“Stranger than Paradise” (Usa 1984) di Jim Jarmusch

Non è un andare verso, ma un fuggire da…

(Marino demata) Quattro anni dopo il suo film d’esordio, Permanent vacation, Jim Jarmush riesce a girare, dopo aver superato molte difficoltà, il suo secondo lungometraggio, Stranger than Paradise, che lo consacrerà definitivamente come il più interessante degli autori indipendenti del cinema.
Wim Wenders, che fin dall’inizio ha fortemente creduto nel talento di Jarmush ed ha contribuito alla produzione e distribuzione del primo film grazie alla sua Gray City Film, sarà anche in questo caso determinante. Wenders infatti mette a disposizione di Jarmush tutta la pellicola avanzata dal suo film Lo stato delle cose, ritenendo che il promettente regista americano volesse girare un film corto della durata di una decina di minuti. Jarmush invece si presentò all’appuntamento con Wenders con una storia delle durata di 30 minuti, che poi, in un secondo momento, fece diventare della lunghezza di un lungometraggio.
Quest’idea, della quale Jarmush era profondamente innamorato, apparve subito di difficile realizzazione  per mancanza di fondi. Ecco dunque spiegato il periodo di quattro anni che intercorsero tra i primi due film.Stranger 7.png
Le forze della Cinesthesia Productions creata nel 1980 da Jarmush e da Sara Driver (che divenetrà sua compagna) erano piuttosto limitate, fin quando, anche grazie ai buoni uffici di Wenders, Otto Grokenberg, con la sua casa di produzione di Monaco di Baviera, decide di co-produrre il film mettendo i fondi necessari a disposizione.
Altro collaboratore essenziale di Jarmush in questo film è John Lurie, suo vero e proprio alter ego, che gli fornisce nel corso della lavorazione molte idee e modifiche: è il personaggio principale, oltre che essere l’autore di gran parte delle musiche del film.
Il film viene girato in tre diverse location che rispecchiano le tre parti del film: New York, l’Ohio e la Florida, nei pressi di Cape Canaveral. La prima parte ha come titolo The new world. Eva (Eszter Balint) viene in area a New York da Budapest ove è nata e vive. Dovrebbe poi raggiungere, dopo una giornata di sosta presso suo cugino Bela Molnar (John Lurie), Cleveland ove l’attende la zia Lottie. Quest’ultima però si ammala e così la permanenza di Eva a New York si protrae per 10 giorni. Bela, che vive da 10 anni a New York e che si ritiene integrato nel nuovo mondo tanto da farsi chiamare ormai Willie, non è molto contento della lunga sosta  della cugina. Gradatamente però si instaura tra i due un rapporto molto amicale, soprattutto quando la ragazza dimostra di sapersela cavare senza essere di peso a Willie. Eva conoscerà anche l’amico di Willie, Eddie (Richard Edson), che la prenderà in grande simpatia. Stranger2.jpg
La seconda parte intitolata Un anno dopo ci mostra Willie ed Eddie che vivono di espedienti, barando al gioco, tentando la fortuna alle corse, ecc.  Willie sente perà dentro di sé qualcosa che gli impedisce di restare perpetuamente a New York e dice  a Eddie:
– Ho voglia di andarmene da qui per qualche giorno e vedere qualcosa di diverso.
– E dove andremo?
– Non lo so.
Avendo messo insieme un po’ di soldi, decidono di andare a passare una vacanza a Cleveland, per incontrare di nuovo Eva. In quella gelida città innevata il tempo passa tra partite di carte con la vecchia zia, il cinema con Eva e il suo ragazzo e passeggiate al lago.
La terza parte si intitola Paradise: Willie ed Eddie decidono di recarsi al sole della Florida e portano con loro Eva. “Sembriamo dei turisti”, dice Willie sorridendo e citando quasi testualmente il primo film di Jarmush.   Il mito della Florida è il mito del Paradiso. Quel mito che già quindici anni prima è stato l’elemento centrale del capolavoro di John Schlesinger, Un uomo da marciapiede. Ma sarà per Eva una ennesima delusione, come era stata New York e, in definitiva, l’America. Il mare è tempestoso, non fa il caldo sperato e per giunta i due uomini vanno alle corse dei cani e dei cavalli lasciandola sola nel Motel.stranger -than-paradise-PDVD_008
Solo un miracolo potrebbe sciogliere una situazione che sa ormai di vero e proprio stallo anche narrativo. E una sorta di miracolo infatti succede ed è la premessa di un finale sorprendente.
