“Pietà” (Kor. 2012) di Kim Ki-Duk

La discesa agli inferi in una realtà ove la pietà è figlia dell’inganno

Vincitore del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 2012, Pietà è uno dei film più estremi di Kim Ki-Duc, per il soggetto che ci conduce nei meandri di una realtà veramente terrificante e per alcune scene che forse per qualche spettatore possono risultare realmente disturbanti. Ma come al solito Kim Ki-Duk va accettato così com’è, e gli stessi aspetti terrificanti e disturbanti sono carne e ossa del suo cinema (anche se non di tutti i suoi film, per la verità) e sono ancora una volta materiale capace di creare un ennesimo grande film.
E’ la storia di un ragazzo trentenne, Kang-Do (Lee Jung-jin ), che vive da solo in maniera quasi animalesca nel suo appartamento trasandato come la sua persona e il suo animo. Lavora per uno strozzino che presta i soldi ad interessi altissimi, tanto che 
la povera gente che ricorre a lui quasi mai è in grado di pagare. Kang-Do rappresenta quello che noi oggi chiamiamo una società di recupero crediti, ma in maniera rudimentale e violenta. Al momento di aver effettuato un prestito in nome del suo principale, Kang-Do si preoccupa di far stipulare al debitore un’assicurazione sugli incidenti sul lavoro. Se il debitore alla scadenza non pagherà, Kang-Do lo costringerà a procurarsi una menomazione più o meno grave per rivalersi sul denaro ottenuto dall’assicurazione.  pieta film-di-kim-ki-duk
E pertanto nell’inferno del poverissimo quartiere artigiano, con le baracche in lamiera e con macchinari obsoleti, ben presto si manifesta una umanità storpiata, menomata, azzoppata, incapace di poter ulteriormente lavora e vivere nella normalità. E nessuno è in grado di opporsi al sadismo e al cinismo di Kang-Do, che in realtà è il braccio esecutivo incaricato del lavoro sporco per conto del boss che siede comodamente dietro la scrivania del suo ufficio.
Quando arriva Kang-Do nel poverissimo quartiere dalle baracche in lamiera semina il panico. Nessuno è  in grado di opporsi alle sue angherie e violenze magari con le maniere forti. Questo risulta abbastanza incomprensibile a noi occidentali, ma rappresenta invece il volto della rassegnazione e della pazienza infinita tipicamente orientale. D’altra parte un buon numero di registi Coreani come Kim Ki-Duk ci ha fatto conoscere le caratteristiche di quella società ove gli splendori dei grattacieli, delle ricche residenze e dei quartieri dei business hanno come contraltare quartieri ove la miseria più nera è di casa. Una società rigidamente classista ove i lavoratori non sono assolutamente tutelati né sul posto di lavoro né nella società, e non hanno previdenza né assistenza sanitaria. pieta PIETA-Still-2_rgb.jpg
La prospettiva per chi lavora nelle fabbriche dei grandi magnati è, da poveri che sono, diventare più poveri. Non è certo possibile una scalata sociale né un qualsivoglia miglioramento. Kim Ki-Duc ritornerà sull’argomento e sulla miseria endemica delle classi povere a confronto delle classi agiate nel suo ultimo film The net, ove i contasti della luccicante Seul vengono evidenziati proprio al centro della città per la contiguità tra l’opulenza di pochi e la miseria di molti.
In quella miseria Kang-Do ci sguazza e incede, pur con i suoi abiti ordinari e con la sua trasandatezza, come un imperatore che incute timore ai suoi sudditi, che tremano al suo passaggio. E’ un tran-tran quotidiano che sembrerebbe dover durare in eterno. La stessa vita di Kang-Do non conosce altri paesaggi, né altre modalità, né altre mete che le baracche in lamiera ed un’umanità da mutilare.
Eppure succede qualcosa che trasformerà la vita di Kang-Do: alla porta della sua sporca abitazione si presenta una donna, Mi-Sun (Cho Min-soo: la sua è una interpretazione straordinaria!) che dichiara di essere sua madre e di averlo abbandonato appena nato per non essere stata in grado di allevarlo. Inizialmente Kang-Do non  crede a tale storia, la caccia via e, alle sue insistenze, la tratta malissimo. Gradatamente però il dubbio si fa strada nella sua mente e nel suo animo e lui finisce per credere di trovarsi effettivamente di fronte a sua madre.Pietà2.jpg
E nella misura in cui cresce in lui la certezza di aver ritrovato la madre, comincia a nascere qualcosa di nuovo nel suo animo rispetto al male che ha arrecato a tante persone, sotto forma di mutilazioni, azzoppamenti, ferite permanenti. Comincia insomma a crescere una sorta di pentimento per i dolori arrecati e un sentimento di pietà e di commiserazione.
Uno spettatore minimamente avveduto non si lascerebbe abbindolare, come fa invece  l’ingenuo Kang-Do, dalle parole della presunta madre Mi-Sun, perché l’intera storia raccontata appare decisamente poco credibile. E invece nel ragazzo le parole e l’operato della donna gli cambiano profondamente la vita e gli creano smisurati sensi di colpa, che ovviamente nessuno riuscirebbe mai a cancellare.
Ma perché la misteriosa donna si ostina a spacciarsi per la madre? Perché quella messa in scena così improvvisa, inaspettata e capace di confondere il ragazzo fino a procurargli una sorta di lavaggio del cervello? L’elemento della suspense sta proprio nella progressiva scoperta dei motivi del comportamento della donna, che appariranno allo spettatore gradatamente chiari attraverso una serie di sequenze, veri e propri inattesi colpi di scena.  L’unica cosa che possiamo affermare – per non entrare in zona spoiler – è che la presunta madre intende consumare una grande e pesante vendetta. Per chi? Per quale motivo?Pietà3.jpg
Da quel punto in poi, e cioè dall’apparizione della donna che si professa madre di Kang-Do, il film cambia decisamente registro e allo spettatore sembrerà di assistere ad uno dei film della Trilogia della Vendetta di Park Chan-Wook, l’altro grande regista che divide con Kim Ki-Duc il primato del grande cinema della Corea del Sud. Due registi apprezzati e amati in tutto il mondo. L’analogia si manifesta attraverso scene nelle quali si vede esplicitamente quel male che è fin troppo presente nel nostro mondo e che nessuno oggi riesce a sradicare. L’impossibilità, in determinate situazioni, della giustizia e della fiducia nelle leggi e nelle autorità rende, per i due registi  coreani, la vendetta l’unica via percorribile, dopo che si è consumata anche la via della rassegnazione.
Al termine della proiezione di Pietà si rimane con un senso di vuoto e di vertigini. La storia narrata da Kim Ki-Duc  ha la forza micidiale di un pugno nello stomaco, se pensiamo che è la storia di un trentenne che ha fato della malvagità, del cinismo e del sadismo il proprio naturale stile di vita, e che poi  gradatamente riesce a redimersi e ad entrare nei territori della pietà e del rimorso solo con un altrui espediente.  Che poi non è altro che un inganno che gli modifica l’esistenza, e che forse in se stesso rappresenta un evento ancora più infame della sua stessa esistenza precedente. Esso  ha un sapore drammatico e farsesco a un tempo, perché è lì a rappresentare una sorta di terrificante e brutale legge del contrappasso…

 

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