“Sole Cuore Amore” (IT 2016) di Daniele Vicari – La recensione.

(marino demata) Pur con qualche innegabile difetto, questo film ci voleva. Finalmente! Nel panorama asfittico del cinema italiano  la parola d’ordine ricorrente sembra essere “Rassicurare”, più ancora che “Consolare”. Chi esce dalla visione della stragrande maggioranza dei film italiani non deve aver ricevuto pugni nello stomaco, ma deve aver assistito a storie rassicuranti, possibilmente consacrate al lieto fine, e pensare che dopo tutto la situazione nel nostro Paese non è poi così grave e che in tutte le storie le cose poi si aggiustano.
Il problema è che l’Italia portata più frequentemente sullo schermo è un’Italia che a malapena esiste,  è un’Italia minoritaria, fatta di quelli che stanno bene o comunque ce la fanno, in un modo o nell’altro, lecito o illecito che sia.  E invece Sole, Cuore, Amore ci trasporta finalmente nel Paese vero, quello della maggioranza degli italiani che non ce la fa a tirare avanti, quelli colpiti dalla crisi e da una serie di leggi che anziché attutirne gli effetti li hanno profondamente aggravati.Sole Cuore Amore
Intendiamoci Vicari non spinge al discorso politico esplicito e fa bene. Che sia lo spettatore a tirare le somme dopo aver assistito ad un triste spaccato della realtà vera del nostro Paese, dopo essersi sanamente ed emotivamente coinvolto nelle vicende delle due protagoniste della storia.
Eli (Isabella Ragonese) aveva un tempo la passione per la danza, che riesce a trasmettere alla sua amica Vale (Eva Grieco), a tal punto che quest’ultima diventa una ballerina, una performer che si esibisce nei luoghi più disparati riuscendo anche a riscuotere consensi dal pubblico dei locali notturni. Ma Eli, con la sua passione iniziale, non è andata molto avanti. Ha fatto scelte diverse: l’amore, la famiglia con ben quattro figli e il desiderio di non far mancare nulla ad essi. Il marito (Francesco Montanari) ha perso il lavoro di muratore e tenta disperatamente di arrangiarsi con lavori molto precari, sostituendo questo o quel lavoratore per pochi giorni. Il suo destino in definitiva sembra essere quello di restare a casa e badare ai quattro figli. Ha scelto di andare a vivere sulla costa, ove si paga meno: la crisi determina mutamenti e migrazioni fino a pochi anni fa inimmaginabili. La destinazione per moltissimi è diventata non più la periferia della grande città, ma i comuni limitrofi, con tutti i disaggi che tale scelta comporta. Sole Cuore Amore4
E nella nostra storia, che è storia purtroppo comunissima, la maggiormente penalizzata è la donna, lei, Eli che ha trovato lavoro di barista al Tuscolano e cioè a due ore da casa ed è per questo costretta ad alzarsi alle 4.30 del mattino e a scendere rapidamente verso la fermata dell’Acotral. A volte Eli e Vale si incontrano, quest’ultima ritorna a casa dopo il suo lavoro, mentre Eli inizia la sua giornata. Vite asimmetriche fin dalle origini. E’ innegabile l’originaria appartenenza alla working class da parte di Eli; mentre Vale ha origini borghesi ed una madre dalla quale si è volutamente separata, per esserne stata in passato in perenne conflitto. Solo così ha potuto crescere, lavorare, e porsi delle domande sulla propria identità.
Pur provenendo da storie così diverse, Eli e Vale hanno un rapporto stretto, sono come due sorelle, legate da un’empatia e da una sincera voglia di essere utili l’una all’altra, di fronte ai colpi della crisi economica.
Già, la crisi economica, forse la vera protagonista del film. Questo “Moloch” impersonale e intangibile che, come l’antico Dio orientale, che chiedeva sacrifici umani senza spiegarne il perché e le finalità, diventa oggi la giustificazione dei veri e propri sacrifici umani a cui assistiamo. Ma chi la paga la crisi economica? In che modo vengono ripartiti i sacrifici? Il potere politico come è intervenuto e interviene?Sole Cuore Amore5
Belle domande, si dirà. Eppure il film di Vicari, al di là della emotività che suscita, ci dà la chiave per rispondere ad ognuna delle tre domande:
– La crisi la paga Eli e chi come lei, uomini e soprattutto donne che devono sobbarcarsi a lavori pecari e sottopagati, che non danno alcuna certezza di sopravvivenza nel presente e soprattutto nel futuro, specialmente se si ha una famiglia da mantenere e un solo ridicolo stipendio in casa;
– I sacrifici vengono ripartiti in modo assolutamente iniquo, perché sono le classi più umili e bisognose a doversi sacrificare. Gli altri sono emblematicamente raffigurate nel film da proprietario del bar (Francesco Acquaroli), che passa la giornata accanto alla cassa a contare soldi e a controllare il lavoro delle due commesse. Una volta al mese prepara le due buste paga da fame e rigorosamente a nero (tanto nessuno verrà a controllare!), da cui detrae eventuali corrispettivi per i ritardi ai quali va inevitabilmente incontro Eli anche per i disservizi dei mezzi di trasporto, visto che deve  cambiarne tre impiegando due ore di viaggio all’andata e naturalmente altrettante al ritorno.
– Di fronte a questa situazione le classi più bisognose non solo non hanno trovato nessuna protezione da parte dei Governi (eppure sono la maggioranza della popolazione!), ma al contrario hanno assistito ad una legislazione assolutamente punitiva che ha eliminato quella garanzie per le quali qualche decennio fa i loro padri hanno lottato e vinto, ed in cambio hanno ricevuto dal potere, accanto ad una sempre più marcata disoccupazione specialmente giovanile, leggi capaci di incrementare il lavoro precario, dare più potere a padroni e padroncini e facilitare i licenziamenti.Sole Cuore Amore6
Il calvario di Eli somiglia in certo senso a quello di Daniel Blake di Ken Loach. Ma c’è una differenza sostanziale: Daniel Blake aveva necessità e voglia di lottare ed aveva un nemico visibile contro il quale scagliarsi: il potere statale, gli uffici, la burocrazia, gli apparati governativi. Eli, anche se volesse, non saprebbe con chi prendersela. Il potere più vicino e concreto è quello del proprietario del bar ove lavora e quando gli chiede una giornata di ferie per poter fare degli accertamenti necessari per la sua salute, viene brutalmente ricattata: “nessuna giornata di ferie o vai via e prendo un’altra”. Il sistema che si è creato da noi ormai glielo consente. E si finisce per incolpare di tutto il solito “Moloch” invisibile e impersonale: la  crisi economica.
Eppure, malgrado tutto, Eli riesce a mantenere il suo sorriso e la sua filosofia di vita, pur percependo di dover essere perdente. Manca in lei, come in tutti i perdenti del film, uno scatto di indignazione, una voglia di lottare, di essere appunto come Daniel Blake. Ma se Vicari avesse introdotto una nota come questa sarebbe stato purtroppo poco realista e creata una sorta di forzatura. Perché in grandissima parte i perdenti nostrani, come Eli, vanno avanti nel loro calvario e temo che abbiano perso anche la voglia e la capacità di incazzarsi.

