Andrzej Żuławski: il regista del delirio e dell’eccesso

Il cinema come comunicazione dei propri eccessi, deliri e incubi



(marino demata) Un uomo con barba e avvolto in un ampio mantello arriva a cavallo nell’ampio cortile di un monastero, che nell’emergenza della guerra è stato anche adibito a prigione. In pochi secondi la scena ti aggredisce e ti stordisce come potrebbe fare un forte pugno nello stomaco:  suppellettili, forse mobili, che bruciano, soldati che fuggono  non si a dove,  tipica manifestazione quest’ultima di un esercito in rotta. E ancora: il suolo pieno di morti , ruote di carro, devastazione ovunque. E’ una sequenza di appena poco più di un minuto. Ma è intensissima e ti catapulta direttamente in un altro mondo. Non mi riferisco al mondo lontano della guerra tra la Polonia e l’invasore prussiano. Ma mi riferisco al mondo parossistico e pieno di dolore di Zulawski.
Il film è “Diabel”/”Il diavolo”, una delle prime opere del grande e controverso regista. Un film maledetto, bloccato per 17 anni dalla censura polacca e dalle autorità religiose. Maledetto ancora oggi, se si pensa che è quasi completamente scomparso anche nelle edizioni in DVD.
Il mondo di Zulawski, quale appare nell’incipit di “Diabel”, non cambierà molto col passare degli anni e con l’arricchimento della sua filmografia. Qui il regista sceglie uno degli episodi più truci e sanguinari della storia della Polonia per mettere sotto la lente d’ingrandimento i mali della vita e degli uomini: la violenza, la cupidigia, la legge del più forte, l’oppressione. Il mezzo cinematografico si mette al servizio della sua concezione della vita: movimenti repentini della macchina da presa, montaggio concitato, musica ossessiva.Zulawaski1.jpg
L’uomo scende da cavallo e entra nel convento col suo fedele animale. Gli occhi sono sbarrati e spiritati: sembra che le palpebre non si chiudano neanche per un istante, soprattutto allorché percorre i corridoi del convento che presentano al lati cadaveri assiepati e soldati gravemente feriti che urlano di dolore. Monache dagli abiti bianchi cercano di soccorrere un ferito sanguinante. Finalmente l’inizio di un dialogo: il visitatore, di nome Ezechiel chiede di essere accompagnato nelle segrete del vecchio convento ove sono imprigionate centinaia di persone. La sua missione è quella di liberare e trarre in salvo il giovane nobile Jacub, imprigionato mentre lottava per la libertà del suo Paese e che porterà via assieme ad una delle monache: in breve per ridare ad essi la vita. E’ la dualità tra la vita e la morte quella che si presenta già nelle scene iniziali. E’ un mondo senza ordine, dominato dalla diabolica anarchia del male. Ma la suspense di questo  film è tutta nel personaggio di Ezechiel. Chi è? Da chi è mandato? Quale è la sua funzione? Una suspense che si risolverà solo nella meravigliosamente delirante sequenza finale, che sembra voler dare un senso compiuto a tutto il film.l
Solo pochi mesi fa Andrzej Zulawski si arrendeva nella sua lotta contro il male che da tempo aveva minato il suo corpo: ha lottato come uno dei suoi personaggi, dopo aver vissuto in maniera intensa ed “eccessiva”, come appunto i suoi eroi. Pochi mesi prima della sua morte era tornato dietro la macchina da presa dopo ben 15 anni ed aveva realizzato un film significativo, “Cosmos”, un “thriller noir metafisico” per definizione del suo stesso autore, tratto dall’omonimo libro di Witold Gombrowicz.  Zulawski viene invitato con questo film al Festival di Locarno ove significativamente vince il Pardo d’oro.  Ma pochi mesi dopo perde!  Ci rimane il suo cinema che affascina e che respinge, e che è così simile al suo Autore: odiatissimo  o amatissimo senza vie di mezzo. E neppure la morte è riuscita, al di là delle solite celebrazioni di circostanza, a regalarci una panoramica più equilibrata della sua opera. Forse noi un giorno proveremo a farlo. O forse altri si cimenteranno con tale complicato compito. Per il momento non siamo in grado di fare altro che scrivere degli appunti sparsi senza alcuna ambizione né possibilità di vera completezza. zulawski6jpg.png
Ha lavorato tra Varsavia e Parigi. Un continuo inquieto spostamento a cui era abituato, perché il padre, addetto culturale presso l’Ambasciata polacca a Parigi e poi Ambasciatore dell’Unesco, lo portava spesso con sé. Instancabile scrittore, oltre che regista, ci ha lasciato una ventina di romanzi, tra i quali spicca “La Trilogia della follia” e l’insieme di un lavoro di scrittura in 15 anni senza cinema, spesi a scrivere forsennatamente, conformemente al suo carattere: decine di libri, compreso quello che spiega le cause della fine del suo legame con Sophie Marceau. Aveva  iniziato a praticare il cinema come assistente di Andrzej Wajda, il più grande dei registi polacchi classici.
