Il teatro di Pasolini: Calderon

La vita è sogno e i sogni di Rosaura

(marino demata) E’ felicemente inevitabile che periodicamente non si possa fare a meno di incrociare Pasolini, e a turno osannarne il Poeta, il regista, il saggista, il drammaturgo. Abbiamo alle spalle le celebrazioni per il 40° del sua tragica morte. Quelle iniziative, nel bene e nel male, quelle serie che hanno fatto fare passi avanti alla ricerca e allo studio sul grande Poeta, e quelle più rituali che hanno fatto dell’immagine di Pasolini un “santino”, di quelli che un tempo alcuni tenevano nei portafogli, sono finite ed eccoci di nuovo a riparlare di Lui. Perché, mi si perdoni la metafora un po’ banale, mi sembra che chi percorra le strade del Novecento, non possa fare a meno ad un certo punto di arrivare in prossimità del crocevia della sua opera e del suo pensiero. Come se tutte le strade arrivassero necessariamente lì , un grande crocevia, uno snodo dal quale si dipartono tante altre strade, tutte parallele e in costante collegamento tra di loro: quelle della Poesia pasoliniana, quelle del suo cinema, quella del Pasolini polemista e autore di articoli e saggi, quella del romanziere, quelle dal drammaturgo. E di volta in volta si determinano le occasioni per imboccare una di quelle strade e fare i conti col suo percorso e cioè col suo pensiero e le sue opere.
Questa volta l’occasione ci è stata fornita dalla rappresentazione qui a Firenze, al Teatro La Pergola, del Calderon, l’opera teatrale scritta da Pasolini tra il 1968 e il 1973 e l’unica ad essere pubblicata prima della sua morte, per volere dello stesso Poeta, che giudicava le altre opere di teatro ancora da rivisitare, insomma non pronte per la pubblicazione, al contrario di Calderon, che per lui era “abbastanza apposto”.Calderon3.jpgLa rappresentazione a cui abbiamo assistito restituisce tutta la forza drammatica e dialettica che Pasolini intese imprimere in questo lavoro. Tanta roba, se si pensa che Calderon è stato spesso citato come dramma assolutamente “irrappresentabile”. Merito soprattutto di un consumato regista come Federico Tiezzi e dei due collaboratori al lavoro di drammaturgia Fabrizio Sinisi e Sandro Lombardi, quest’ultimo anche straordinario interprete del personaggio chiave dell’opera,  Basilio, che incarna l’inossidabile potere borghese, capace nel finale perfino di stroncare la gioia di un sogno felice di sua moglie Rosaura.
Lo spettacolo, prodotto dal Teatro di Roma e dal Teatro della Toscana, era già stato acclamato nella primavera scorsa dal pubblico del Teatro Argentina a Roma e poi in Emilia-Romagna e in altre località, sempre accompagnato da note critiche generalmente più che lusinghiere.
Occorre evitare ripetitività.  Accenniamo soltanto al fatto che il titolo che Pasolini dà al suo dramma altro non è che il nome dell’autore, Calderon, di quell’opera, “La vita è sogno”,  che rappresenta l’ispirazione che sta sullo sfondo. In effetti l’azione si svolge nella Spagna franchista, ma Pasolini conserva dell’opera di Calderon de La Barca i nomi dei personaggi principali, Rosaura, Basilio, Sigismondo. E “La vita è sogno” serve a Pasolini come traccia per innescare la chiave di lettura principale del dramma: i sogni di  Rosaura come mezzo per  separarsi progressivamente da una realtà ostile e sgradevole. In”Calderon” di sogni ne troviamo tre, ciascun ambientato in una diversa situazione sociale, il mondo aristocratico, quello proletario e quello medio borghese. Caratteristica comune dei sogni di Rosaura è l’amore incestuoso cioè il massimo della trasgressività o quello impossibile verso un sedicenne, che potrebbe essere suo figlio.Calderon
Altra caratteristica comune è il dimenticare, al risveglio dai sogni, la realtà nella quale Rosaura è inserita. Insomma la dialettica sogno – realtà si presenta come dialettica irriducibile, al punto che la donna viene rinchiusa per un periodo in manicomio, affinché dimentichi i sogni e ritorni nella realtà borghese e convenzionale dalla quale era fuggita. Dunque il sogno inteso come “modo per sottrarsi alla realtà del sistema”, come ci ricorda lo stesso Tiezzi, che non a caso sottolinea la parola “sistema” come termine molto utilizzato negli anni ’70. Dunque il sogno come mezzo per affermare la propria individuale libertà rispetto a quella negata dal “sistema”.
