“Taxi Teheran” (Iran 2015) di Jafar Panahi.

Ovvero il cinema clandestino e militante

(marino demata) Uno strano destino quello del regista iraniano Jafar Panahi, il più innovativo, ma anche il più trasgressivo della nuova leva dei grandi registi del suo Paese, che comprende perlomeno altri due nomi eccellenti: Abbas Kiarostami e Asghar Farhadi. Lo strano destino consiste nell’essere osannato e premiato nei quattro angoli del mondo ed essere perseguitato in patria.
Andiamo a scorrere per un momento i riconoscimenti ricevuti dal suo cinema:
–  Nel 1995 il suo primo lungometraggio, Il palloncino bianco vince La camera d’Or al Festival di Cannes;
– Nel 1997 il suo film Lo specchio vince il Pardo d’Oro al Festival di Locarno;
– Nel 2000 vince il Leone d’Oro alla Mostra de cinema di Venezia con Il cerchio;
– Nel 2006 vince l’Orso d’argento per la migliore regia al Festival di Berlino per oil film Offside;
– Nel 2015 vince l’Orso d’Oro al Festival di Berlino col film della quale ci occupiamo qui: Taxi Teheran.Taxi Thehran2.jpg
Parallelamente a questi riconoscimenti sono arrivati in patria gli atti censori e persecutori culminati con l’arresto nel 2010 assieme alla moglie, la figlia e ad un gruppo di suoi collaboratori, tutti accusati di propaganda contro il regime. Il giudizio, malgrado gli appelli di cineasti e intellettuali di tutto il mondo e di organizzazioni umanitarie e per la difesa dei diritti umani, culmina con la condanna a 6 anni di carcere e col divieto di girare film o scrivere sceneggiature per 20 anni. Il regista si è appellato contro tale sentenza e nel frattempo non ha smesso di lavorare nel cinema sia pure clandestinamente.
Il frutto più maturo e il risultato decisamente più veemente di questo cinema privo di ogni consenso da parte delle autorità è stato Taxi Teheran: vero e proprio esplicito e coraggioso atto di accusa contro il proprio Governo e limpido esempio di cinema militante. Taxi Thehran3.jpg
Panahi si mette al volante di un taxi e, con una camera nascosta e orientabile, filma le impressioni, le vicende, e notazioni critiche de suoi  clienti. Ma, attenzione: non si tratta di un documentario, ma di un coraggioso cinema di fiction. I vari clienti del taxi sono in realtà attori professionisti che condividono col regista la voglia di fare questo film e tutti i rischi in esso connessi. Così facendo il regista e i suoi attori si assumono per intero la responsabilità di tutto ciò che affermano e fanno.  In tal modo si alternano nel taxi personaggi volutamente ordinari con personaggi che invece  lanciano bordate contro il Governo del Paese, proprio come accade in tutti i taxi del mondo, ove c’è chi ha voglia di parlare di più e chi di meno, c’è chi ha voglia di raccontare ciò che gli è capitato e chi di inveire invece contro il potere. Ed è proprio quello che accade nel taxi guidato da Panahi.
Così salgono sul taxi due donne che devono portare, come per un rito, due pesci rossi all’altro capo della città in un determinato orario, o un venditore di dvd  clandestini, che è poi personaggio fondamentale, perchè unico mezzo per poter vedere in Iran i capolavori del ciema: un mezzo di cui si serve lo stesso Panahi. Ma poi anche un donna, di professione avvocato, che parla esplicitamente delle persecuzioni subite dal Governo, dei giorni di prigionia, della sospensione della professione comminata dall’Ordine degli avvocati. E a quest’ultima affermazione Panahi ribatte: ma l’Ordine degli avvocati non avrebbe dovuto difenderti? Taxi Thehran4.jpg
E non manca anche la bambina forse un po’ troppo consapevole della sua intelligenza, m vero e proprio alter ego de regista, che parla di cinema e dei requisiti necessari per creare  un film “distribuibile”. Insomma si parla dei film che possono circolare o non circolare nel proprio Paese e quali requisiti dovrebbero avere nel primo caso e le motivazioni di tutto ciò. Si parla a questo punto del realismo e fino  a che livello è consentito in Iran di girare in maniera realista e se poi troppo realismo non implicherà un divieto alla circolazione del film stesso.
Tutto questo non ha mancato di generare tante notazioni entusiastiche su questo film. Tra queste ci sembra degna di nota quella di Geoffrey Macnab sul “The independent”, che paragona Panahi , impegnato come è a portare in giro la più varia umanità nel suo taxi, a Leopold Bloom dell’Ulisse di Joyce.Taxi Thehran5mo di fronte ad un piccolo grande film che è innanzitutto un atto di amore di Panahi verso il cinema ed anche verso il suo Paese. E, come tutti gli innamorati, anche Panahi diventa spericolato, pur di raggiungere il suo amore. E’ un film che ha la leggerezza che hanno i veri capolavori. Perché impostati sulla leggerezza sono i continui dialoghi che avvengono esclusivamente nell’abitacolo del taxi, che diventa luogo di scoperte, di riflessioni, di denunce senza solennità, ma con la semplicità del piccolo universo degli interlocutori del regista, che, di volta in volta, portano un tassello, un pezzo del loro piccolo grande mondo per comporre un affresco che è Teheran, il Paese, il potere. Tutto all’interno del taxi, con un procedimento che Panahi ha appreso dl suo grande maestro, Abbas Kiarostami, che identifica nell’abitacolo di un auto il microcosmo più idoneo e più intimo per scoprire l’umanità.
Il talentuoso regista americano Darren Aronofsky, che nel 2015 era il Presidente della Giuria de Festival di Berlino che ha assegnato a Panahi l’Orso d’Oro, ebbe a dichiarare che “Essere privati della propria arte è come essere privati della vita stessa” e che  con questo film “Jafar Panahi ha scritto una lettera d’amore al cinema. Il suo film è colmo d’amore per la sua arte, la sua comunità, il suo paese e il suo pubblico.”
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