Alcune note comuni ai suoi film? Innanzitutto una concezione dualistica della vita e della realtà e il tema del doppio, l’orrore per la violenza e più ancora per la guerra, li gusto per i momenti  storici di  decadenza e perciò anche per  i luoghi decadenti  ( e questo lo apparenta al grande Luchino Visconti), l’amore essenzialmente inteso come follia di chi ama e di chi è amato.
Prima del bellissimo e onirico “Diabel”/”Il diavolo”, Zulawski aveva esordito in Polonia col film La terza parte della notte, 1972, un film che, pur trattando gli orrori nazisti, non piacque al potere polacco dell’epoca, il che può sembrare strano. Ma la verità è che il cinema di Zulawski si presentava fin dal suo esordio come “eccessivo”. Gli orrori che il regista ci descrive e che in parte sono reali, vengono così dilatati da far apparire il film non come un manifesto anti-nazista, ma come un film dell’orrore buono per la condanna di ogni totalitarismo.
Dunque la incomprensione che circondò il primo film e le audaci metafore che erano alla base di “Diabel”/”Il diavolo”, vero capolavoro maledetto, consigliarono il regista di girare in Francia, anche se non rinuncerà del tutto a dirigere film nel suo Paese natale, come farà in seguito.zulawski3
in Francia darà vita ad un film molto bello, “L’importante è amare”. Qui sembra che Zulawski voglia farci vivere atmosfere più rasserenate e tranquille. Ma in realtà è solo apparenza. E’ la storia di un’attrice ormai sul viale del tramonto (Romy Schneider) e condannata a girare infimi film porno, e che si aggrappa ad un uomo (Fabio Testi) che le manifesta amore e attrazione. Il film già si apre cin una scena cruda e violenta: siamo sul set di un film porno e Nadine, l’attrice, appare a cavalcioni su un uomo morto, col quale è costretta dalla spietata regista a fare l’amore. Nadine può fare tutto, ma appare incapace di dire “ti amo”, come il copione imporrebbe. L’attrice non riesce a separarsi dal suo dolore e sulla sua strada incontra sempre il male e la cattiveria. La storia di Nadine può essere definita una discesa senza sosta agli inferi della solitudine e della disperazione. Il film fu poi rinnegato da Zukawaski che lo definì “borghese”.
Romy Schneider fu solo la prima di una serie di grandi e bellissime attrici, di cui Zulawski amava circondarsi per i suoi film e che erano del tutto funzionali alla sua concezione dell’amore e della bellezza. Parliamo di Isabelle Adjani , meravigliosa e misteriosa in Possession, per la quale arrivò a vincere il premio Cesar e il premio per la migliore attrce al Festival di Cannes,  Valérie Kaprisky in La femme publique, Delphine Forest in Boris Godounov, Iwona Petry in La sciamana, e  Sophie Marceau, che fu la musa, oltre che la compagna del regista per 17 anni, col quale fu protagonista di quattro film. zulawski4.jpg
Ma uno dei punti più alti della cinematografia di Zulawski è rappresentato sicuramente da “Possession”, con la Adjani e con un ispirato Sam Neill. Piuttosto che divagare da un titolo e l’altro, soffermarsi invece su “Posession” vuol dire vedere l’intero cinema di Zulawski in un solo colpo d’occhio!