Tiezzi giustamente sottolinea che “Calderon” è caratterizzato dal fatto di avere internamente un racconto ben strutturato, che lui ha voluto far emergere compiutamente: si tratta di un racconto che ha “una sua compiutezza e si sviluppa dal punto di vista narrativo oltre che poetico.” Un racconto che si divide in ideologia e passione e che “combatte il mondo, l’ordine e le regole attraverso le armi grandissime della poesia.”
I sogni di Rosaura sono dunque la fuga dalla realtà. Ma sono anche la conferma della difficoltà a sfuggire dal proprio status sociale in una realtà suddivisa in classi rigidamente strutturate. La vera realtà è l’incubo di vivere in un lager ove tutti gli  uomini sono ridotti a cose (trasparente metafora della reificazione e della alienazione nella società  consumista), alla mercé dei loro aguzzini. Ma qui soccorre il quarto ed ultimo sogno di Rosaura: l’arrivo di operai comunisti che liberano gli oppressi e creano un clima di grande fratellanza.  Ebbene questo sogno è immediatamente deriso e stroncato da Basilio: “Un bellissimo sogno, Rosaura, davvero / un bellissimo sogno. Ma io penso / (ed è mio dovere dirtelo) che proprio / in questo momento comincia la vera tragedia./ Perché di tutti i sogni che hai fatto o che farai / si può dire che potrebbero essere anche realtà. / Ma, quanto a questo degli operai, non c’è dubbio: / esso è un sogno, niente altro che un sogno.” Ove si evince un accentuato pessimismo di Pasolini? Oppure la consueta straordinaria capacità di guardare oltre il presente con spirito quasi premonitore di quelli che saranno i futuri sviluppi della realtà politica e sociale?Calderon2
Infine va sottolineato come la bella messa in scena di Calderon alla quale abbiamo assistitoci spinge inevitabilmente a porci ancora la domanda:  ma cosa è il teatro per Pasolini? Proprio nella prima scena del Calderon, densa di importanti e significative affermazioni, il Poeta tra l’altro ci offre la sua definizione: “Il teatro è un rito perché ci sono i corpi”, intendendo con questo che contrariamente alle altre forme d’arte, come la poesia o come il romanzo, il teatro non so può esaurire nella semplice lettura del testo, ma ha bisogno di essere rappresentato con “corpi” in carne ed ossa, esseri umani con i loro pensieri e sentimenti attraverso i quali incarnano i personaggi e le azioni e i sentimenti descritti nel testo. A tale proposito c’è una bella intervista a Sandro Lombardi, pubblicata proprio sul programma della rappresentazione a La Pergola di Firenze, nella quale vengono riprese queste significative esternazioni presenti nelle primissime battute del Calderon, per smentire la sua presunta non rappresentabilità: al contrario “le opere di Pasolini, finché non le metti in piedi e resti sul piano della lettura della pagina, sembrano sempre di una difficoltà insuperabile.” Dunque il lavoro preliminare di semplificazione del testo per renderlo più accessibile allo spettatore, sul quale concretamente si sono cimentati Tiezzi, Lombardi e Sinisi, si è rivelato quasi impossibile, perché in fase di prova “le difficoltà che apparivano ad una prima lettura, con l’apporto invece degli attori, dei costumi e delle scene…improvvisamente scomparivano…. Alla fine ci siamo resi conto che la cosa migliore era quella di ritornare al testo così com’era, quasi nella sua integralità.” Insomma la sorpresa di cui parla Lombardi è che il Calderon, che sembra così difficile alla lettura, in realtà diviene “meravigliosamente godibile nel momento in cui viene incarnato sulla scena.” La conclusione a cui arriva Lombardi in questo passaggio tende a confutare decisamente – sul campo – la tesi che Pasolini sia un autore poco teatrale, e a rivoltarla esattamente nel suo opposto: proprio con la rappresentazione emerge la sua estrema teatralità, perché Pasolini “va affrontato scena per scena, risolto momento per momento, concetto per concetto.”

(pubblicato sul n° 44 di Diari di Cineclub)

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