l’unico scopo perseguito da Truffatut, che, ricordiamolo, era volato ad intervistarlo contro il parere di Bazin. Era chiaro che voleva rivalutare anche se stesso agli occhi dei francesi. Truffaut nel 1962 aveva girato solo tre film e la critica gli aveva palesato tutte le proprie perplessità. Quale migliore occasione che intervistare un regista molto amato in Francia e che per giunta sapeva propagandarsi e promuoversi in maniera ottimale?
E infine, e non  certo come ultima ragione, Truffaut sentiva il bisogno di una sponda autorevole per mettere a punto alcuni snodi fondamentali del fare cinema, cosa che gli riesce di fare anche nella bella Introduzione meditata e scritta alcuni anni dopo l’intervista.
Insomma quello che voglio sostenere è che nell’Intervista (*)  si parla non solo del cinema di Hitchcock e del cinema di Truffaut, ma anche dei problemi del fare cinema. A tale proposito troviamo questo passaggio di Truffaut estremamente emblematico: “Quando si guarda attentamente la carriera di Hitchcock (…) si scopre in essa la risposta a qualcuno dei problemi che ogni cineasta deve porsi.” Hitchcock-Truffaut-2015-6.jpg
Il film di Jones affronta solo alcuni di quei problemi, mentre il testo ne tratta moltissimi e in maniera approfondita. Naturalmente, per motivi di spazio, non possiamo esaminarli tutti e siamo a nostra volta  costretti ad una scelta, riservandoci magari in altra sede di ritornare su questo appassionante e fondamentale testo.
Uno dei primi temi che ha appassionato Truffaut, che riprende nella sua Introduzione, è quello dell’incidenza del cinema muto (sul quale il film di Jones quasi sorvola). La fortuna di Hitchcock è stata quella di aver iniziato la carriera girando film muti e di essere passato al sonoro valorizzando tutto il positivo proveniente dal “silent movie” e sfruttando al massimo le nuove tecnologie del sonoro, con una intelligenza e duttilità fuori dal comune. Secondo Truffaut, Hitchcock era così radicato nel cinema muto, che anche col sonoro “si trova ad essere praticamente l’unico a filmare direttamente, cioè senza ricorrere al dialogo esplicativo, dei sentimenti come il sospetto, la gelosia, il desiderio, l’invidia.” Lasciando al dialogo il solo compito di esprimere i pensieri dei personaggi.  E su questo versante, per Truffaut, il cinema americano, dopo l’avvento del sonoro, “non ha prodotto la nascita di nessun grande temperamento visivo, ad eccezione di Orson Welles.” Il che configura un giudizio molto pesante del regista francese verso il cinema USA, incapace di valorizzare la lezione sulla visività esclusiva del “muto”.  E, sempre nell’’Introduzione, più avanti dice: “Se guardiamo Hollywood nel 1966, Howard Hawks, John Ford e Alfred Hitchcock ci appaiono come i soli eredi dei segreti di Griffith.” E gli altri registi? I giudizio di Truffaut è molto tagliente: li chiama “collezionisti di Oscar. Il loro lavoro passa “da un film biblico a un western psicologico, da un affresco di guerra a una commedia sul divorzio.” E nei loro film non scorgiamo mai le loro “idee che hanno sulla vita, sulla gente, sul denaro, sull’amore. Essi possono essere definiti degli specialisti dell’industria dello spettacolo, dei grandi tecnici.” Ma anche sul piano della tecnica, secondo il regista francese, Hitchcock li “surclassa tutti”, perché “domina tutti gli elementi di un film e impone….delle idee personali” e possiede realmente un suo stile.Hitchcock-Truffaut-2015-7.jpg
Un altro aspetto originale di Hitchcock, che Truffaut non si stanca di evidenziare in varie occasioni, fin dall’Introduzione, è quello dei rapporti col pubblico. E stato infatti il regista che più di ogni altro ha girato ogni singolo fotogramma sempre tenendo presente l’effetto che avrebbe esercitato sul pubblico. E in più ha individuato nuovi strumenti per affascinarlo. In primo luogo facendo in modo che gran parte del pubblico si identificasse con i suoi protagonisti: perché essi, nella generalità dei casi sono persone ordinarie, come possono essere quasi tutti quelli che vanno a cinema a vedere i suoi film, ai quali però accadono fatti straordinari: si pensi ad un uomo comune che ha avuto un incidente e trascorre settimane su una sedia a rotelle, passando il tempo osservando quello che straordinariamente accade nel cortile di fronte (“La finestra su cortile”). Gli esempi si potrebbero citare per ogni film!
E poi come non citare l’utilizzo del suspense, di cui Truffaut dà una definizione generale, quale la “drammatizzazione del materiale narrativo di un film o almeno la presentazione più intensa possibile delle situazioni drammatiche.” E Hitchcock, secondo il regista francese, è il regista che riesce meglio di ogni altro a regalare allo spettatore film carichi di suspense. In questo senso, per Truffaut, i film di Hitchcock sono “particolari e inimitabili”, per la sua “volontà feroce di trattenere a qualsiasi costo l’attenzione” e poi creare e preservare l’emozione al fine di mantenere la tensione.
In questo suo sforzo Hitchcock si discosta da ogni canone del giallo o del thriller tradizionale e assegna addirittura nuovi ruoli al pubblico. Partendo da una domanda singolare: dove è scritto che il pubblico debba scoprire solo alla fine del film lo scioglimento dei nodi che affliggono il protagonista? Il pubblico può conoscere anche prima ciò che il protagonista non sa. Come afferma Vittorio Giacci in un saggio che potremmo definire una precisa esegesi del testo di Truffaut, il suspense non sarà determinato dall’attesa della soluzione dei nodi narrativi, perché “dire prima il ‘cosa’ non preclude il piacere della storia , anzi…sposta l’interesse sul ‘come’, dandogli la possibilità di scoprire un piacere più raffinato”, quello della forma artistica. Un esempio classico in tal senso, sul quale anche il film di Jones giustamente indugia è “Vertigo”. Nel capitolo XIII dell’Intervista Hitchcock ci fornisce direttamente un esempio di questa profonda innovazione nei confronti del pubblico. “Quando Stewart ha incontrato la donna bruna, ho deciso di svelare subito la verità, ma soltanto allo spettatore: Judy non è una donna che assomiglia a  Madeleine, è proprio Madeleine.” Il pubblico ha ricevuto l’informazione. “Dunque abbiamo creato un suspense basato su questo interrogativo: come reagirà James Stewart quando scoprirà che lei gli ha mentito e che è effettivamente Madeleine?” hitchcok truffaut.jpg
Tutto quanto precede configura Hitchcock non come un autore che utilizza il suspense come tanti altri, ma come un innovatore, un grande regista che crea una nuova forma di suspense mai sperimentata prima, che chiama in causa direttamente il pubblico, non più come spettatore passivo, ma come complice di tutti i segreti che solo l’autore conosce.
Basterebbe già solo questo tipo di riflessioni per giustificare il viaggio e il soggiorno di Truffaut in America nel 1962. Per chi non avesse già letto “Il cinema secondo Hitchcock” di Francois Truffaut: immaginate che molte altre riflessioni come queste, altre scoperte di innovazioni del regista inglese, altre incredibili sorprese potete trovare in ognuna delle 300 pagine de “Il cinema secondo Hitchcock”.  Uno dei meriti del film Hitchcock/Truffaut di Kent Jones è restituirci il gusto di sfogliare di nuovo quel libro e riscoprirne i segreti. Un libro-intervista, due grandi registi, il cinema.

 

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