Nella prima parte del film la trama può sembrare abbastanza banale.  Marc (Sam Neill) lavora nei servizi segreti berlinesi e al termine di una missione ritorna in famiglia dalla moglie (Isabelle Adjani) e dal figlio di cinque anni. C’è qualcosa che non va fra i due. Marc da tempo sospetta il tradimento della moglie Anna e il sospetto diventa gradatamente certezza. Scoprirà dapprima che l’amate della donna è Heinrich, un personaggio strano e ambiguo (uno straordinario Heinz Bennet), dedito a droghe pesanti , ma poi si rivolge a degli investigatori che vengono puntualmente eliminati da Anna. In seguito riuscirà a scoprire la verità: il vero amante di Anna è un essere mostruoso, una sorta di piovra generata dalla stessa donna per partogenesi  in un passaggio sotterraneo della metropolitana, in una delle scene più famose dell’intera storia del cinema, essenzialmente fondata sull’isteria estrema della donna. Solo il finale scioglie alcuni nodi, m resteranno alcuni interrogativi che i regista lascia allo spettatore, come spesso è solito fare.zulawski2.jpg
Opera visionaria dall’andamento ipnotico come l’intero cinema di Zulawski, di cui è un po’ la summa riepilogativa. Nel film nulla è a caso. Anche e soprattutto l’ambientazione:  Berlino spaccata in due dal muro, che subito, nella primissima sequenza,  si  presenta in maniera neutra ma minacciosa. E non è un caso che la maggior parte dell’azione del film si svolge a ridosso del muro (nessuna ricostruzione:  la macchina da presa indugia continuamente sull’autentico muro di Berlino,  a quei  tempi, 1981, ancora perfettamente integro). Lo stesso appartamento dove Anna consuma quotidianamente i suoi rapporti raccapriccianti con il mostro è situato proprio a ridosso del muro. La scelta della città ove ambientare la storia, Berlino, e soprattutto le location scelte a pochi metri dal muro ci introducono in uno dei concetti chiave della cinematografia di Zulawski: la dualità, il doppio. Ma attenzione: sarebbe troppo semplicistico ridurre la dualità al bene e al male: l’intreccio tra ogni cosa e il suo opposto o il suo doppio è molto più complesso.
Il film procede con molte apparenti divagazioni, che in realtà sono funzionali al senso di smarrimento e di perdita di orientamento che il regista vuole che prenda lo spettatore. A d esempio a Marc viene proposto un nuovo incarico dai servizi segreti: deve ritrovare un uomo che porta costantemente i calzini rosa. E a cinque minuti dalla fine scopriamo che quell’uomo è proprio quello dei Servizi Segreti che gli ha conferito l’incarico. Situazioni dunque continuamente spiazzanti e devianti. Gli esempio si potrebbero moltiplicare.  Lo spettatore non ha il tempo di riprendersi dalle situazioni precedenti, è viene subito trasportato in un’altra situazione incredibile, allucinante. Come è il caso del suicidio del bambino di cinque anni nella vasca da bagno. Indubbiamente un’altra, tra le tante, scena shock.zulawski67pg
La dualità pervade l’intero tessuto del film, informando di sé gli stessi personaggi, ognuno dei quali ad un certo punto lascia il posto al suo doppio, che generalmente ci conduce in un’atmosfera più rasserenata.
Film maledetto di un autore considerato anch’egli maledetto, Possession è stata probabilmente un’opera cinematografica sulla quale maggiormente in tutti i Paesi si è accanita la censura, che ha costretto migliaia di spettatori a vederne una edizione mutilata, con alcuni dialoghi riscritti e montaggio arbitrariamente rifatto.  Esiste un’edizione di circa 90’ assolutamente da evitare. Accettabile invece l’edizione inglese di quasi due ore.  La presenza di varie edizioni, molte delle quali mutilate nelle scene più significative, aumenta la difficoltà di catalogazione del film all’interno di un genere. Molti critici si sono cimentati con questo esercizio, che in verità sarebbe da considerare vacuo: c’è chi ha parlato di un film decisamente horror, chi lo ha definito un atipico thriller psicologico, e via discorrendo.  Perché non accontentarsi della interpretazione autentica offerta dal regista a proposito di questo film e in generale di tutta la sua opera?
Attraverso l’obiettivo della macchina da presa – egli dice -sento davvero di poter comunicare onestamente i miei eccessi, i miei deliri, i miei incubi.” E tutti questi elementi vengono gestiti in Possession sotto la cappa plumbea di una Berlino tetra e maledetta e sotto un perenne cupa tensione. Perché Zulawski, qui come altrove, rimarrà nell’immaginario cinematografico come l’artista di volta in volta molto odiato e molto amato (senza vie di mezzo!) perché eternamente  alla ricerca della dismisura, dell’irregolarità, del delirio, della violenza e dell’eccessivo.
(articolo apparso su “Diari di cineclub” n. 42)

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