“L’altro volto della speranza” (Finl. 2017) di Aki Karuismaki

Film in bilico tra dramma e umorismo


(marino demata) The other side of hope sembrava un film quasi predestinato a vincere l’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino, e non sarebbe stato certo uno scandalo. Moltissimi tra il pubblico e i critici se lo aspettavano e se lo aspettava lo stesso regista, che, ritirando il secondo premio sembra ha avuto l’impressione di aver subito un’ingiustizia,  al punto da dichiarare di voler chiudere a questo punto la sua carriera.
Con questo film Aki Karuismaki ritorna dietro la macchina da presa e sembra voler riprendere un discorso non terminato, ma solo interrotto col suo ultimo film di ben sette anni fa, Miracolo a Le Havre. Discorso ripreso e slargato e ulteriormente contestualizzato nei tempi e nei luoghi prescelti, The other side of hope offre uno sguardo ancora più approfondito sul mondo di oggi e sui rapporti umani: in quest’opera infatti il regista finlandese sovrappone, alle tematiche fortemente presenti nel precedente  film girato in Francia, ulteriori temi che ne arricchiscono l’ordito e invitano ad una riflessione ancora più seria ed approfondita.L'altro volto5.jpeg
Il film, in tutta la sua prima parte, ci pone di fronte a due personaggi e a due storie parallele molto diverse tra di loro, ma che non è certo difficile intuire che prima o poi, nel corso della narrazione, si intrecceranno.
Il primo è Khaled (Sherwan Haji), che vediamo sbucare da un carico di carbone, sotto il quale era nascosto, in una nave che approda al porto di Helsinki. L’emersione dal carbone offre subito allo spettatore un elemento umoristico che si affianca alla drammaticità all’evento in sé: si comprende bene che si tratta di un profugo che deve aver  affrontato molte traversie per arrivare al punto in cui si trova. Eppure Kaurismaki sceglie una situazione grottesca per farci conoscere il drammatico protagonista. Ma è solo l’inizio,  perchè quest’intreccio tra il dramma della storia narrata nel film e gli aspetti umoristici che la punteggiano rappresenta una delle cifre stilistiche dell’opera e in genere del suo autore. E lo sbarco di Khaled col volto e i poveri abiti anneriti dal carbone, alla ricerca di una doccia pubblica che troverà alla stazione,  è una sorta di biglietto da visita del regista a presentare quella che sarà una delle caratteristiche essenziali del suo film.
Khaled è un profugo siriano; la sua casa e la sua  famiglia sono state distrutte da un’esplosione. Lui si è salvato assieme a sua sorella. Entrambi sono fuggiti passando avventurosamente da un confine all’altro. I destino e la violenza degli uomini hanno diviso i due e così lo scopo principale di Kaleb diventa rintracciare sua sorella nella certezza, che egli avverte, che sia ancora viva.L'altro volto4.jpeg
L’altro protagonista è Wikström (Sakari Kuosmanen), che, pur essendo finlandese e non un immigrato, ha però col primo qualcosa in comune: anche lui è un fuggitivo che intende lasciarsi qualcosa alle spalle. Lascia la casa e la moglie, lascia il proprio lavoro di rappresentante di camice, vende tutte le scorte presenti nel suo deposito, e col ricavato si reca in una sala da gioco e prende posto al tavolo del poker. Lì per la sua evidente abilità ed anche perché baciato dalla fortuna riesce a raddoppiare il capitale accumulato con la vendita del deposito e ad intraprendere un nuovo lavoro e una nuova vita. Rileva un ristorante di terz’ordine con due camerieri ed una cameriera non certo impeccabili (il che offre l’occasione a Kaurismaki di offrirci alcune scene di godibile umorismo) e cerca di elevare il livello del locale inizialmente con scarsissimo successo.
