“Fratello di un altro pianeta” (Usa 1984) di John Sayles – DOMENICA 3 SETTEMBRE ORE 21.00 AL MUSEO NOVECENTO – FI

 

The brother of another planet

(marino demata) John Sayles fa parte della schiera dei registi indipendenti americani che fioriscono alla fine degli anni ’70 – inizio anni 80, dopo non aver disdegnato di farsi  ossa nell’estabilishment hollywoodiano, utilizzato a bella posta per mettere insieme i quattrini per proprie autonome produzioni. E così un talento vero come Sayles collabora con ottimi registi (una per tutte ricordiamo soprattutto la collaborazione alla sceneggiatura di ET), per fare i soldi che gli serviranno per realizzare i suoi film senza alcun condizionamento esterno.
Dopo le prime prove e i primi successi, questo Brother from another planet / Fratello da un altro pianeta rappresenta un prodotto maturo e pienamente convincente, ove il genere, la fantascienza viene adoperata ed è al servizio di una critica alla società americana contemporanea, ai suoi limiti, alle sue esagerazioni e soprattutto alle sue vittime. La fantascienza qui non si proietta, se non formalmente e scenicamente nel futuro, ma diventa immediatamente metafora di un presente molto criticabile, sulla base di un giudizio morale che Sayles esprime con grande schiettezza, e che diventa immediatamente anche giudizio politico. Fratello9   
Il piombare sulla terra, ad Ellis Island, da parte di un alieno di pelle nera proveniente da un altro pianeta ed inseguito da due poliziotti interstellari che dovrebbero riportarlo li da dove è partito, il proprio pianeta di origine, offre al regista la grande occasione – e la grande trovata – di una serie di incontri e situazioni nelle quali il minimo comune denominatore è il grande afflato simpatetico che l’alieno egli riesce a suscitare negli “umani” increduli sulle naturali capacità dello strano personaggio, essenzialmente muto, capace anche di riparare col semplice tocco della mano un gioco elettronico che pareva irrimediabilmente rotto, e sul suo spiccato senso di umanità. Quello che accade nel corso del film – e dove Sayles vuole portarci – è che il “fratello da un altro pianeta” diventa soprattutto fratello degli emarginati e degli  umili, perché sono loro i veri “alieni” nella società americana. Sono alieni che in realtà non abitano in un altro pianeta nel senso astronomico del termine, ma in un altro quartiere, in un’altra realtà di emarginazione e di miserie che è proprio come “un altro pianeta” rispetto alla “normalità”. Insomma la dicotomia che sta a cuore  a Sayles non è quella extraterrestre – terrestre, ma quella tutta terrena “emarginato” – “normale”. E queste considerazioni sono tanto più vere e valide che gli stessi emarginati,  gli umili,  non si accorgono affatto di trovarsi di fronte ad un “fratello” proveniente da un altro pianeta. Egli non appare dopo tutto così strano, e lo  apprezzano proprio come uno di loro, non cogliendone alcuna differenza: questo perché appunto la vera differenza a New York è quella confina gli emarginati” al lato delle altre persone. Fratello7.png
E dunque questo non  così strano personaggio capitato in mezzo agli emarginati, che non parla ma sa farsi capire saggiamente, viene riconosciuto come uno di loro, quasi adottato ed integrato nella loro ideale comunità. A tal punto che Sayles rovescia il finale in base al quale, secondo lo stereotipo dei film di fantascienza, l’alieno buono deve ritornare nel mondo dal quale è venuto (ricordiamo la romantica nostalgia di “casa, casa” di ET che alla fine lo spinge al ritorno da dove è partito): al contrario questo “fratello” di tutti i deboli e diseredati non ha alcuna intenzione di andar via, perché ha trovato altri fratelli che sono proprio come lui e vivono come lui in un altro ideale pianeta, pur essendo a contatto di gomito col resto dell’umanità cosiddetta normale.

Si tratta di un film veramente indipendente, non solo per le condizioni economiche di produzione con le quali è stato girato, ma soprattutto per il messaggio che ci lascia. Si tratta di un film che ad Hollywood non sarebbe stato possibile girare normalmente, perchè, come si diceva sopra, i canoni del genere “fantascienza” vengono qui rivoltati come un guanto e perchè troppo radicale e “politicamente scorretto” è il senso che Sayles ha voluto dare alla storia.FRatello6
Bravissimi gli attori, in testa a tutti il protagonista, Joe Morton, che con la sua aria un po’ stralunata, interpreta alla perfezione chi è piovuto dal cielo in una realtà ove molte sono le cose che appaiono decisamente “storte” . E con molto autoironia lo stesso regista, John Sayles, si è ritagliata la parte di uno dei due poliziotti interstellari a caccia del fuggitivo.
Il film è del 1984, ma purtroppo sembra che il tempo non sia passato. La verità è che le divisioni nella società continuano e si acuiscono ancora di più nella misura in cui entrano nella scena del mondo occidentale nuove popolazioni che sono condannate ad essere ancora emarginate. E spesso anche respinte.

 

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