Jarmush ha di proposito scelto una storia girata in bianco e nero con la ottima collaborazione di Tom DiCillo, per esaltare l’essenzialità della trama, che attraverso il colore avrebbe invece virato verso l’inessenziale . Scenografia estremamente scarna, per non dire squallida, specialmente nella prima parte girata quasi interamente nello sporco e malandato appartamento  monocamera di Willie. Eva non è a proprio agio, tanto che trova finalmente l’aspirapolvere non usato da anni, per fare un minimo di pulizia. Ma la cosa fondamentale è la delusione di Eva  non solo per lo squallore dell’appartamento, ma anche per New York: Willie le raccomanda di restare all’interno dei primi due isolati, perché andare oltre significa rischiare la vita. Eva capisce che il nuovo mondo non è così nuovo e bello come pensava, e capirà che anche il paradiso della Florida alla fine non è tale. D’altra parte anche a Willie l’America in 10 anni di permanenza non ha portato a niente di buono. Gli eroi di Easy Rider, che percorrono in moto le strade dell’America alla ricerca di nuove frontiere, di nuovi spazi, di nuove persone da conoscere e di nuove emozioni, non ci sono più. Resta la generazione dei Willie e degli Eddie, che non si pone sulla strada alla ricerca delle nuove emozioni che l’America potrà offrire. Al contrario qui il ritmo del road movie non è più un “andare verso”, ma un “fuggire da”. Fuggire da una realtà sempre più ostile e deludente per andare verso l’indefinito, l’indifferenza, l’abbandono. Per poi magari ritrovare la medesima solitudine e incomunicabilità:
– E’ incredibile – dice Eddie – Ogni posto sembra uguale agli altri.
– E ora te ne sei accorto? – E’ la risposta di Willie.Stranger5.png
Il film vive della contrapposizione tra il vecchio e il nuovo mondo (vedi il titolo della prima parte!) e la difficoltà di comprensione tra le due culture, delle quali quella relativa al vecchio mondo resta incomprensibile e quella del nuovo è troppo deludente per essere vera. Questo mettere di fronte i due mondi, America ed Europa, è chiaramente influenzato da Wim Wenders, ma in senso rovesciato. In Wenders l’America è vista con gli occhi di un europeo, mentre qui l’Europa è miscompresa attraverso gli occhi di un neo-americano che in dieci anni non è riuscito a dare un senso alla sua permanenza a New York, né a ricomporre i cocci di una reale comprensione del vecchio mondo.
Road movie dunque non come un andare ma come un fuggire innanzitutto da se stessi, dalla grande delusione del sogno americano, che nei termini immaginati e vissuti da Willie non potrà mai realizzarsi. I due amici fermano un attimo l’auto per chiedere un’informazione sulla direzione da prendere. Un giovane risponde un po’ bruscamente di non avere tempo da perdere: aspetta l’autobus per andare a lavorare in fabbrica. Questo è un incontro di pochi secondi, ma essenziale, che Willie commenta così:
“Lavorare in fabbrica. Riesci ad immaginartelo?”  Siamo a Cleveland e non è un caso se Jarmush subito dopo ci mostra un paesaggio industriale, ciminiere fumanti, capannoni industriali che immaginiamo pieni di persone che lavorano alla catena di montaggio e soprattutto restano lì dove sono, coltivando magari il sogno americano, ma senza fughe nell’indefinito.Stranger 9.jpg
Lo stile del film, rigorosamente realista e minimalista, è fatto di una serie di piccoli piani sequenza intervallati da una breve pausa di black screen. Non c’è dunque montaggio. Come chiarisce lo stesso Jarmush, se un’attore sbaglia qualcosa verrà rifatta l’intera scena, cioè l’intero piano sequenza. Alla fine vedere il film è come sfogliare un album di fotografie, ove l’una è intervallata dall’altra da uno spazio nero. Questo modo di girare che all’inizio era determinato da difficoltà finanziarie, poi, nel corso della lavorazione,  divenne vera e propria scelta stilistica.
E,  a proposito di questa scelta, Jarmush, nel marzo del 1984, cioè poche settimane dopo aver concluso il film, in due interessanti pagine di note raccolte da Ludvig Hertzberg, cita una raccomandazione del  grande Carl Dreyer, che, in uno dei suoi saggi, scrive sulle conseguenze positive della semplificazione: se da una camera elimini molti oggetti superflui, i pochi oggetti che restano possono nel film diventare in qualche modo la ”psychological evidence of the occupant’s personality”. E Jarmush, partendo da tele affermazione, dichiara di averla voluta applicare al modo col quale la storia è raccontata.  La semplificazione, tanto invocata giustamente da Dreyer, viene applicata alle singole scene, che vengono presentate in ordine cronologico, ma spesso indipendenti l’una dall’altra. Il cinema in generale, secondo Jarmush, deve trovare nuove strade e nuovi modi per descrivere le emozioni reali e la vita reale, tenendo lo spettatore lontano sia da modi stucchevoli e sdolcinati, sia dall’estremo opposto, cioè dalla scomparsa di ogni emozione.
E sicuramente Stranger than paradise, che non a caso porta regista  per la prima volta grandi riconoscimenti in particolare a Cannes e a Locarno, si pone proprio in questa direzione di ricerca, che andrà ancora molto avanti nei film successivi.
 
 
 
 

 

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