A questo punto della narrazione finora separata, i due personaggi si incrociano. Khaled è  reduce dalla notifica del provvedimento di espulsione da parte delle autorità di polizia ed è in fuga per le vie di Helsinki e si imbatte casualmente in Wikström. L’incontro non è dei più cordiali: i due finiscono per prendersi a pugni e il successivo chiarimento al tavolo del ristorante offre una nuova nota di umorismo perché entrambi discutono con un tampone nel naso! Alla fine Khaled sarà assunto come quarto cameriere nel ristorante.L'altro volto2
Può sembrare strano, ma quello che abbiamo descritto finora (e sembra tanto!) è poco più dell’incipit del film: cioè i due antefatti  paralleli che poi si intersecano. Quello che accade dopo, partendo da tanta premessa, è una girandola di situazioni ove l’abilità di Kaurismaki consiste nel restare sempre in equilibrio tra l’umoristico, fino ai confini col grottesco, e il dramma soprattutto di Khaled che resta minaccioso sullo sfondo. E quest’equilibrio tra dramma ed umorismo è uno dei pregi più evidenti di questo film, e sorridendovi  sopra Kaurismaki sembra dire che dopotutto è la vita stessa che è così: un continuo intreccio tra dramma ed umorismo, nel quale non c’è situazione sgradevole che non possa essere riguardata anche sotto il profilo umoristico.
Con la vicenda di Khaled il regista ripropone ancora una volta i problema dell’emigrazione, della fuga di migliaia e migliaia di diseredati della terra dal loro Paese e delle difficoltà di trovare accoglienza in uno dei Paesi europei. E, proprio come in Miracolo a Le Havre, il fatto che Khaled sia respinto dalle autorità e dalla burocrazia, ma sia accolto ed aiutato da comuni cittadini ripropone l’assioma di fondo de regista che, al di là delle leggi e dei comportamenti delle autorità, la solidarietà tra gli uomini non solo non è un optional, ma è anzi qualcosa di necessario se si vuole recuperare, in un mondo ove il male si espande a macchia d’olio, un minimo di valori umani , che forse siamo ancora in tempo per recuperare e per riaffermare.L'altro volto3.jpeg
La visone di Kaurismaki non va scambiata per “buonista”: il suo non è un appello al “vogliamoci bene” per catturare i sentimenti e le simpatie degli spettatori. Quello che emerge invece è una visone più razionale che sentimentale, che non sfocia mai nell’utopia dei buoni sentimenti: Kaurismaki sa benissimo che il mondo oggi, a guardar bene, presenta un marcio molto diffuso e se in Miracolo a Le Havre il marcio era rappresentato dal delatore (Jean-Pierre Leaud, l’alter ego di Truffaut) che denunzia il clandestino alle autorità, dopo sette anni il marcio è ben più espanso e prende corpo nello svilupparsi in Europa di veri e propri movimenti nazisti, che costituiscono la punta estrema e violenta del senso diffuso dell’inospitalità e del rifiuto di chi è diverso o semplicemente straniero. Li ritroviamo in due occasioni, quando brutti ceffi della cosiddetta Liberation Army Finland attaccano  Khaled in un agguato e nei racconti dello stesso profugo siriano, che ha conosciuto la violenza di quei movimenti  nel suo fuggire lungo l’Europa.
Insomma, sembra dire Kaurismaki, in sette anni la situazione è peggiorata: molti Paesi hanno scelto la via della chiusura delle frontiere (Khaled cita nel suo racconto i caso dell’Ungheria), in altri, come nella sua avanzata e civile Finlandia, scelte politiche e burocrazia rendono difficile la vita degli immigrati fino alla vera e propria espulsione.  Di fronte a questa situazione che rende perfino azzardata e disperata la fuga da un Paese dal quale non si può che fuggire, l’unica cosa che può sorreggere è quella speranza così fortemente presente fin nel titolo del film. Una speranza che può essere alimentata e vivere fino a quando ci saranno persone che ritengono che la propria felicità sia innanzitutto  riconoscere la felicità negli altri.
Così profondamente diversi nel vissuto e nelle possibilità dei futuri destini, Khaled e Wikström sono uniti dall’essere due uomini in fuga, il primo dalle macerie del suo martoriato Paese, il secondo dalle macerie di una vita che non conosciamo nei dettagli, ma che ri-conosciamo agevolmente. In entrambi non può che nascere un sentimento di amicizia e solidarietà per lo strano comune destino e per la speranza nel domani che ha delle ragioni su cui fondarsi.
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