“La tenerezza” (IT. 2017) di Gianni Amelio

La felicità è una casa a cui tornare

(valter chiappa)(riverflash) Lorenzo (Renato Carpentieri) è un vecchio scontroso, che vive da solo in un grande appartamento della vecchia Napoli. Non vuole rapporti con i figli, non chiede aiuto per farsi portare le pesanti buste della spesa e ostenta cinismo in ogni risposta. Ma non è l’età ad averlo incrudito. È stato un avvocato intrallazzatore e truffaldino, il marito fedifrago di una moglie che non amava, l’amante di una donna lasciata senza un motivo, un padre distante.
Ma, reduce da un infarto, sulla strada di casa lo sorprende, inattesa, la tenerezza. Ha l’aspetto di una giovane donna (Micaela Ramazzotti), candida come una bambina. È la sua nuova vicina, trasferitasi lì,  ad un solo cortile di distanza, con i due piccoli figli, per il lavoro del marito Fabio (Elio Germano), un ingegnere navale del nord.
Ha l’aspetto di una giovane donna (Micaela Ramazzotti), candida come una bambina. È la sua nuova vicina, trasferitasi lì,  ad un solo cortile di distanza, con i due piccoli figli, per il lavoro del marito Fabio (Elio Germano), un ingegnere navale del nord.La tenerezza3.jpg
Michela, così si chiama, è goffa e sbadata, sorride sempre, ha parole semplici per aprirgli il cuore: “Sorridi…un po’ di più…”. Lorenzo si lascia trasportare dall’incanto di quella voce e muove passi timidi nella nuova famiglia. Gioca con i pupazzetti dei bambini, e poi ascolta: le loro storie, fatte di solitudine ed abbandono; i pensieri cupi di Fabio, il cui umore è evidentemente instabile; l’insanabile ottimismo di Michela.
Così, sospinto dalla tenerezza, Lorenzo inizia il suo viaggio, che però non ha come meta la casa di fronte, ma va molto più lontano, a ritroso, verso una mano che da troppo tempo aspettava di esser stretta. Perché “la felicità non è una meta da raggiungere, ma una casa a cui tornare; non è davanti ma dietro; tornare, non andare”.
Un viaggio quanto mai duro, su scale che sono ovunque, da salire perennemente soffocati dall’affanno. La lotta della tenerezza è contro la solitudine, contro il silenzio, l’incomunicabilità. Genitori che non parlano con i figli, uomini e donne che non si comprendono, malesseri interiori che restano dentro. E attorno una città, Napoli, caotica e colorita come ce la si aspetta, ma affollata da fiumi di gente che cammina indifferente e di motorini che passano schivando.
Le tematiche trattate in “La tenerezza” sono note, forse abusate.  Gianni Amelio sceglie di non forzare i toni, anche se la vicenda evolve attraverso eventi e racconti drammatici. Il regista calabrese non alimenta il pathos, ma disegna un dolore permanente e pervasivo, che colora ogni scena, ogni volto, ogni battuta. E per rispettare la scelta di sobrietà nello stile, non poteva non ambientare il suo film a Napoli, dove un’antica dolenza è ancestralmente stemperata dalla maschera di un’ironia amara e disincantata.
Peccato che la sceneggiatura (scritta dallo stesso Amelio con Alberto Taraglio e tratta dal romanzo di Lorenzo Marone “La tentazione di essere felici”) trovi un inciampo in alcuni momenti di dialogo retorici o didascalici, pur non rischiando mai di diventare uno di quegli odiosi sermoni, che hanno la pretesa di insegnarci o spiegarci qualcosa della vita.
Ma se “La tenerezza” è, come è, un ottimo film, lo si deve principalmente all’interpretazione dei protagonisti. Un’interpretazione stellare.
Assolutamente magistrale è la prova attoriale di Renato Carpentieri che, letteralmente dalla prima scena all’ultima, si carica sulle spalle il suo personaggio e conseguentemente tutte le tematiche del film, che attorno ad esso ruotano, e lo accompagna fra le creste e i cavi delle onde tempestose che scuotono il mare mai placido della vita, guidandolo con il dono di una misura incomparabile, senza mai uno sbandamento, lungo una rotta faticosa ma diritta, fino al porto sicuro della sua destinazione.
Né non si può non restare sbalorditi (ancora una volta e ancor di più) di fronte alla bravura di Elio Germano, che con poche scene ed un pugno di battute a disposizione, con la sola mimica dipinge in maniera incredibilmente compiuta il complesso e tormentato mondo interiore del suo personaggio.
Micaela Ramazzotti e Giovanna Mezzogiorno utilizzano le corde a loro più congeniali, o forse le sole che posseggono. Ma se la prima ha l’ineffabile dono di creare immediata compartecipazione emotiva, la seconda sa far bene risuonare, sotto la cappa silenziosa dell’impostazione rigida, il vibrare inarrestabile di un sentimento più forte della vita stessa.
La tenerezza è leggera, impalpabile, può sfuggire, nascondersi fra le pieghe delle parole. Solo un volto che s’illumina di un sorriso fugace e appena accennato, il volto di un grande attore, può svelarne la calda luce che nessun seppellimento potrà mai oscurare.
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