“Happy end” (FR 2017) di Michael Haneke

Un quadro di cupo pessimismo sul destino degli uomini

 

(marino demata) Con Happy end, portato a Cannes poche settimane fa tra i film in concorso, Michael Haneke affronta una serie di temi di grande spessore, fra loro concatenati, come cerchi concentrici, o,  se si preferisce, scatole cinesi  l’uno dentro l’altra. E un’analisi di questo film non può prescindere alla volontà del regista di affrontare, con la solita voglia di andare dritto all’obiettivo con chiarezza e anche con durezza, le tematiche che intende affrontare.
Cominciamo dal cerchio più vasto: l’ambiente di svolgimento della storia, che è il nord della Francia  e precisamente Calais: Perché Calais? Cosa è Calais? Un tempo era semplicemente il punto di imbarco dei traghetti dalla Francia all’Inghilterra (punto di approdo: Dover). Oggi è essenzialmente il punto di concentrazione (staremmo per dire: di concentramento) di migliaia di immigrati, coltivatori di speranze in un avvenire migliore, in fuga da zone di guerra o più semplicemente in fuga dalla miseria e dalla morte.Happy-End-620x336.png
Calais, con i dovuti distinguo, è una Lampedusa del nord, punto di arrivo e speranza di ripartenza per  mondi migliori. Molti a Calais hanno sperato nel successivo passaggio verso l’Inghilterra. A tal proposito ricordiamo un film bellissimo di qualche anno fa ambientato proprio in quella città, Welcome di Philippe Lioret: la storia di un giovane immigrato che da Calais tenta a tutti i costi di arrivare in Inghilterra per ricongiungersi con la sua ragazza, senza riuscirci. Fino al disperato tentativo di attraversare la Manica a nuoto.  Magari oggi, invece, le incognite legate alla Brexit creano ancora incertezze in più sul futuro delle masse di immigrati di Calais, che lo stesso Haneke ignorava al momento della lavorazione del film.
Eppure nel film di Haneke  la presenza degli immigrati, che in breve ha cambiato il volto e la funzione della città, pur essendo oggettivamente così invasiva, si vede poco. E’ come una presenza che aleggia, che sembra debba esplodere da un momento all’altro in qualche forma. E invece, e qui sta un altro elemento importante del film, la famiglia alto-borghese protagonista della storia, è come se vivesse in una trincea ideale, che tiene lontano ogni rischio di contatto. Solo una volta il vecchio capofamiglia, Georges Laurent (Jean-Louis Trintignant), sicuramente il fondatore dell’impero industriale di famiglia, si imbatte per strada con un gruppo di immigrati. Haneke non ci fa assistere al colloquio, ma dalle espressioni dei presenti  e poi dall’intervento di qualche passante comprendiamo che, con la sua innocenza senile, Laurent stesse chiedendo “ma voi cosa ci fate qui? Perché siete qui?” o qualcosa del genere.happyendcover.0
E infine arriviamo ad una presenza più deflagrante degli immigrati nella scena finale, che tuttavia, in fin dei conti, non sembrano turbare più di tanto la ricca borghesia impegnata in un lauto pranzo.
Il secondo cerchio concentrico è proprio la condizione della famiglia Laurent.  Al vecchio Laurent è subentrata alla guida dell’industria di famiglia la dinamica figlia Anne (Isabelle Huppert), che ha lasciato la direzione quotidiana al proprio figlio Pierre (Franz Rogowski), assai poco incline a quel tipo di lavoro e spesso causa di guai e problemi. Infine il quadro famigliare di completa con l’altro figlio di Georges, Thomas Laurent (Mathieu Kassovitz) e la sua seconda moglie.
La caratteristica di questo composito quadro famigliare è il difficile equilibrio che si è formato tra i vari membri, un equilibrio che nulla sembra possa scalfire. A tavola, quando due di loro cominciano a litigare, vengono richiamati dal vecchio George (“potreste rinviare i vostri litigi a dopo la cena?”)- Nulla infatti deve scalfire l’equilibrio e la conseguente tranquillità della vita dei Laurent.Happy end3.jpg
Ma proprio allorché lo spettatore ha imparato lo stile di vita della famiglia, succede qualcosa che lo sconvolge dal profondo: e qui siamo al terzo cerchio concentrico. La famiglia accoglie un nuovo arrivo: la figlia nata dal primo matrimonio di Thomas, Eve (Fantine Harduin): la madre di Eve è in fin di vita e la soluzione più logica è che la giovane ragazza stia d’ora in poi col padre. La presenza di Eve crea progressivi scombussolamenti del precario equilibrio che fino ad allora aveva ben “tenuto”.  Eva scopre che suo padre tradisce la sua seconda moglie, avendo una relazione con un’altra donna. Riesce ad ascoltare le telefonate molto passionali e a leggere i messaggi online. Imbastisce inoltre un rapporto fatto di molta spontaneità e complicità col vecchio George, alle prese col crescente desiderio di accelerare la propria fine.
Dunque questo è il quadro morfologico del film e il tessuto entro il quale si muovono i personaggi in una serie di episodi, spesso sgradevoli e pericolosi, ma che, nell’intento dei Laurent, e soprattutto della imperturbabile Anne, devono risolversi ristabilendo nuovi equilibri.
Ci siamo dilungati sul quadro generale del film perché esso ci certifica delle intenzioni del regista di mettere sotto accusa questo spaccato della realtà dei nostri tempi, e soprattutto questo pezzo di alta borghesia, incurante di quello che succede sotto le finestre delle proprie ricche abitazioni e tesa invece a difendere i propri privilegi e sicurezze. Un esempio: quando, anche per l’imperizia di Pierre, nel cantiere da lui diretto succederà una tragedia che costerà la vita ad un uomo, la madre non si perde d’animo e apre una trattativa con la famiglia del morto offrendo 35.000 Euro subito per mettere tutto a tacere ed evitare una causa.
Lo sguardo di Haneke in questo film è di condanna assoluta nel comportamento degli uomini e di pessimismo su dove la nostra realtà possa andare ad approdare. Un pessimismo in parte giustificato, ma  fin troppo cupo. Quello che manca infatti nel film è proprio un barlume di speranza, qualcuno o qualcosa a cui passare il testimone della fiducia in una realtà diversa e migliore di  quella attuale.
Nulla di tutto questo!  Quello che resta è il male degli uomini, che si materializza soprattutto nella loro indifferenza ai drammi altrui e nella volontà che la propria agiata tranquillità non venga scalfita da nulla e da nessuno. Di qui il titolo ironico, perché l’Happy end è solo la morte. Proprio come nel film precedente, Amour, che viene esplicitamente citato e di cui, almeno nel personaggio interpretato da Trintignant, ma non solo, Happy end è una logica, più larga e convinta  continuazione.

 

 

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