 

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3 risposte a "“Sole Cuore Amore” (IT 2016) di Daniele Vicari – La recensione."

  1. Ho visto meno di due settimane fa per la prima volta ”Cuore Sole Amore” e condivido la recensione di Rive Gauche.
    Un paio di mesi prima avevo visto ”Il padre d’Italia” di Fabio Mollo e devo dire che Isabella Ragonese mi aveva impressionato favorevolmente mentre in questo di Vicari, pur brava, nel climax dell’intero film non emerge la sua recitazione. L’unico ruolo che mi è sembrato eccelso è quello del proprietario del bar, interpretato da Francesco Acquaroli: il ruolo del cattivo.Forse perché la storia non prevede ‘vincitori’, al massimo rassegnati ed è dura interpretare ruoli da perdenti e lasciare un ricordo nello spettatore. Forse perchè le luci e le inquadrature scelte dal direttore della fotofrafia sono cupe e… non saprei come definirle. Anche le comparse dirette male (quando entra la scolaresca nel bar, per esempio), alcuni ruoli minori… Diaz: uscii dalla sala per le scene di sangue e ora questo ”sole core amò”. Mi domando se ci poteva essere un modo di trattare la crisi economica evitando di farlo con un piagnisteo condito anche da errori banali. Mi è piaciuto il finale, molto, ma avrei montato l’ingresso della scolaresca un tempo più avanti, cercato di dirigere meglio soprattutto i ruoli minori ed avrei inserito anche solo una scena che proponesse come potenziale vincente la sacrificata Ragonese. Il Cinema deve tener conto degli umori dello spettatore, se volessi accompagnarlo per mano per un percorso di sensazioni devi evitare che rimanga un percorso mono tono.

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  2. Ciao Gabriele. Condivido buona parte delle tue osservazioni. Non ho visto il film “Il padre d’Italia” e quindi non posso fare paragoni, cmq l’interpretazione della Ragonese mi è parsa ottima in questo film- Mi sembrata molto convinta e”partecipante” del ruolo assegnatole. Sui difetti del film ti potrei naturalmente dire la mia aggiungendone altri a quelli che hai citato tu. Ma, come si dice? Beato monocoli in terra caecorum! Con quello che si vede in giro (o per chi ha il coraggio di vedere) nel cinema italiano, possiamo gioire di questo film alla grande. Affronta un tema serissimo (non tanto la crisi, ma i lavoro precario, come è diventata ormai la quasi totalità del lavoro), affrontando il discorso di “petto”. Far ridere e divertire non ci vuol niente. Il cinema deve stimolare la gente a pensare. E qui in Italia abbiamo perso l’abitudine!

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    1. Certamente, la Ragonese è stata grande, penso alla scena quando la figlioletta maggiore le confida di essere diventata donna… ma proprio lì quell’adolescente le dice anche che non vorrebbe fare tutta la vita da sfigata come ha fatto lei e alla fine questo film del quale possiamo gioire, finalmente, in contrapposizione alle solite minestre riscaldate rischia anche di rimanere un prodotto per il controllo delle nascite… se ci fosse stata una speranza, una sorella sterile della protagonista che si fosse presa cura dei bambini, per esempio. Oppure possiamo anche dire che sta nascendo un genere nuovo e contemporaneo: la trageda all’italiana.

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