“The Neon Demon” (Usa 2016) di Nicolas Winding Refn

(marino demata) “La bellezza non è tutto. E’ l’unica cosa”. E’ una massima espressa da uno dei personaggi maschili di The Neon demon, l’ultimo film di Nicolas Winding Refn, presentato al Festival di Cannes del 2016. Il regista di Drive e di Solo Dio perdona ha realizzato con quest’ultima opera un film estremamente provocatorio che ha diviso profondamente la critica e il pubblico, raggiungendo forse il suo scopo: quello di essere profondamente o amato o odiato,  come vedremo più avanti. E’ infatti impossibile per un film del genere  affermare “non c’è male” o che “dopo tutto ci sono alcuni elementi positivi, accanto ad altri negativi”. A Cannes, nella proiezione riservata alla stampa, una parte dei critici ha abbandonato la sala prima della fine del film, altri hanno osannato il regista per quest’opera.
La verità è che, se si pensa ai due film di Refn che abbiamo citato, per arrivare poi a questo ultimo, non possiamo fare a meno di pensare ad una escalation del cinema del regista danese non solo per ciò che riguarda i contenuti violenti delle storie e delle immagini, ma riguardo alla manifestazione della propria concezione del mondo, quale si manifesta ora pienamente, dopo quest’ultima prova, nel complesso del suo cinema.Neon-Demon3.jpg
Il motivo naturalmente non è nuovo ed è esplicitamente e reiteratamente rintracciabile in tanto cinema recente: il mondo di oggi, qualunque sia il campo nel quale vogliamo cimentarci, è basato sull’immagine, sull’apparenza e non sulla sostanza o sui contenuti. Le persone non vengono giudicate per quello che pensano o fanno, ma per come appaiono. Di qui la citazione con la quale abbiamo iniziato il nostro discorso (“La bellezza non è tutto. E’ l’unica cosa”). E quando timidamente uno dei personaggi invita a dare valore a quello che c’è dentro alle persone più che alla bellezza, viene immediatamente messo a tacere.
Ma il discorso palesemente critico del regista sul culto dell’apparenza e della bellezza nel mondo di oggi viene espresso attraverso una storia presentata con immagini bellissime e con un tipo di cinema “estremo”, così come estrema è oggi la voglia di primeggiare e superare gli altri (o meglio, in questo caso,  le altre) attraverso la bellezza di un cinema anche patinato, perché, dopo tutto, la nostra realtà è diventata essa stessa patinata.
Come tante ragazze della sua generazione, Jesse (Elle Fanning) si trasferisce da un paesino di provincia della Georgia a Los Angeles con la voglia e la convinzione di poter fare fortuna facendo leva sulla propria bellezza. Ha soli sedici anni, ma, consigliata dalla sua prima datrice di lavoro, ne dichiara in contratto diciannove. Passa rapidamente dal mondo delle modelle fotografiche a quello della moda, suscitando in prima battuta solidarietà e incoraggiamento da parte delle sue colleghe. Ma poi questi sentimenti si trasformano nei loro opposti quando esse si rendono conto dell’ inarrestabile successo della nuova arrivata. Neon-Demon-Bella-Heathcote.jpg
In questa mutazione dei sentimenti nei loro opposti abbiamo un esempio di come nel film ogni elemento possa rapidamente mutarsi in altro. Jesse è sponsorizzata e protetta da Ruby (Jena Malone), ma questa protezione non è disinteressata, perché è nutrita dal fascino che la giovanissima ragazza suscita in lei e che ben presto si manifesterà in maniera esplicita e violenta.
Insomma vero protagonista del film è l’ambiguità, che lo colloca nel solco del vero cinema, che è appunto soprattutto ambiguità. Ogni cosa si converte o può essere convertita nel suo contrario. Lo stesso stereotipo della ragazza di provincia che arriva nella grande città per fare fortuna e che viene fagocitata dal male e dalla cattiveria soprattutto maschile – stereotipo che ha alimentato centinaia di pellicole in tutto il mondo – finalmente qui si trasforma nel suo contrario. Sarà Jesse a fagocitare le sue colleghe, a mettere sul piatto la propria bellezza a confronto con quella altrui e perfino con gli esemplari chirurgicamente artefatti.
In una competizione senza esclusione di colpi, ove la bellezza non può che diventare mortifera in  un crescendo di orrore e violenza che trasbordano nel delirio della necrofilia e del cannibalismo: trasparenti metafore dell’oggi nel quale passo dopo passo inevitabilmente sprofondiamo, rendendoci conto che, alla fine, è la società in sé ad essere la vera divoratrice. neon-demon2.jpg
Il delirio consapevole di Refn, che riesce con Neon Demon  a costruire un film perfettamente ambiguo – o, se si vuole, ambiguamente perfetto – un film sulla bellezza e sulla morte, ci fa pensare che le sue opere precedenti in definitiva non siano altro che una preparazione al suo vero cinema che è espresso proprio da questo film. Ecco perché abbiamo parlato di una sorta di escalation, attraverso la quale Refn arriva finalmente a mostrarci il suo vero modo di fare cinema, ove la sua concezione e la storia che ne deriva, fatta dell’ambiguità di tesi e di immediate antitesi, non possono che essere espresse attraverso la felice scelta di belle immagini e della musica più appropriata che le sorreggono.
Un film che ha il merito di essere provocatorio nella sua ambiguità e di essere stato immediatamente amato e odiato, capito e incompreso, come accade a tutte le opere importanti, che hanno qualcosa da dire, un messaggio in profondità da comunicare e che trasmette allo spettatore il compito non tanto di decifrare le metafore e sciogliere le ambiguità, ma di completare l’opera col proprio pensiero e  la propria riflessione.

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